Recensione the way back regia di Peter Weir USA 2010
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Recensione the way back (2010)

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locandina del film THE WAY BACK

Immagine tratta dal film THE WAY BACK

Immagine tratta dal film THE WAY BACK

Immagine tratta dal film THE WAY BACK

Immagine tratta dal film THE WAY BACK

Immagine tratta dal film THE WAY BACK
 

"Da dove venite?"
"Dalla Siberia"
"Come siete giunti fin qui?"
"Camminando."

Sette anni di distanza tra "Master and Commander" e "The Way back", un lasso di tempo lungo ma passato pressoché inosservato, perché la ridottissima distribuzione a livello mondiale di questo film e la quasi totale invisibilità in molti paesi, tra cui l'Italia ovviamente, farà sì che questo intervallo si protragga ancora, finché la prossima pellicola di Weir, se mai ci sarà una prossima, avrà una distribuzione quantomeno più che soddisfacente.

Perché stiamo parlando di Peter Weir, non di un regista qualsiasi. Un autore di tutto rispetto, dalla filmografia qualitativamente eccellente ed in grado di sfornare veri capolavori come "Picnic ad Hanging Rock" o "The Truman Show", senza dimenticare tuttavia pellicole stupende come "L'ultima onda".

Tratta dal romanzo di Slawomir Rawicz "The Long Walk", la vicenda inizia nel 1938 e ha per soggetto un gruppo eterogeneo di persone che condivide la prigionia infernale di un gulag siberiano. Diverse per estrazione e per nazionalità, chi tradito (sotto tortura) dalla propria moglie come il Tenente Janusz, emblema di un esercito polacco stretto fra la tenaglia della dominazione russa e tedesca figlia dell'accorso Molotov-Ribbentrop, chi imprigionato perché ministro di un luogo di culto, ma il tratto comune del gruppo protagonista è quello di essere vittime della illusione del comunismo di fronte alla dura realtà dello stalinismo. Il personaggio di Mr. Smith, l'americano, rappresenta invece l'utopia diventata incubo, la morte degli ideali.

Il gulag in apparenza non è molto diverso da un lager nazista: fili spinati, camerate dove dormono ammassati decine e decine di persone, torrette e guardie armate. Non ci sono però forni crematori o camere a gas, perché la morte arriva più lentamente ed è causata dagli stenti di giornate passate al lavoro nelle condizioni più estreme, accompagnate da un'alimentazione ai limiti della sopravvivenza del corpo.

Essendo la sopravvivenza all'interno del gulag ai limiti del possibile, ognuno pensa solo a se stesso perché ogni gesto di compassione verso un proprio simile significa non tanto un segno di debolezza, ma un donare quell'energia di per sé poco sufficiente a nutrire il proprio corpo e il proprio morale.

A tal proposito è interessante e ben definita la figura di Khabarov, un attore imprigionato nel gulag per aver impersonato con troppo slancio un nobile. Accusato di voler restaurare con quel suo ruolo l'aristocrazia è stato condannato a 10 anni per sabotaggio. E' il Virgilio che accompagna Janusz nell'inferno del gulag descrivendo il modus vivendi che regola gli ingranaggi della vita del campo, ma soprattutto stimola ulteriormente in Janusz il suo naturale istinto alla libertà.

In maniera sottile però Khabarov si rivela come una specie di parassita. Si nutre infatti di quella speranza di fuga che lui stesso instilla negli altri, perché in fondo è già un personaggio rassegnato alla propria prigionia, spiritualmente morto. Descrive minuziosamente i modi per fuggire dal campo, ma trova sempre il modo di rimandare la fuga.

Tentare la fuga in un contesto del genere è folle, come folle è solo concepire un piano di fuga perché l'ostacolo maggiore non è rappresentato dal campo di prigionia in senso stretto, ma soprattutto è la parte estesa di quella prigione il pericolo maggiore per la sua riuscita: migliaia di chilometri di natura siberiana ostile, nel bel mezzo del nulla dove le possibilità di sopravvivenza tendono allo zero.

Il dilemma quindi è semplice: o morire lentamente all'interno del campo, oppure provare a fuggire, magari morendo nel tentativo, ma aggrappandosi a quel brandello di speranza che significa la parvenza di una libertà, tentare di riacquisire la propria dignità di esseri umani.

In questo frangente la natura si mostra nel suo aspetto più spietato ed è impossibile affrontarla da soli. Il gruppo di prigionieri che fugge dal campo è ben conscio di cosa li aspetta, è consapevole che l'impresa è pressoché impossibile, ma sono appunto un gruppo, non sono soli. Forse insieme ce la possono fare.

"L'istinto di sopravvivenza: Valka"

Tutti i fuggitivi, più o meno, sono stati spediti nel gulag per reati legati a motivi politici. Tutti tranne uno: Valka, interpretato da un ottimo Colin Farrell. Valka non centra nulla con la politica, ammira sia Lenin che Stalin ma è semplicemente un criminale, ladro e assassino. Janusz fa subito, in maniera indiretta, la sua conoscenza quando, a sangue freddo, uccide a pugnalate un compagno di baracca reo di non avergli regalato un maglione.

La cricca dei criminali domina il resto dei prigionieri, ma non sono come dei kapò. Le gerarchie fra prigionieri sono molto più sfocate rispetto ai lager nazisti (Weir stesso non si sofferma su questi particolari più del minimo indispensabile), ma senza dubbio possiedono dei privilegi che gli altri non hanno. Non si comportano diversamente dai prigionieri delle carceri, formano un gruppo a parte rispetto agli altri, ma essendo confinati in un gulag e non in un normale carcere, è facilmente intuibile l'estrema pericolosità di questi individui.

Valka infatti è uno di loro ed ha un vizio: il gioco e, cosa ancor peggiore, perde accumulando debiti che non può pagare.

Venuto a conoscenza del piano di fuga di Janusz, lo convince non certo con le buone maniere ad unirsi ai fuggitivi. Dopotutto per Janusz anche un criminale può essere utile, considerato che ha in possesso uno strumento fondamentale per la sopravvivenza: un coltello, che lui stesso ha battezzato "Il Lupo".

Valka è un elemento estraneo al gruppo, ma in maniera sottile ne influenza le sue dinamiche. Tutta la prima parte del viaggio verso la prima tappa, il lago Baikal, i personaggi rimangono più in disparte facilitando il ritmo della pellicola. Emergono principalmente ruoli e compiti che ognuno dei componenti deve portare a termine nel miglior modo possibile. Cacciare, accendere un fuoco, cucinare le poche prede a disposizione, procurarsi la legna. Ognuno ha la sua funzione.

Valka con la sua natura animalesca uniforma i comportamenti degli altri componenti del gruppo. Se c'è da rubare il cibo nelle fattorie per nutrirsi, verrà fatto ("Se non ti va di rubare, allora morirai mentre mi guarderai mangiare"), si mangerà qualsiasi cosa purché sia commestibile e necessario per sopravvivere ("Pesce? Io non mangio pesce." "Allora morirai"). Se fosse in grado di sopravvivere da solo, non esiterebbe a lasciare il resto del gruppo. E' consapevole che solo in gruppo possono avere una possibilità di speranza.

Speranza che lui incarna in Janusz verso il quale nutre una strana forma di rispetto, mista tra l'adesione al sogno di un folle e le sue effettive capacità di comando e carisma, che ne hanno fatto un capo naturale, perché è l'unico tra tutti ad avere una idea, pur pazzesca, sul cosa fare e dove andare. Valka quindi si pone a protezione di colui che ritiene il capo, diventando una specie di guardia del corpo di Janusz ("Tra te e la morte ci sono io e il Lupo").

Sul lago Baikal, dopo aver superato ogni tipo di ostacolo, Valka esaurisce il suo compito e lascia il gruppo non superando il confine con la Mongolia. La prima fondamentale fase della fuga, in cui venivamo meno gli scrupoli a favore della sopravvivenza, è terminata. Per Valka non è importante la libertà, lo scopo era fuggire da quella prigione e mettere più distanza possibile tra lui e il gulag. Il mondo è pieno di prigioni e Valka è abituato a quel mondo. Non è un peso per lui.

Sul lago Baikal avviene inoltre un ideale passaggio di consegne tra Valka e l'altro personaggio destinato anch'esso ad influenzare le dinamiche di Janusz e del suo gruppo, ma in maniera diversa: Irina (Saoirse Ronan).
La Mongolia stessa non rappresenta più un rifugio sicuro: lo stalinismo è arrivato anche lì, quindi bisogna arrivare in Tibet e successivamente in India.

"La coesione: Irina"

Imprigionata in un campo, la polacca Irina si unisce al gruppo sulle rive le lago Baikal. La sua funzione si rivelerà in maniera profondamente diversa da quella di Valka. Con quest'ultimo il gruppo di persone era unito più per supplire, con il numero, ad uno stato di necessità. Con Irina il gruppo scoprirà la forza di coesione interna e riscoprirà soprattutto uno spirito di solidarietà e sacrificio verso il proprio compagno, che la prima parte del viaggio e specialmente il lungo periodo di prigionia aveva indurito.

Il Mr. Smith di Ed Harris, l'americano del gruppo, aveva dimenticato il significato della parola solidarietà, ma la presenza di Irina gli permetterà riemergere dall'oblio a cui si era condannato per la morte del figlio, instaurando con la ragazza un autentico rapporto filiale.

Grazie ad Irina i personaggi emergono in maniera più evidente, si conoscono, si scambiano le loro esperienze di vita passata ed in tutto questo Irina ne rappresenta il collante, fino alle estreme conseguenze quando perirà di sete nella traversata del Deserto del Gobi. Non sarà lasciata sola, ma le rimarranno accanto fino alla fine, comportamento impensabile se riferito alle loro vicende di qualche tempo prima all'interno della foresta siberiana.

Con quel suo rapportarsi ad ogni componente semplicemente parlando ad ognuno di loro e scambiando le proprie impressioni con gli altri ha permesso ad uno sparuto insieme di persone di diventare una vera unità, che si sostiene nei momenti di difficoltà, pronto ad aiutarsi reciprocamente, rinunciando a ruoli fino a quel momento acquisiti. Lo stesso Janusz ridimensiona la propria leadership che gli era stata attribuita in nome del gruppo. Il suo unico scopo è quello di tornare in Polonia, dare corpo a quegli squarci onirici della propria casa che riecheggiano tra gli ululati del vento siberiano e i miraggi del Deserto del Gobi. Liberare sua moglie dal peso del rimorso è la tappa finale della sua via del ritorno.

Lo spirito di solidarietà umana è alla base per un miglior superamento di ogni difficoltà. La funzione del viaggio nel film di Weir è chiaramente una metafora purificatrice da quelle ideologie nefaste basate sulla sopraffazione del più forte e sull'uso della forza nei confronti del più debole. Dall'Unione Sovietica, patria del comunismo scivolata nello stalinismo totalitario, passando per la Mongolia, dove è stato appena esportato fino al Tibet, dove da lì a poco sarà soggetto alla dominazione maoista. Una fuga continua da una prigione spirituale più ampia di un gulag.

La solidarietà è un piccolo collare repellente dato da un pescatore del lago Baikal per respingere le fastidiosissime zanzare, una borraccia d'acqua donata da un ragazzo nomade in pieno Deserto del Gobi, l'ospitalità del Tibet e l'arrivo finale in India, patria del Mahatma Gandhi.

Nel film di Weir la Natura si rivela nei suoi molteplici aspetti: potente e minacciosa, ma allo stesso tempo sono dagli incontri con le persone più legate alla Natura stessa, che a degli apparati statali totalitari, che arriva il maggior aiuto.

La particolarità di "The Way back" sta proprio in questa sua semplicità di fondo che riecheggia il classico cinema di avventura, fatto di scenari naturali meravigliosi (in questo, la scelta di tali scenari ha sicuramente influito uno dei produttori del film, la Sezione Intrattenimento del National Geographics), risaltati dalla stupenda fotografia di Russell Boyd. Scenari che rimandano al "Gallipoli" dello stesso Weir, almeno a livello visivo, ma anche al "Dersu Uzala" di Kurosawa sui valori dell'amicizia e solidarietà umana.

Una scelta produttiva più indipendente e lontana dagli studios hollywoodiani, ma sostenuta dall'ottima qualità del parco attori che contribuisce in misura notevole alla riuscita del film.

Malgrado questo i distributori probabilmente non hanno creduto a questa pellicola, stampandone pochissime copie e facendola scomparire dai cinema molto presto ed è un peccato visto che mai come in questo caso un film con scenari maestosi e la bellezza della colonna sonora si sposa alla perfezione con il grande schermo. Forse è proprio il suo sapore troppo "classico" ad aver impaurito gli esercenti, così da giudicarlo superficialmente fuori moda. Certamente non c'è computer grafica altamente sofisticata, ma ci sono i migliori "effetti speciali" del mondo: la Natura.

"Forse moriremo, ma almeno sarà da uomini liberi"

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Recensione a cura di The Gaunt - aggiornata al 09/07/2012 11.26.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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