Recensione verso sud regia di Pasquale Pozzessere Italia 1992
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Recensione verso sud (1992)

Voto Visitatori:   7,25 / 10 (2 voti)7,25Grafico
Miglior attrice protagonista (Antonella Ponziani)
VINCITORE DI 1 PREMIO DAVID DI DONATELLO:
Miglior attrice protagonista (Antonella Ponziani)
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locandina del film VERSO SUD

Immagine tratta dal film VERSO SUD
 

Paola esce di prigione. Eugenio caracolla per le strade di Roma, imbevuto d'alcool e a caccia d'elemosine da rubare nelle chiese. S'incontrano in una mensa per poveri e non si lasciano più. Vanno a vivere in una casa non finita, poi rapiscono il figlio di lei, tenuto in ricovero presso un istituto. Infine decidono di partire scegliendo come meta Taranto, alla ricerca d'un lavoro o solo di maggiori speranze. Eugenio però è costretto a tentare una rapina in un supermercato e muore dopo essere stato colpito da un proiettile. Paola, allora, scappa in Grecia col bambino.

In questa sua opera d'esordio, il pugliese Pozzessere usa uno stile limpido, secco, scarno, nel deliberato intento di prosciugare i canoni narrativi della coppia di fuggiaschi maledetti. "Verso sud" spinge la parabola dei propri protagonisti in un'evasione illusoria, priva d'un autentico altrove. Lo sguardo è emotivamente palpitante eppure impassibile, rivolto allo studio del mondo reale con la scelta d'un approccio quanto più osservativo. Il film si regge su pochissimo, nei dialoghi e negli episodi, ancorato alla profondità della visione piuttosto che alla portata fabulatoria. Non a caso Pozzessere ha dichiarato: "Io volevo che i personaggi parlassero poco, volevo che i dialoghi fossero frammentati proprio perché mi interessava rendere la difficoltà nella comunicazione. Anche la trama: qualcuno mi ha detto che avrei dovuto far accadere più cose, ma io volevo che tutto avvenisse attraverso la sottrazione, non attraverso il pathos".

Il cineasta percorre la gabbia urbana di Roma lasciando che essa, con la sua soffusa nonché dissimulata aggressività, s'impossessi dei due personaggi principali, ne plasmi il malessere, ne configuri lo sbandamento. L'ambiente cittadino d'entrambi gli outsider di "Verso sud" definisce e denuncia una geografia del disagio. Con una sensibilità per il panorama metropolitano che ricorda Antonioni, Pozzessere fa di Eugenio e Paola dei dispersi segnati da un'indigenza fin nei bisogni più elementari. Il loro primo incontro durante il pasto nel refettorio è l'inizio d'una condivisione che parte dalla necessità vitale del cibo. Il loro primo amplesso avviene dentro la toilette d'un vagone ferroviario fermo e vuoto nell'orario notturno. I loro corpi si cercano, hanno di nuovo fame ma stavolta di calore, contatto e fisicità. Pasolini, in "Salò", aveva dimostrato l'analoga esigenza gettando due giovani nudi sopra un gelido pavimento di marmo, in attesa dell'inevitabile abbraccio. Eugenio e Paola sono anche senza denaro e dunque disposti a qualsiasi lavoro. Non si cancella dalla memoria la scena del loro girovagare in piena notte da un cassonetto della spazzatura a un altro, per il recupero del cartone e di materiale riciclabile. La cinepresa li inquadra con un movimento circolare, quello tipico per trasmettere il senso dell'unione fusionale di coppia, solo che in questo caso i due fanno tutt'uno con l'immondizia in cui rovistano. Infine tentano il grande azzardo, il rapimento del piccolo Chicco, un bimbo di quattordici mesi figlio di Paola e ospitato in un istituto in attesa dell'affidamento. Scappano via assieme, nel miraggio d'un nucleo familiare armonioso, faticosamente ricostruito. Ma il film nega comunque la fuga, ne disconosce il valore positivo almeno quanto ne riconosce il desiderio come imprescindibile. Così emerge e s'esplicita il sotterraneo senso del religioso che struttura l'intera storia, la quale, in definitiva, non è che una versione laica della "fuga in Egitto" della Sacra Famiglia cristiana. Eugenio è un padre putativo come Giuseppe, destinato a morire prima di Maria e del Figlio, e la sua morte tra le braccia di Paola rimanda alla "Pietà" di Michelangelo.

Il film d'esordio di questo trentacinquenne è un'opera fuori moda, genuina, sanamente minimalista poiché umile ma sicura, povera di mezzi ma ricca d'idee, che esplora con quanta meno retorica possibile lo sfascio d'un ideale di vita ormai sociologicamente considerato al tramonto.

Mauro Lanari

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Recensione a cura di Hal Dullea - aggiornata al 18/09/2008

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