Recensione sentieri selvaggi regia di John Ford USA 1956
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Recensione sentieri selvaggi (1956)

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locandina del film SENTIERI SELVAGGI

Immagine tratta dal film SENTIERI SELVAGGI

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"Sentieri selvaggi" è una storia solo apparentemente semplice, tratta dal romanzo di Alan Le May e sceneggiata da Frank S. Nugent.
Alla fine della guerra civile, in compagnia di un giovane mezzosangue, Ethan Edwards si mette alla ricerca di una nipotina, rapita da una tribù di Comanci.

Sullo sfondo della Monument Valley si snoda uno dei western più densi e misteriosi di J. Ford a livello figurativo, ed uno dei più complessi su quello narrativo, nella sua mescolanza di elementi tragici inframezzati da momenti di taglio umoristico.
John Wayne è qui alle prese con il più ambiguo dei personaggi fordiani, una figura di loner tormentato che rivela come anche l'universo del regista, in apparenza così trasparente, abbia i suoi segreti e i suoi abissi insondabili. Ethan Edwards va alla ricerca di se stesso più che della nipotina Debbie, come per trovare una tranquillità interiore e purgarsi del selvaggio odio razziale da cui sembra ossessionato.

La critica ha per lungo tempo rimarcato la presunta visione razzista di John Ford, trasferita qui sul suo alter ego in pellicola John Wayne, ma il tempo ha fatto giustizia di questa osservazione superficiale e una visione attenta ci permette di capire come il film sia del tutto privo di connotati razzisti anti-indiani, come del resto tutte le pellicole di Ford. L'accanimento di Ethan è spiegato solo dalla sua condizione di disadattato, reduce di guerra (dalla parte perdente) e consapevole delle spaventose difficoltà di vita dei pionieri americani che vivevano sulla frontiera occidentale.
E' rappresentata cioè in questo film in modo prepotente la tematica ricorrente del Duke, ovvero l'epopea western come conquista di un mondo inospitale, impresa alla portata solo di uomini veri.

Il film si dipana come una crudele ballata incentrata sullo scorrere del tempo. Il mito della frontiera passa nel corso della narrazione cinematografica dalla sua incarnazione più splendente fino al tramonto, ma Ethan resta ai margini della società civilizzata, come simboleggiano in modo struggente le due sequenze gemelle di apertura e chiusura del film con il protagonista inquadrato in piccolo in un'apertura dell'abitazione di famiglia.

Circola su questo film una leggenda metropolitana (mai confermata da Ford) che vorrebbe il film nelle intenzioni dell'autore chiudersi senza happy ending, col tentativo di omicidio della bambina ritrovata da parte di Ethan. Queste intenzioni del regista sarebbero state frustrate dalla produzione, che riteneva inaccettabile una conclusione del genere nel 1956. E' appunto una leggenda metropolitana messa in circolazione dai tanti sostenitori del razzismo di Ford, che verrebbe quindi svelato da questa sua presunta originaria intenzione.

Alcune curiosità. La frase che ripete spesso John Wayne a chi tenta di scalfire la sua corazza impenetrabile: "That'll be the day" ("Ci sarà un giorno", tradotta in italiano con un pessimo "Si vedrà") è diventata un tormentone di una canzone di Buddy Holly. Ron Howard, per sua stessa ammissione, ha temerariamente tentato di girare un film ispirato alla pellicola di Ford qualche anno fa ("The missing", 2003): prevedibile tonfo, anche se Howard è stato abbastanza scaltro da ingaggiare l'unico attore vivente con un carisma tale da poter rivaleggiare con Wayne (Tommy Lee Jones). Natalie Wood, per la prima volta sedicenne sullo schermo, interpreta Debbie e sua sorella Lana interpreta Debbie da giovane.
Martin Scorsese nel suo splendido "Viaggio intorno al cinema americano" fa coincidere questo film (e specialmente le due sequenze citate) come il segnale di svolta del cinema americano moderno, spartiacque tra l'era classica e la più tormentata stagione contemporanea.

Questa pellicola sta al cinema come la "Ronda di notte" nella storia della pittura o l'edificio del "Bauhaus" di Gropius alla storia dell'architettura. Niente è più stato uguale a prima dopo l'uscita di questo film. Io aggiungerei che nessuna pellicola cinematografica di produzione americana può essere compresa a fondo senza aver visto questo film. Kubrick, Scorsese, Coppola, Lynch, Croneneberg, Spielberg consapevolmente o no hanno impresso nel loro DNA i sentieri selvaggi fordiani e ogni loro opera ne risente inevitabilmente.

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Recensione a cura di Gardner - aggiornata al 18/02/2008

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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