Recensione the heir - l'erede regia di Michael Zampino Italia 2011
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Recensione the heir - l'erede (2011)

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locandina del film THE HEIR - L'EREDE

Immagine tratta dal film THE HEIR - L'EREDE

Immagine tratta dal film THE HEIR - L'EREDE

Immagine tratta dal film THE HEIR - L'EREDE

Immagine tratta dal film THE HEIR - L'EREDE

Immagine tratta dal film THE HEIR - L'EREDE
 

Con "L'Erede", la produzione italiana, intesa in senso lato, torna a scontrarsi con il cinema di genere, dal quale negli anni si è allontanata fino al punto di non essere più in grado di riproporlo, tranne alcuni casi isolati, in maniera convincente. A mettersi in gioco in tal senso questa volta è il regista italo-francese Michael Zampino, che dopo essersi formato professionalmente a New York, oltreché in Italia, e dopo aver ricevuto riconoscimenti per i suoi corti e per le sue sceneggiature, decide nel 2005 di fondare la casa di produzione "Panoramic Film", attraverso la quale più tardi dirigerà questo suo primo lungometraggio.

L'idea alla base della sceneggiatura, nonché punto di partenza della storia raccontata da Zampino, nasce da un avvenimento realmente accaduto. Il regista, infatti, in seguito alla morte del padre, ereditò una villa nel Centro Italia, di cui non era a conoscenza. Allo stesso modo, il protagonista del film Bruno (Alessandro Roja), radiologo milanese, riceve in eredità una vecchia villa sugli Appennini, completamente immersa nella vegetazione. Preso possesso della casa, Bruno fa la conoscenza degli unici vicini presenti, Paola (Guia Jelo), e i suoi due figli, Giovanni (Davide Lorino) e Angela (Tresy Taddei), e fin da subito la convivenza si rivelerà, tra sospetti, minacce e paure, tutt'altro che serena.

Come accennato inizialmente, la distanza tra il puro intrattenimento e il panorama cinematografico italiano degli ultimi 20 anni è un dato di fatto. È in sé un fenomeno per certi versi affascinante, perché in grado, al di là delle altre riflessioni che potrebbero farsi a riguardo, di rendere estremamente palese l'incapacità di molti registi italiani di avvicinarsi a questo tipo di cinema. L'incapacità, in particolare, di creare quella finzione filmica grazie a cui un film cosiddetto "di genere" coinvolge chi guarda, allontanandolo dalla sua realtà e trasportandolo in quella cinematografica. Quel tipo di finzione, frutto di atmosfere e ritmo, e più in generale della capacità della pellicola di intrattenere e affascinare, che risulta in questi casi più che in altri, volendo usare un eufemismo, imprescindibile. A tal proposito, vi è una dichiarazione dello stesso Zampino alla quale è utile far riferimento per proseguire con la presente analisi:

"Penso sia d'obbligo per un primo film cercare ispirazione dai grandi classici. Personalmente ho rivisto film come "Shining" e "Rebecca" anche per capire come grandi registi, come Kubrick o Hitchcock, hanno raccontato un luogo, un'atmosfera. Sono anche fan del cinema dei Coen, che non rinuncia mai all'assurdo, all'ironia, pure affrontando temi importanti come la perdita dei valori, la banalità del male...".

Che Zampino abbia scelto di guardare a tali pellicole per la sua opera prima, risulta abbastanza chiaro durante la visione. Risulta, tuttavia, altrettanto chiaro come egli non riesca a trasmettere quella stessa inquietudine onnipresente, serpeggiante e crescente che rende lo spettatore ansioso di seguire la storia. Ci sono dei momenti tecnicamente degni di nota, ma che non possono e quindi non riescono, da soli, a tenere in piedi l'intero lungometraggio.
La quasi totale assenza di atmosfere è forse l'aspetto negativo preponderante. Il regista cerca di ricrearle attraverso una location all'uopo studiata, che però non essendo supportata da una adeguata fotografia, non viene valorizzata affatto, o almeno non tanto quanto sarebbe servito per renderla in grado di avvolgere e amplificare le emozioni alle quali una storia di questo tipo dovrebbe puntare. Non riesce il regista italo-francese, a sfruttare come avrebbe dovuto neanche l'altro strumento generalmente usato per creare atmosfera, ossia musiche ed effetti sonori. Zampino, è parere di chi scrive, non è stato in grado di dosarli in maniera sapiente. L'uso degli stessi appare eccessivo e rende quei motivi di hitchcockiana memoria spesso invadenti e fuori luogo, nonché esempi ulteriori della difficoltà di cui sopra nella gestione di quelle che sono le caratteristiche principali del genere cinematografico in questione.

Le dichiarazioni del regista evidenziano anche altre buone intenzioni non concretizzate e quindi deleterie per la pellicola. Ci si riferisce, nello specifico, alla sceneggiatura. Che film di questo genere non debbano necessariamente vantare una storia che abbia nell'originalità e nella ricercatezza i suoi punti di forza è cosa abbastanza ovvia; basti pensare a pellicole ben più famose che hanno delineato il genere, per rendersi conto che lo scheletro della storia resta quasi sempre identico: protagonista ignaro e indifeso, carcerieri fuori di testa e violenza distribuita senza troppa parsimonia. Ciò non toglie, tuttavia, che la storia debba essere scritta con metodo, che debba funzionare in tutti i suoi aspetti e, soprattutto, nei passaggi tra gli stessi. Sì, perché la convivenza tra l'ironia grottesca alla quale fa riferimento Zampino e gli aspetti più classici, quali inquietudine, violenza e drammaticità, non funziona affatto. Il passaggio è davvero troppo netto, non ci sono sfumature di sorta, tanto che le parentesi comiche, pur risultando apprezzabili se prese singolarmente, cozzano non poco con la restante parte del racconto.

Al contrario della storia, invece, sempre limitatamente al genere di cui si sta scrivendo, lo spessore dei personaggi deve essere decisamente più curato: tanto quello dello sfortunato di turno, del buono per dirla in maniera semplicistica, quanto quello dei personaggi negativi. Anche sotto questo aspetto in realtà "L'Erede" non ha molto da offrire. Bruno, il protagonista, è assolutamente anonimo, tanto che il livello di empatia con lo stesso, durante la visione, è pressoché nullo. I due figli, Giovanni e Angela, già presentano qualche sfumatura in più, ma sembra che Zampino non abbia voluto più di tanto sforzarsi ed abbia deciso di lasciare gli stessi su un livello di interesse medio-basso. L'unico personaggio a cui viene dedicata maggiore attenzione è Paola, la madre; l'unico al quale Zampino sembra far seguire un percorso evolutivo, o comunque della cui personalità rivela più strati con l'andare del film. Niente di sconvolgente, sia chiaro, ma se non altro si intravede almeno in questo caso una maggiore ricercatezza.

Contribuiscono in maniera non indifferente a rendere poco interessanti i personaggi le interpretazioni. La più convincente è sicuramente Guia Jelo, non a caso alle prese col personaggio più complesso. La sua esperienza, seppur in prodotti minori, si vede e non sarebbe un'esagerazione affermare che è anche grazie a lei se la pellicola si riesce a seguire fino alla fine senza troppi sforzi. Tresy Taddei fa il minimo indispensabile, Davide Lorino, anche qualcosa in meno. La vera sorpresa, in negativo, è Alessandro Roja. Tanto a suo agio e credibile nei panni del "Dandi" nella serie "Romanzo Criminale", quanto poco convincente in questo suo primo film da protagonista. La sensazione di guardare un attore che cerca di interpretare un personaggio, invece di essere il personaggio stesso, risulta nel suo caso davvero evidente. Inutile dire, se si considera che interpreta il personaggio principale, quanto questo ostacoli la riuscita della pellicola.

È evidente, in definitiva, che l'esordio di Michael Zampino non sia una pellicola convincente, né tanto meno matura. È evidente in particolare, e ci si ricollega alle prime righe di questo scritto, quanto il nostro cinema guardi a quello di genere, senza però riuscire a farne propri i codici strutturali. Va detto anche però che "L'Erede" propone, almeno in potenza, delle direzioni cinematografiche assai interessanti, al quale questo paese non è più abituato, come anche una chiara voglia di esplorare generi decisamente più internazionali. Questo rappresenta già di per sé un aspetto positivo ed è necessario che si continui su questa strada. Al punto in cui siamo, volendo scivolare nella provocazione, sperare in più film di genere poco riusciti, che in film ben riusciti ma non di genere, non sarebbe un pensiero da condannare.

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Recensione a cura di K.S.T.D.E.D. - aggiornata al 07/02/2011 11.27.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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