Recensione don camillo regia di Julien Duvivier Italia 1952
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Recensione don camillo (1952)

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locandina del film DON CAMILLO

Immagine tratta dal film DON CAMILLO

Immagine tratta dal film DON CAMILLO

Immagine tratta dal film DON CAMILLO

Immagine tratta dal film DON CAMILLO
 

Il film, uscito nel 1951 e tratto dai racconti di Giovanni Guareschi, segna un altro passaggio del filone neorealista. Il regista a cui viene affidata la storia è il francese Julien Duvivier così come francese è il protagonista principale, il simpatico attore leggero Fernandel. Ci si trova così davanti ad una coproduzione, il neorealismo esce dai confini tutti nazionali per tentare un gemellaggio con i cugini d'oltralpe ai quali spesso ci si rivolgerà negli anni a venire per molte altre pellicole di successo di produzione prevalentemente italiana.

Molti attori (tra i tanti l'anziana Vera Carmi nel ruolo di una maestra in pensione) vengono da una tradizione teatrale e anche questo segna il passo con l'abitudine portata avanti negli anni precedenti di "lanciare" molti attori non professionisti destinati tante volte a scomparire dopo aver assaporato brevemente il gusto del successo; non si usa il dialetto che rimane solo come cadenza a dimostrare le origini dei personaggi e, caratteristica di questo film e di quelli che verranno ad esso correlati, viene aggiunta una sfumatura fantastica: il parroco del paesello ha l'abitudine di conversare con il crocefisso della chiesa e di riceverne risposte.
Questa sfumatura decisamente poco affine al mondo neorealista non è però totalmente nuova. Anzitutto occorre dire che l'idea è dello scrittore Guareschi quindi non originale nella sceneggiatura, poi, è d'uopo citare un esempio illustre di uso del fantastico nel cinema di matrice neorealista nel celebre film "Miracolo a Milano" di Vittorio De Sica, contemporaneo all'uscita di "Don Camillo". Il neorealismo "tout court" comunque, agli inizi degli anni Cinquanta, ha esaurito il primo filone per incanalarsi in quello più leggero a metà strada tra la commedia e il cinema rosa che negli anni immediatamente successivi darà origine a pellicole di grande successo come "Pane, amore e fantasia" e "Poveri ma belli".

Tornando all'analisi della pellicola di Duvivier, occorre dire che la scelta di trasporre sullo schermo più racconti di Guareschi ha portato a qualche inevitabile pausa e slegatura ma, d'altro canto, lo sviluppo delle storie può risultare egualmente assai gradevole con un'alternanza di episodi comici e drammatici. Gli attori sono tutti ben misurati: c'è da segnalare il giovane Franco Interlenghi scoperto ancora adolescente da De Sica in "Sciuscià" qui al suo primo ruolo da adulto mentre la presenza femminile pur affidata a solide interpreti è comunque assolutamente di second'ordine.

La parte del leone la fanno i due protagonisti assoluti della vicenda: l'emiliano Gino Cervi, truccato a mò di Stalin con baffoni e cipiglio nel ruolo del sindaco comunista Peppone e il francese Fernandel coadiuvato splendidamente dal doppiaggio di Carletto Romano (voce anche di Jerry Lewis e Hitchcock). Quest'ultimo, pur non italiano, è riuscito a calarsi in maniera impeccabile nel suo personaggio tanto da finire coll'essere identificato con esso nell'immaginario collettivo. I tentativi di rifare don Camillo ad opera di altri interpreti pur bravi e volenterosi come Gastone Moschin e Terence Hill sono infatti miseramente naufragati, consacrando quindi i primi film ispirati al ciclo di Guareschi nell'olimpo della cinematografia nazionale.

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Recensione a cura di peucezia - aggiornata al 17/07/2006

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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