Recensione da morire regia di Gus Van Sant USA, Gran Bretagna 1995
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Recensione da morire (1995)

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locandina del film DA MORIRE

Immagine tratta dal film DA MORIRE

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Immagine tratta dal film DA MORIRE
 

"Da morire" è un film della metà degli anni '90 un po' sottovalutato dalla critica e dal pubblicok, che non sono riusciti a cogliere la considerevole portata mediatica del suo messaggio.
Il film ha per soggetto lo stravagante mondo dei media, analizzato nei suoi aspetti più paradossali e torbidi ed è magistralmente diretto da Gus Van Sant, che si avvale di una straordinaria Nicole Kidman capace di dare un'immagine della protagonista Suzanne molto credibile, sostanziale, fedele riflesso del mondo reale; un'interpretazione che la porterà a un meritato Golden Globe.

Il racconto ha un andamento sardonico, capace di mettere in ridicolo tutta una vanitosa forma mentis caratterizzante gran parte del mondo dei media americano.

La pellicola è stata girata negli Stati Uniti a Little Hope, nel New Hampshire, a sei anni dalla caduta del muro di Berlino, avvenimento storico quest'ultimo che porterà a un progressivo cambiamento strategico della politica dei media televisivi di tutto l'occidente.
"Da morire" è forse il film che più di tutti è riuscito a trasmettere degli anni '90 la dimensione dei profondi cambiamenti mediatici, mostrando con le immagini gli aspetti più significativi della nuova era televisiva, dominata dal cosiddetto reality show, un modo di fare televisione tuttora in voga, consistente in una immissione diretta della realtà nello spettacolo, nel nobile intento di dissolvere la finzione professionale dell'attore a vantaggio di una spontaneità dei personaggi più vicina alla realtà delle cose.
Il reality aveva lo scopo di mostrare al pubblico alcuni dettagli significativi della personalità dei protagonisti e di far conoscere meglio, perforando la finzione tipica dell'attore, gli aspetti più autentici della personalità di ciascuno e del loro vivere quotidiano. Ma l'ambizione di far vedere certi personaggi così come essi effettivamente erano, nel più profondo, procurando agli spettatori il piacere dello spettacolo dell'improvvisazione e dello svelamento a sorpresa, risulterà fallimentare, perché di fronte alla macchina da presa ciò che doveva apparire come una condotta spontanea non era in realtà altro che un nuovo, originale condizionamento, dal quale non potevano che scaturire comportamenti pesantemente manierati e stucchevoli.

Questo nuovo gioco TV non rilasciava alla fine che un'immagine negativa dei personaggi, spesso dissociata e volgare, deludendo ogni seria aspettativa tesa a conoscere anche con la TV il mondo reale diretto. I personaggi protagonisti giocavano a dire un vero sempre immaginato, supposto, privo di un fondamento reale, disimpegnato da ogni ricerca seria stilistica.
Nonostante l'evidente falsità del reality, questo nuovo prodotto dei media avrà sempre più successo, condizionando vistosamente anche gran parte del mondo politico e istituzionale.

"Da morire" è la raffigurazione sprezzante e derisoria di una giovane e bella donna borghese, Suzanne Stone (Nicole Kidman), annoiata, di dubbia intelligenza, vanitosa, ma desiderosa dopo gli studi accademici sui media di affermarsi con ogni mezzo nel mondo televisivo per godere dei piaceri della notorietà ed esercitare sugli altri una forte autorevolezza, mai giustificata da vere qualità professionali.
Suzanne, molto sicura di sé, aspira a divenire autrice di prodotti televisivi basati su interviste scolastiche con oggetto i giovani del posto. Il suo lavoro risulterà scadente perché basato su domande poco meditate, grossolane, fuori da ogni contesto reale, Suzanne però pensa che nonostante la loro mediocrità esse possano lo stesso acquistare valore se ben associate a un episodio di sangue coinvolgente l'autrice, ad esempio un omicidio dai moventi oscuri: qualcosa capace di fare notizia noir, in cui il mandante magari sia l'autrice stessa che verrebbe poi a lungo indagata e alla fine scagionata per mancanze di prove.

L'ambizione sfrenata della donna è priva di regole, appare sempre lontana da ogni elementare contegno. L'altruismo le è del tutto estraneo, ed il cinismo della donna arriverà a un punto tale da respingere ogni richiamo del marito a un'esistenza centrata sull'amore per la famiglia e la piena dedizione all'avvenire dei figli.
Suzanne fa uccidere il marito utilizzando il proprio amante-ragazzo Jimmy (un eccezionale Joaquin Phoenix), conosciuto nelle interviste scolastiche e facilmente influenzabile perché pazzamente innamorato di lei. A sua difesa Suzanne costruirà per il tragico fatto un movente sociologico, legato al mondo della droga e della delinquenza minorile, affermando in TV che il proprio marito avrebbe trovato la morte per mano di alcuni spacciatori.
La donna, grazie al proprio status simbol di donna borghese rispettata e bella, è sicura di farla franca e scarica il peso di alcuni indizi, legati alla provenienza dell'arma da fuoco, sull'amica depressa Lydia (Alison Folland).
Suzanne non avrà mai ripensamenti sul delitto, e decide di eliminare il marito Larry Maretto (un Matt Dillon sotto tono) perché lo sente lontano da lei, dal suo importante lavoro mediatico, dai suoi progetti ambiziosi, lo percepisce nella mente e nel corpo come una persona ordinaria, un vero e proprio ostacolo alla sua scalata televisiva; l'uomo è gestore con il padre di un ristorante e ha sempre idealizzato il matrimonio, vuole realizzare una famiglia per bene tipica, come viene mostrata tutti i giorni dalle TV americane, onorata e rispettata da tutti, sempre più benestante e trasgressiva quanto basta per compensare il disagio che una scelta definitiva comporta.

Il film è ricco di un linguaggio visivo divertente, altamente comunicativo, costituito da innumerevoli articolazioni ad incastro, esaltato da un montaggio curato alla perfezione, che mette ben in relazione la creatività fotografica con la realizzazione della sceneggiatura.
Molto bene l'alleggerimento del linguaggio verbale con quello visivo, ad esempio quando le famiglie di Suzanne e di Larry si trovano riunite davanti alla macchina da presa per uno show televisivo sul delitto Larry, il padre si Suzanne rispondendo a una domanda su come considerava Larry all'epoca del fidanzamento iniziale con sua figlia risponde di aver avuto in un primo momento qualche perplessità sulla famiglia Maretto, cui apparteneva Larry, perché il cognome ricordava numerose famiglie mafiose americane; il padre di Suzanne chiede scusa al padre di Larry per l'insinuazione, al che il padre di Larry dice "non c'è di che" e subito appare alla sua mente la zona in cui morì Suzanne, accompagnata dall'urlo di Suzanne che sta per affogare nel lago ghiacciato, un annegamento da lui voluto per vendicare la morte del figlio; ricordando quella scena in quel momento è un po' come se avesse voluto compensare la pesante umiliazione inflittagli dalle parole del padre di Suzanne con il nome mafia, attraverso il ricordo della vendetta da lui eseguita; una sorta di equilibro pulsionale.
Ogni frase dell'intervista viene accompagnata in ciascun protagonista dello show, da un pensiero parallelo, trasposto in immagine, che attraversa in quel momento la mente di chi parla. Si tratta di una sorta di doppio pensiero espresso con immagini, una tecnica inventata da Hitchcock già nei suoi primi film.

L'omicida di Suzanne è David Cronenberg, famoso regista, che interpreta il ruolo di un killer mafioso commissionato da Joe Maretto padre di Larry. Il sicario si fa passare per un importante produttore televisivo di Hollywood interessato alle sue cassette televisive e ai fatti di sangue di cui lei è uno dei protagonisti e combina con Suzanne uno strano appuntamento, vicino a un lago ghiacciato della periferia, motivandolo come un necessario incontro segreto, lontano dagli occhi indiscreti della concorrenza.
Dopo l'impressionante uccisione di Suzanne, la sorella di Larry, appassionata ballerina su ghiaccio, attutisce la pesantezza della tragedia pattinando con grazia sul lago accompagnata da una confortevole musica.
Il film termina con una dichiarazione ironica alla cinepresa dell'amica di Suzanne, Lydia, la ragazza che aveva fornito la pistola dell'omicidio. La povera Lydia per ironia della sorte, lei si, sembra essere richiesta dai media per dei programmi TV.

Da sottolineare le innumerevoli canzoni di successo che si alternano nel film, e la colonna sonora, decisamente azzeccata.

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Recensione a cura di Giordano Biagio - aggiornata al 25/11/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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