Recensione attacco al potere - olympus has fallen regia di Antoine Fuqua USA 2013
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Recensione attacco al potere - olympus has fallen (2013)

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locandina del film ATTACCO AL POTERE - OLYMPUS HAS FALLEN

Immagine tratta dal film ATTACCO AL POTERE - OLYMPUS HAS FALLEN

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Certa filmografia USA contribuisce naturalmente ad instillare sentimenti di antiamericanismo. Dalla storica serie WWF ("Why we fight"), celebrazione promossa dal Roosveltiano Frank Capra in forma documentaristica sull'entrata degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, passando per interi generi nati con il preciso intento di esaltare i valori della Nazione e contrapporli alla spietatezza del nemico, straniero e invasore. I brutti sporchi e cattivi nel western erano identificabili con i pellerossa e i peones messicani, mentre nella fantascienza sono stati gli alieni a incarnarsi metafora prima della minaccia comunista durante la guerra fredda e del terrorismo talebano dall'11/9 in poi.

Adesso, è di poche ore la notizia dell'armistizio stracciato dalla Corea del nord, l'America è già pronta a sfornare la risposta filmica al pericolo nucleare con gli occhi a mandorla: "Attacco al potere - Olympus has fallen", dove per Olympus s'intende il monte degli Dei, umanamente impossibile da espugnare. Titolo e slogan usato per pubblicizzare l'uscita del film, "Quando la libertà è in ostaggio non esiste negoziazione", sono la premessa più che sufficiente che funge da preparazione al pippone patriottico. Se ciò non bastasse, vi si aggiungono in locandina, sovrimpressi alla White House in fiamme, vigorosi mascelloni e American Dads sulla linea di partenza per il sacrificio (il Presidente Aaron Eckhart, l'agente dei servizi segreti Gerard Butler) spalleggiati in assoluta equità numerica da antagonisti di colore (il Portavoce della Casa Bianca Morgan Freeman e la Consigliera Angela Bassett). Una macchia che affannosamente non si perde occasione di lavare, e che recentemente si è mandata in centrifuga a 800 giri nell'opera monumentale "Lincoln".

Ma ecco, basterebbe la sola immagine spot ad esplicitare gli intenti della trama ed evitare allo spettatore, disinteressato di effetti speciali, di sedersi sulla poltrona. Senonché qui c'è un grande assente per cui vale la pena soffermarsi, l'avversario, perfettamente visibile, strutturato nella sceneggiatura.

Il critico cinematografico Roy Menarini ha parlato di "retorica della nuova barbarie", per descrivere le modalità di rappresentazione del contemporaneo cinema born in the Usa. Modalità influenzate dall'esponenziale esibizione di immagini violente, di torture e decapitazioni via web proposte dai media, che hanno paradossalmente "controbilanciato un orrore virtuale, quello delle Torri Gemelle, in cui l'enormità della tragedia non possedeva altro che lo spettacolo mostruoso del World Trade center in fumo e l'immaginazione sull'agonia delle vittime."

Il terreno su cui si gioca "Attacco al potere" è collocabile perfettamente in quest'ottica, perché concreto e sanguinoso. Gli estremisti nordcoreani non mostrano alcuna compassione per gli ostaggi, infliggono pene, picchiano e uccidono le donne. Alla crudeltà ipotizzata, in arrivo da un "altrove" ignoto, si sostituisce un pericolo che riesce ad insinuarsi con facilità nella fortezza, nell'Olimpo indistruttibile, e a prenderne per un attimo il controllo seminando morte e dolore.
E' una vera e propria provocazione di guerra quella firmata dal regista Antoine Fuqua, che esorta i musi gialli a rinunciare, pronosticando l'unico epilogo possibile, consacrato liricamente a suon di imprese a rallenty, struggenti primi piani melò, salvataggi in extremis. Quanto basta per accendere il desiderio di bruciare bandiere davanti alle ambasciate.

In un'intervista l'autore ha dichiarato: "Molta gente mi ha detto che la visione della pellicola li ha fatti sentire più patriottici e desiderosi di combattere per questo paese".

Se le reazioni dei fondamentalisti col turbante erano imprevedibili, ma tutto sommato gestibili, in questo caso il bottone da schiacciare genererebbe conseguenze d'immane portata. Ed allora sarà davvero il caso di recitare il mantra tanto caro ad Hollywood quanto ai ghost writers dei discorsi presidenziali: "God bless the United States of America".

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Recensione a cura di Paola Gianderico - aggiornata al 26/03/2013 17.22.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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