Recensione gli sfiorati regia di Matteo Rovere Italia 2011
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Recensione gli sfiorati (2011)

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locandina del film GLI SFIORATI

Immagine tratta dal film GLI SFIORATI

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Immagine tratta dal film GLI SFIORATI

Immagine tratta dal film GLI SFIORATI
 

Nel 1990 Sandro Veronesi scrisse il romanzo "Gli sfiorati" prendendo a modello la giovane generazione dei mitici anni ottanta per analizzarne le inquietudini esistenziali e le dinamiche comportamentali. Una generazione che ha cercato di vivere al massimo delle proprie possibilità, cercando di cogliere tutto quello che gli girava attorno, quasi a sfiorarla, anche se nulla era sentito come veramente importante.
Erano gli anni del (secondo) boom economico e del benessere, gli anni dei Duran Duran e degli Spandau Balet, dei paninari e della moda kitch, dei flipper e dei biliardini, dei telefoni a gettoni e dei pantaloni a zampa di elefante.
Era la generazione dei mattoncini Lego e dei mangianastri a cassette, di Magnum PI e dei Puffi, dell'incredibile Hulk e di Goldrake.
Era la generazione che ha avuto libertà e fallimenti, successi e sconfitte.
Era la generazione che "ha avuto tutto (o quasi) senza afferrare niente".
Era la generazione dei protagonisti del libro, dei Mete, dei Bruno e dei Damiano e di tutti quelli che li hanno sfiorati girandogli intorno; ed è la generazione dei protagonisti del film di Matteo Rovere, anche se la storia non si svolge più negli anni '80 ma ai giorni nostri.
Perchè, se è vero che le atmosfere, lo stile di vita, le condizioni economiche non sono più quelle di allora, uguali sono rimasti le inquietudini, le insicurezze, i timori, lo smarrimento, l'irresolutezza, la confusione, che non hanno smesso di turbare gli animi dei giovani di ieri come di oggi.
Ma se i giovani di ieri erano figli di un'Italia immersa in un benessere soffuso, quelli di oggi sono figli della precarietà e dell'insicurezza; sono giovani che si propongono come duri e privi di sentimenti, e per questo, troppo frettolosamente tacciati di superficialità e di mancanza di sensibilità. Giovani che amano solo sfiorare le cose e a cui piace solo essere sfiorati, costantemente preda dell'angoscia del vivere sociale.
Come Mete, il protagonista, un giovane ed esperto grafologo romano ancora scosso per la recente morte della madre.

Solitario ed introverso, Mete non riesce ancora a dimenticare l'abbandono del padre.
Un padre sui generis che, da un giorno all'altro, ha abbandonato lui e sua madre per amore di un'altra donna, una spagnola dalla quale ha avuto una figlia, Belinda.
Una sorellastra che il ragazzo quasi non conosce per non averla frequentata e praticamente mai vista in passato.
Adesso suo padre è tornato per sposare la donna che ama da venti anni e vorrebbe coinvolgere suo figlio nella sua vita disordinata e alquanto irregolare. Per questo, nella settimana che precede il matrimonio, quasi costringe il figlio ad ospitare la sorellastra nel suo appartamento di Roma. Poco più che un'adolescente, Belinda è una ragazza molto giovane, seducente e sfrontata, che trasforma la casa di Mete in un bivacco: passa tutto il giorno mollemente adagiata sul divano, con una corta maglietta e un paio di mutandine addosso, e uno spinello perennemente tra le labbra, a guardare la televisione, che accende di azzurrognolo i riflessi dei suoi capelli biondi. Uno sguardo il suo che sembra guardare tutto e soffermarsi su niente.
Non hanno nulla in comune Mete e Belinda (spregiudicata e disinvolta lei, taciturno e fragile lui), eccetto quel padre distante e solo sfiorato: non sono figli della stessa madre, non parlano la stessa lingua, abitano in due città diverse, appartengono a mondi diversi, eppure tra loro nasce un legame ambiguo e scabroso, che giorno dopo giorno, per Mete, assume i contorni dell'ossessione erotica che lo porta, nonostante faccia di tutto per evitarlo, a pensare continuamente a lei e al suo corpo sensuale e procacemente esibito.
Turbato da quella presenza, Mete prova a correre via dalla ragazza e stare il più possibile fuori di casa, a sognare altri mondi e altri incubi, in compagnia delle persone che gli stanno attorno, Bruno e Damiano, i suoi due migliori amici, i più sfiorati di tutti, che cercano come possono di distrarlo da quella pericolosa fissazione.

Damiano è un giovane e inquieto agente immobiliare, donnaiolo vacuo e incallito, per far colpo sulle donne spaccia come suoi i lussuosi appartamenti in vendita, e li usa come garçonnière dove andare a letto con la ragazza di turno.
Bruno è grafologo e datore di lavoro di Mete, un giovane dall'aspetto dimesso e un po' sovrappeso, divorziato e senza casa, dorme in ufficio a causa degli affitti troppo onerosi ed è particolarmente sfiduciato perché, alle prese con una difficile separazione, riesce a vedere molto saltuariamente la figlioletta.
Poi c'è Beatrice, pierre in carriera, egocentrica e instabile, ambiziosa e depressa, animatrice delle feste bene della Roma by-night, affetta da improvvisi sbalzi umorali, va a letto con chi capita ma è bisognosa di premure e sogna il grande amore e un uomo che si prenda cura di lei.
Bruno ha una sua teoria grafologica, per cui gli sfiorati sono persone prive di punti fermi nella vita, alla continua ricerca di quel tassello mancante che impedisce il raggiungimento pieno della felicità. Si riconoscono dalla grafia perchè hanno stili di scrittura diversi nella stessa frase. Per cui la più sfiorata di tutti è proprio lei, Belinda, passione incontenibile e oggetto del desiderio impossibile di un Mete vittima di quell'attrazione fatale da cui faticherà a liberarsi, perennemente in bilico tra i solidi principi borghesi e la fascinazione del proibito.

Un racconto più sulle ossessioni erotiche che sull'incesto questo film, ambientato in una Roma luminosa, dai colori accesi che si riverberano sui suoi palazzi disabitati, sulle sue strade, i suoi monumenti, i suoi vicoli, sui manifesti pubblicitari, sui tanti murales; i Fori Imperiali, Piazza Navona, il Campidoglio, sono facce di una capitale della futilità, che si fa specchio degli stati d'animo dei personaggi "sfiorati" della storia, specchio di quell'isolamento forzoso in cui vagano, irrequieti e fragili e tanto, tanto insicuri.
Nel libro di Sandro Veronesi il termine sfiorati era sinonimo di superficialità, nel film di Matteo Rovere - giovane regista al suo secondo lungometraggio dopo Cattive ragazze - identifica una generazione priva d'identità, confusa, insaziabile, senza punti di riferimento, che vive le esperienze profondamente ma in maniera mutevole e non ha il coraggio di affrontare le dinamiche scomode della vita; una generazione incapace di intuire,o di precorrere gli effetti che un avvenimento, o un'azione, determinerà sul resto della sua vita.
Il film - che comincia dalla scena conclusiva e ripercorre in un lungo flash back gli accadimenti che hanno condotto fino a quel punto - vive della forza della passione che esplode tra Mete e Belinda, una passione che cresce per tutto il film, si fa assillo, per mutare di significato in un finale amaramente spensierato, e forse un tantino di cattivo gusto, in cui una apparentemente felice famigliola allargata corre in macchina per il centro di Roma per festeggiare le nozze, cantando a squarciagola "Più bella cosa" di Ramazzotti.

In sostanza "Gli sfiorati" affronta una vicenda dal tono universale, in cui rivivono quelle emozioni e quelle sensazioni che sono il sale della vita quotidiana.
A volte quei fremiti ci sfiorano appena, altre volte entrano in profondità nel nostro intimo e segnano indelebilmente il nostro modo stesso di essere e di interagire. E allora succede che quel cammino di formazione che si era evitato di affrontare, diventi necessario e urgente da percorrere per intero, fino in fondo.
E' questo ciò che fa Mete, smette di sfiorare e di farsi sfiorare dalla vita e, pur paventandone gli effetti, accetta di farsi travolgere da quelle dinamiche che il senso comune reputa non accettabili. E così il suo percorso di formazione rimarrà segnato da una ferita che difficilmente potrà mai guarire.
Il film di Rovere diventa pertanto il ritratto di una generazione "liquida"; un ritratto che rispecchia la realtà che stiamo vivendo, in cui si è tutti alla ricerca di un qualcosa che ci è mancato, ma anche una riflessione sull'Italia degli ultimi anni, una terra di contrasti, disorganizzata e fragile.
Con questo film Matteo Rovere fa un lodevole tentativo (abbastanza riuscito, diremmo) di uscire al di fuori dagli stereotipi usurati della commedia italiana più recente, per portare all'attenzione del pubblico giovane (e meno giovane) un cinema cosiddetto d'autore; un cinema curato e di scrittura, mai affettato o superficiale. A nostro parere ci riesce piuttosto bene e con una certa coerenza, anche perché tratta di un argomento alquanto difficile e delicato, che lascia addosso un senso spossatezza, come la sintomatologia del malessere che attanaglia i protagonisti, capaci solo di assorbire la pesantezza della vita e di lasciarsela scivolare addosso.

Forse il film soffre un po' nella sceneggiatura, piuttosto altalenante, ma visivamente è coinvolgente ed anche provocatorio, coniugato com'è con lo spessore dei personaggi.
Merito anche di un cast ben affiatato e credibile, composto da attori già affermati e da giovani emergenti: da Andrea Bosca (Mete), alla ninfetta provocante di Miriam Giovannelli (Belinda); fino al bravo Claudio Santamaria (Bruno), al lanciatissimo Michele Riondino (Damiano), alla finalmente valorizzata Asia Argento (Beatrice), in un ruolo funzionale alle sue capacità espressive, per finire con i due simpaticissimi "promessi sposi", la spagnola Aitana Sanchez-Gijon, e il versatile Massimo Popolizio.
La regia ha cercato e si è adoperata di restare fedele allo spirito del libro di Veronesi, modificando solo in parte l'intreccio della storia e la caratterizzazione dei personaggi; lo stravolgimento più evidente riguarda la trattazione temporale degli accadimenti (come già detto il romanzo è ambientato negli anni '80, il film ai giorni nostri). Una scelta, più che necessaria, voluta dallo staff tecnico (produttore, regista, sceneggiatori) per sottolineare, a nostro avviso, come siano immutabili e ricorrenti le difficoltà che travagliano il mondo giovanile, di ieri come di oggi.
Nel complesso "Gli sfiorati" si rivela un film dalle tante sfaccettature e dai molteplici spunti di riflessione: dal tema della famiglia a quello dell'abbandono; da quello della ricomposizione dei rapporti deteriorati a quello dell'intendimento della vita, sia da parte dei giovani di oggi che degli adulti che, probabilmente, sono più "sfiorati" di loro.

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Recensione a cura di Mimmot - aggiornata al 16/03/2012 15.50.00

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