Recensione elizabethtown regia di Cameron Crowe USA 2005
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Recensione elizabethtown (2005)

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locandina del film ELIZABETHTOWN

Immagine tratta dal film ELIZABETHTOWN

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Immagine tratta dal film ELIZABETHTOWN
 

"In quel momento ho capito... il successo, non la grandezza, era l'unico dio che il mondo intero venerava".

Drew Baylor di mestiere fa il designer di scarpe e ha trascorso gli ultimi otto anni della sua vita su di un progetto rivelatosi un fiasco di proporzioni bibliche. Il mondo sembra crollargli addosso, tutto va in pezzi: la carriera, l'amore, le amicizie. L'unica soluzione plausibile pare essere il suicidio. Ecco, però, che arriva la notizia dell'improvvisa scomparsa del padre in Kentucky. In qualità di figlio maggiore spetta a lui il compito di riportarne la salma a casa per organizzare il funerale. Inizia così un viaggio che porterà Drew a riscoprire se stesso.

Cameron Crowe, regista premio Oscar per la sceneggiatura di "Almost Famous", nonché autore di pellicole apprezzate quali "Jerry Maguire" e "Vanilla Sky", offre al pubblico una sorta di rivisitazione del cammino dantesco, con Orlando Bloom protagonista di un percorso che lo porta a guardare dentro di sé e che lo conduce dall'abisso più profondo dell'inferno (il tentato suicidio) alla cima più alta del paradiso (la pace interiore).
Smarrito, straniero nella propria stessa vita, viene soccorso inaspettatamente, preso per mano dal Virgilio di turno che qui ha le fattezze di una dolcissima Kirsten Dunst nei panni dell'assistente di volo Claire Colburn: vitale, ottimista e un pizzico surreale come non mai. Due giovani apparentemente diversi e lontani, ma in realtà così simili e vicini.

"Bisogna perdere tutto per ritrovare se stessi". Si potrebbe riassumere così, con queste poche parole il senso della pellicola diretta da Cameron Crowe; pellicola che gioca parecchio con la teoria degli opposti che finiscono poi per attrarsi, e dove tutto sembra ruotare intorno al paradosso. Paradossalmente, infatti, Drew viene salvato dalla morte del padre con il quale, altro paradosso, ritrova un legame forte solo dopo la dipartita di quest' ultimo. Il fatto stesso poi che Mitch Baylor, padre di Drew, appaia come il personaggio più simpatico dell'intera vicenda (sebbene sia morto e non pronunci una sola sillaba nel corso dell'intero film, vivendo esclusivamente attraverso i ricordi e i discorsi dei protagonisti), la dice lunga su come vengano completamente ribaltati i ruoli canonici.

Circa lo stratagemma degli opposti, i due protagonisti ne sono i primi esponenti. Drew è fondamentalmente un ragazzo introverso e insicuro, tanto che persino la sorella non manca di sottolineare il fatto che il fratello non sia in grado di farsi degli amici; la biondina Claire invece è totalmente agli antipodi, con il suo fare spigliato e disinvolto, condito da quel pizzico di follia che la rende maledettamente adorabile e quella sua capacità disarmante di creare empatia con la gente. Del resto lo stesso personaggio della sempre brillante Susan Sarandon, nel monologo inscenato durante la cerimonia commemorativa del marito dice, facendo riferimento al suo matrimonio: "Noi eravamo completamente opposti, ed ha funzionato!". Insomma chi ha orecchi per intendere, intenda. Il tema della contrapposizione risulta ancor più evidente se si accostano lo stile cittadino di Drew e della sua famiglia in Oregon a quello invece semplice e spontaneo del ramo paterno in Kentucky, con la sua gente genuina ed affabile, lontana anni luce dalla ribalta cittadina. Bianco e nero, luce e ombra si incontrano e si scoprono essenziali l'uno per l'altro, pedine fondamentali della stessa scacchiera, una scacchiera che altro non è che la vita.

Protagonisti assoluti, l'inglese Orlando Bloom e l'americana Kirsten Dunst. Se quest'ultima è ormai considerata una veterana, visti e considerati i suoi esordi in giovanissima età, e dubbi circa il suo talento non ve ne sono, altrettanto non si può dire per il suo partner. La critica non è mai stata troppo indulgente nei confronti del ragazzo di Canterbury, considerato più un fenomeno creato dallo star system che non un attore vero e proprio. Del resto come dar loro torto, viste le performances in "Le crociate", "Troy" o lo sconosciuto "Haven". Fondamentalmente la colpa principale imputatagli è quella mancanza di carisma che a volte alcuni ruoli richiedono, e forse non è un caso come, scorrendo la sua filmografia, si incappi in personaggi totalmente e volutamente privi di una personalità forte. Certo, a volte si è ai limiti della sopportazione, ma qui in "Elizabethtown" è totalmente e sorprendentemente funzionale. Ecco dunque il personaggio di Drew Baylor che pare essere immaginato apposta per lui e con il quale si intravedono molte somiglianze, a cominciare dal fare timido e incerto che si sposa perfettamente con Bloom, qui assolutamente credibile per il ruolo.
Completano il cast la sempreverde Susan Sarandon, apprezzabile in particolar modo per un nostalgico tip-tap sulle note di "Moon River" e un Alec Baldwin sornione nei panni del capo di Drew.

Come già detto, "Elizabethtown" esalta il gioco degli opposti con la razionalità e la disillusione cittadina di Drew, fondersi gradevolmente con la personalità sognante, stravagante e vagamente irrazionale di Claire. Attraverso ciò si assiste ad una celebrazione della gioia di vivere, ad una riscoperta delle cose genuine ed essenziali. Risultato, una commedia ottimista, sincera, fresca e per nulla banale, condita dall'omaggio ai miti dell'America e coronata da una colonna sonora sublime, che racchiude tutta la passione del regista per la musica e che trascina lo spettatore verso un finale "On the road" con sorpresa.
Insomma, Cameron Crowe ci regala una pellicola che sottolinea quanto importante sia guardare alla propria esistenza con serenità, affrontando ogni giorno come fosse un dono prezioso da non sprecare, senza essere troppo severi con se stessi, evitando di piangersi addosso perché in fondo:

"La tristezza è più facile perché è una resa. Vuoi essere grande? Allora abbi il coraggio di restare in circolazione e lascia che gli altri si chiedano cosa hai ancora da ridere".

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Recensione a cura di Luke07 - aggiornata al 20/01/2011 12.02.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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