Recensione paradiso: fede regia di Ulrich Seidl Austria, Francia, Germania 2012
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Recensione paradiso: fede (2012Film Novità

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locandina del film PARADISO: FEDE

Immagine tratta dal film PARADISO: FEDE

Immagine tratta dal film PARADISO: FEDE

Immagine tratta dal film PARADISO: FEDE

Immagine tratta dal film PARADISO: FEDE

Immagine tratta dal film PARADISO: FEDE
 

Maria e (il figlio di) Dio. Una Maria che non è (più) moglie né madre, una Maria come potrebbe essere la nostra solitaria vicina della porta accanto. Maria che, tra una preghiera, un martirio, una seduta spiritual-spiritica, una nenia devota, si presenta (sponsor involontario e sgradito) a clienti putativi da arruolare e benedire con la sua (cosiddetta) Madonna pellegrina. Coppie, anziani, donne, uomini i cui corpi sfatti, martoriati, abbruttiti sono lo specchio di uno squallore sociale e ambientale che funge da cassa di risonanza su un popolo allo sbando che, per (illudersi di) salvarsi, riesce solo ad aggrapparsi a feticci, a riversargli contro le proprie mancanze e necessità, con spasmo finanche morboso e patologico. Maria (intensissima la Hofstätter) è invasata dalla rigidità della propria (?) veduta religiosa, imbrigliata in una mentalità che le si esprime (e tortura) addosso, prigione mentale dell'inferenza clericale nella sfera intima, privata e relazionale, che la rende inabile all'autodeterminazione e alla consapevolezza interiore. L'arrivo del marito, funestato da una malattia fisica e - agli occhi della donna - spirituale (è musulmano) scardinerà la calma apparente e piatta del suo equilibrio.

L'austriaco Ulrich Seidl, al massimo delle sue (sadiche, esangui, spietate) potenzialità, perlustra l'inferno di giorni di ordinaria follia illustrandoli con (am)mirabile asciuttezza stilistico-formale, rigorosa, scevra da compiacimenti e furbizie visive: non ammicca alla perversione, non liscia il voyeurismo suo e nostro. La mano ferma, l'oggettivismo limpido e feroce, Seidl allestisce una straordinariamente lucida visione d'insieme, un'analisi entomologica priva di sbavature, un teatro al contempo grottesco, tragico, comico (e scomodo).
In una realtà così corrosivamente delineata siamo schiavi della manipolazione dell'instrumentum regni, della nostra coscienza plasmata, del nostro appiattito senso critico; schiavi degli oggetti che ci trascinano lontano dall'essenza antropica: alla mercé della sedia a rotelle, della bottiglia di alcool, del cibo, della madonnina (che Maria porta qua e là come una coperta di Linus, come una catena inscindibile, come un prolungamento di sé).
L'approccio della donna verso gli altri è militare, integralista, sempre inflessibile, esso stesso segnato dalle caratteristiche imperialistiche e colonizzatrici della religio: la parola e la verità lei le ha già in tasca, e non le trova mai al di fuori dei sacramenti. Come qualsiasi vestale del fondamentalismo, come qualsiasi altro soldatino sull'attenti: con una pistola in mano e una puntata alla tempia.

Il quattordicesimo film di Seidl è un esemplare congegno che si muove tra farsa domestica e dramma sociale, tra grottesco e ridicolo, tra repulsione e disperazione. E da parte sua l'autore fa luce/ombra su questo spaccato dolente con una coerente capacità di rappresentazione subliminale: basti pensare al non-dialogo sul divano, i due coniugi seduti su poli opposti, al centro un quadro, un'intera montagna a separarli.

Non c'è modo di costruire una comunicazione, se in mezzo a loro è stato - appunto - eretto un invalicabile macigno: eppure per Maria Dio è soltanto il viatico per dare ansiosamente un senso ad una vita solitaria, asfittica, vuota, dove il massimo evento scuotitore del grigio quotidiano è nutrire il gatto della sorella (protagonista del primo capitolo - fresco di Cannes - della 'trilogia del paradiso': "Paradise: Love" appunto).
Maria vive per la religione, anzi è la religione a vivere al posto suo, oppio ormai distruttivo e narcotizzante; e quando due forze opposte entrano in collisione con la sua devozione quotidiana (un altro uomo, un'altra credenza), lei, per quanto li predichi, è incapace di aprirsi e praticare il vero amore e il vero perdono: esiste solo l'obnubilante oblio dell'ideologia, dell'ostinata, ossessiva, folle abnegazione. E l'inebriamento religioso produce di conseguenza una relazione unilaterale di rifiuto e cecità, precludendo qualsiasi altro tipo di rapporto (civile, sentimentale, sessuale), incidendo fisicamente e psicologicamente anche sul marito (Maria rifiuta di fare l'amore con lui preferendo alla sua compagnia e alla sua presenza la reliquia icastica di Gesù). E l'uomo, dopo un iniziale tentativo di apertura, davanti ad una tale divina (!) concorrenza reagisce prima allibito, poi prepotente e infine violento, dischiudendo un circolo vizioso irrespirabile.
Un tempo, forse, uniti, si scoprono inconciliabili su un vero e proprio campo di battaglia, lui con inesausta ed esasperata aggressività, lei con costante mutismo e sopportazione, che mai deflagra in un reale lampo di rabbia, seminando semmai sottile vendetta.

Per quanto lo stesso slancio d'ira - o d'amore che sia - dell'uomo ribalti catarticamente le effigi sacrali che infestano la casa come fantasmi ammalianti, l'idillio demolitore non può comunque funzionare davvero: l'odio trascina un altro odio con sé e per quanto cristiana Maria non si fa scrupoli a spezzare le gambe al 'nemico', costringendolo perfino a strisciare per terra, privandolo della possibilità di adempiere ai propri bisogni primari, denudato della propria dignità, ridotto allo stato di verme.

Si potrebbe quasi pensare, giunti a quello che (non) è il termine di un'assurda guerra all'ultimo sangue e all'ultimo Verbo, che una volta toccato il fondo qualcosa ci spingerà a risalire. Un atto convulso e repentino, uno sfogo incontrollato e inconsulto, che in effetti avviene: ma l'ultima inquadratura, l'ultima immagine, uno stacco secco e improvviso, lascia l'amaro ristagnare in bocca, l'impotenza invadere lo stomaco e diffonde la netta sensazione di aver assistito, 'semplicemente', ad un circolo (in)interrotto dell'irreparabile inferno del quotidiano, ad un'onda anomala richiamata nei ranghi dell'inconsapevole dannazione eterna; e forse era inutile cercare il paradiso, perché siamo già all'inferno, siamo già perduti.
Domani forse è un altro giorno: ma non sempre, non per tutti.

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Recensione a cura di Fiaba - aggiornata al 25/10/2012 13.25.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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