Recensione burn after reading - a prova di spia regia di Joel Coen, Ethan Coen USA 2008
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Recensione burn after reading - a prova di spia (2008)

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locandina del film BURN AFTER READING - A PROVA DI SPIA

Immagine tratta dal film BURN AFTER READING - A PROVA DI SPIA

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Osbourne Cox (John Malkovich), analista della Cia, viene da un giorno all'altro allontanato dal suo incarico per problemi con l'alcool. Egli piomba in una prevedibile crisi, mentre la moglie (Tilda Swinton) diventa l'amante di uno sceriffo federale affetto da intolleranze alimentari e manie igieniche, tal Harry Pfaffer (Clooney).
Nella periferia di Washington, in una palestra, una donna di mezza etÓ, Linda Litzke (la McDormand, moglie nella vita di Joel Coen), sogna continuamente interventi estetici che non pu˛ permettersi di pagare e, quindi, di incontrare la sua "anima gemella".
Un inserviente della palestra trova negli spogliatoi un dischetto di informazioni riservate della Cia: Linda ed un suo collega vagamente idiota (Pitt) decidono di partecipare a un gioco pericoloso: scoprono il nome del proprietario del dischetto, che Ŕ Osbourne Cox, e decidono di ricattarlo.
Iniziano una serie di equivoci che porteranno a eventi ora comici ora drammatici, fino a un imprevisto finale.

"Burn after reading" Ŕ un film bifronte: non Ŕ facile da collocare nŔ nella cinematografia Usa di questi anni nŔ nella carriera dei Coen.
La sua apparente esilitÓ in realtÓ confonde anche gli spettatori: perchŔ - nonostante tutto - ci troviamo di fronte ad un film ricco di trovate, ma ancor pi¨ di intenzioni, che forse una causticitÓ maggiore avrebbero reso con maggiore efficacia.
E' facile vincere la diffidenza e dichiarare senza mezzi termini che il film Ŕ un giocoso divertissment dei Coen alle prese con una parodia delle spy-stories americane (come "Austin Powers" lo era di quelle inglesi), ma tutto ci˛ esaurisce l'importanza di un film minore (ma non a caso il migliore tra i minori) della filmografia dei fratelli americani.
Anche se in qualche frammento "A prova di spia" (titolo appellato nella distribuzione italiana) pu˛ ricordare il vetriolico cinismo di "Fargo", il film rappresenta qualcosa di diverso.
E' un cinema che in qualche modo si ricollega alla commedia di John Landis (da cui eredita la stralunata isteria dei personaggi): commedia degli equivoci, "Burn after reading" suscita un certo interesse sia per la capacitÓ dei Coen di parodiare le attese star del casting (Clooney con le sue fobie alimentari, Pitt IPod-dipendente e meno sprovveduto di quanto si creda, ma soprattutto un Malkovich luciferino e nevrotico al meglio di se stesso) sia per l'impatto emotivo che i due fratelli riescono a innescare in un contesto che vorrebbe/dovrebbe essere esclusivamente quello (appunto) del divertissment d'autore.

I personaggi del film hanno tutti sogni alimentati dal desiderio di apparire (le memorie dell'ex-spia Osbourne Cox, la chirurgia estetica per Linda), ma le ferite dell'11 Settembre non sembrano ancora rimarginate (l'ossessione del terrorismo, la paura di finire nella rete del controllo dei servizi segreti, il ricatto come forma di alienante risorsa rispetto alla fragilitÓ delle grandi organizzazioni secolari rispetto al passato). Le scene clou del film riguardano proprio questi aspetti, questo tangibile bisogno di affrontare il climax della passata (o ritrovata?) guerra fredda in un tentativo di ribaltare antiche convenzioni: non a caso i russi nel finale, privilegiati o famigerati, intervengono a rassicurare lo spettatore che certi dogmatici clichŔ non incontreranno pi¨ i loro favori, e la loro presenza.

Nella sua inappuntabile perfezione, "Burn after reading" non riesce per˛ a graffiare come avrebbe dovuto, complice anche la manipolazione dei Coen che - dopo la prova magistrale dell'adattamento del romanzo di McCarthy "Non Ŕ un paese per vecchi" - ritrovano vecchie strade, ma imprimendo ancora una volta troppo calcolo e troppo manierismo (macchiettismo?) nei loro personaggi.
Eppure il film Ŕ delizioso: per l'interpretazione di Malkovich, per la capacitÓ di Clooney e Pitt di parodiare se stessi, per la Swinton (nei panni della moglie adultera di Osbourne-Malkovich), per una McDormand che ricorda tanto certe attrici Altmaniane (impagabile quando cerca i single nel parco: trovando Clooney seduto in panchina non ha/avrÓ difficoltÓ di scelta?!) e per un finale che, preceduto dagli esilaranti incontri di un'ispettore della Cia con un suo collaboratore, cita involontariamente Billy Wilder (nel ricordo di McNamara e della sua beffa capitalista) e sembra davvero smussare gli angoli e le tensioni dichiarando che, in fondo, tutta questa storia parla del potere di chi lo esercita e di chi lo preserva: a ciascuno il suo.

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Recensione a cura di kowalsky - aggiornata al 19/09/2008

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