Recensione il bambino con il pigiama a righe regia di Mark Herman Gran Bretagna, USA 2008
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Recensione il bambino con il pigiama a righe (2008)

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locandina del film IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE

Immagine tratta dal film IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE

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Raccontare per immagini la follia dei campi di sterminio e il dramma umano dell'olocausto può risultare difficile e rischioso se non si è Roman Polanski ("Il pianista") o Steven Spielberg ("Schindler's List"); raccontarlo traendolo da un best seller di successo può esserlo ancora di più: non sempre si riesce ad evitare la trappola di tradire lo spirito del libro e a rispettarne atmosfere e finalità, soprattutto quando si tratta di riaprire ferite che il tempo non ha ancora sanato, rievocando un'epoca buia a tragica che ha segnato il punto più alto della lacerazione della coscienza collettiva.
Pur trattando un argomento, come la Shoah, di cui è stato raccontatato tutto il raccontabile, esaurendone tutti i significati, il regista Mark Herman ("Grazie, Signora Thatcher!") adattando il romanzo omonimo di un giovane scrittore irlandese, John Boyne, che ha collaborato alla sceneggiatura, è riuscito nella difficile impresa di raccontarcelo in modo nuovo e soprattutto in modo originale e a ricordarci la tragedia di un'epoca, facendocela rivivere attraverso gli occhi di un bambino, anzi di due: uno tedesco, Bruno, e l'altro ebreo, Shmuel; il primo figlio di un gerarca nazista, comandante di un campo di concentramento; l'altro un indifeso ragazzino internato insieme al padre proprio in quel campo.

Detto così potrebbe sembrare il remake de "La vita è bella", che ha fruttato l'Oscar al nostro Roberto Benigni; e invece "Il bambino con il pigiama a righe" è tutta un'altra storia, primo perché ci mostra l'orrore della Shoah visto con gli occhi non di una vittima, ma di una innocenza tradita. Mentre poi "La vita è bella" racconta la favola di un bambino il cui padre si sforza con la menzogna di preservarlo dall'orrore che stanno vivendo, nella pellicola di Herman i genitori tacciono intenzionalmente la verità per cercare di difendere se stessi dai sensi di colpa e dal rimorso. Toccherà al bambino, da solo, iniziare un viaggio di esplorazione nella menzogna che lo porterà a penetrare nei meandri degli accadimenti e a intuire la colpa che macchia gli adulti.

Il film ci riporta indietro nel tempo, negli anni '40, in una Berlino minacciosa in cui i simboli del nazionalsocialismo deturpano già le facciate dei palazzi rendendoli sinistramente ostili.
Qui, con la propria famiglia, abita Bruno, un bambino di otto anni che vive in un mondo fantasioso dove vige la legge dell'avventura che egli alimenta con le sue letture e che ripercorre insieme ai suoi compagni di giochi.
Un giono, rientrando da una delle sue scorrerie in compagnia dei suoi compagni di scuola, trova la casa in subbuglio e la famiglia in agitazione.
Suo padre, un alto ufficiale dell'esercito del Reich, è stato appena promosso e destinato ad altra sede per svolgere un importantissimo incarico.
Di conseguenza dovranno lasciare subito la città e trasferirsi nella nuova sede in campagna.
A Bruno, però, la notizia non procura tutto quell'effetto dirompente, anzi proprio non va giù, temendo di ritrovarsi solo, senza amici e senza i suoi compagni di giochi.

I suoi timori trovano subito conferma appena arrivati a destinazione, quando scopre che la nuova casa è isolata e in aperta campagna. Si tratta di un edificio adiacente ad un campo di concentramento, dove suo padre deve organizzare la "soluzione finale", cioè lo sterminio sistematico e totale degli ebrei che vi si trovano rinchiusi.
Ma tutto questo a Bruno, ed in parte anche a sua madre, che crede si tratti di un campo di lavoro e di rieducazione (almeno così le è stato detto), viene tenuto nascosto; anzi, quando comincia a chiedere notizie a proposito della strana costruzione, dalla quale fuoriesce continuamente una nuvola di fumo nerastro e maleodorante, che si intravede dalla finestra della sua camera, al di là degli alberi, ottiene solo risposte evasive e il divieto di avvicinarvisi.

Solo, senza amici con cui giocare, Bruno comincia ad annoiarsi in quella triste casa, anche perchè sua sorella maggiore, Gretel, comincia a disinteressarsi di lui, troppo presa dalle sue bambole e attratta dalla compagnia del giovane e avvenente tenente Kotler, un collaboratore di suo padre, che prende a frequentare la loro casa.
Invaghita del giovane e suggestionata dalla propaganda di un severo istitutore, il quale le inculca l'idea che gli ebrei sono tutti malvagi, ella comincia a sposare la causa nazionalsocialista e a tappezzare le pareti della sua camera con i simboli del nazismo.

L'unico essere che prende ad interessarsi a lui è Pavel, un addetto alla cucina di casa, pieno di acciacchi, che si muove con grande difficoltà e che, stranamente, indossa sempre un pigiama a righe sotto il grembiule da lavoro. Si tratta in realtà di uno degli ospiti del campo di sterminio, un ex dottore ebreo ora costretto a fare lo sguattero in cucina (bellissima a tale proposito la scena in cui Bruno cade dall'altalena e viene soccorso da Pavel, che si prende cura di lui e cerca di tamponargli la ferita. Pavel dice a Bruno che un tempo faceva pratica da dottore, e sorride quando Bruno gli risponde che non doveva essere molto bravo se aveva bisogno di fare pratica).

Il pigiama a righe bianche e grigie che indossa Pavel è lo stesso che indossano gli uomini che Bruno vede muoversi in lontananza nel piazzale del misterioso edificio.

Un giorno, mentre i suoi genitori sono assenti per un impegno, dopo ripetuti tentativi mai portati a termine per non disubbidire agli ordini dei genitori, eludendo il loro tassativo divieto di avvicinarsi al campo, Bruno attraversa il boschetto che circonda la sua casa e si avvicina al filo spinato che recinge quella che lui crede essere la fattoria degli uomini in pigiama.
Dalla parte opposta un ragazzino, Shmuel, all'incirca della sua età, magro, smunto, con la testa rasata a zero e con il solito pigiama a righe, sta svuotando una carriola di detriti.
Incuriosito ed eccitato per aver trovato, finalmente, un coetaneo con cui parlare, Bruno cerca di attirare la sua attenzione con l'intenzione di fare amicizia.
Prende così a ritagliarsi uno spazio quotidiano per recarsi ad incontrare Shmuel con cui intesse una infantile amicizia, che si consolida ogni giorno di più e, anche se divisi dalla recinzione, arriveranno persino a giocare insieme a dama.

Ma poco alla volta, anche a motivo dei discorsi di Shmuel, Bruno comincia a prendere coscienza, anche se ancora in modo molto vago, che la realtà è ben diversa da quella che gli era stata fatta credere.
A casa assiste ad un pestaggio di Pavel da parte di Kotler che si rivela un essere brutale e violento; lo infastidisce la simbologia nazista con cui sua sorella (sempre più infatuata di dell'irascibile tenentino) ha tappezzato le pareti della sua camera; anche sua madre comincia a realizzare cosa sta succedendo veramente nel campo vicino, quando un'oscena barzelletta di Kotler le svela la vera natura di quel fumo che proviene dalle ciminiere della vicina fattoria e che ammorba l'aria tutt'intorno.

L'atmosfera familiare si fa quindi ogni giorno più tesa, e Bruno comincia a intuire che suo padre non è poi così tanto buono come ha sempre ritenuto; inizia pertanto a credere che dall'altra parte del filo spinato sta accadendo qualcosa di veramente terribile.
Certo le sue sono intuizioni infantili, incomplete e superficiali, prive di consapevolezza, ma che pian piano, insiema alla perdita di fiducia nella sua famiglia, gli fanno acquisire una maturità che va ben oltre la sua ancora tenera età.

Un giorno, con suo grande stupore, scopre Shmuel a casa sua mentre pulisce l'argenteria e, intuito che il suo amico ha fame, gli offre una fetta di torta. Vengono però sorpresi da Kotler, che accusa Shmuel di aver rubato del cibo.
Preso dal panico per le possibili conseguenzo del suo atto e per paura che la sua famiglia venga a sapere la verità sui suoi incontri, Bruno nega di conoscere Shmuel.
In seguito, in preda ai rimorsi per quel suo atto di vigliaccheria si reca più volte a cercare il suo amico senza riuscire a trovarlo mai.
Quando finalmente Shmuel ritorna, porta ancora sul viso i segni delle percosse di Kotler, cosa della quale Bruno si vergogna moltissimo; ma Shmuel è pronto a perdonarlo, e gli rivela che da tre giorni non ha più notizie di suo padre.
Bruno gli promette, allora, che proverà ad aiutarlo a cercare il genitore, sperando di farsi perdonare l'odioso tradimento di qualche giorno prima.

Intanto a casa la situazione precipita sempre di più, tanto che suo padre decide di mandare tutta la famiglia da una zia a Heidelberg.
Il trasferimento, una volta auspicato, ora non è più così tanto desiderato da Bruno, perchè significa separarsi da Shmuel.
Il giorno della partenza, dando corpo ai suoi fantasmi, Bruno realizza che deve fare qualcosa per aiutare il suo amico e, indossato un pigiama a righe e munito di un badile, cerca di entrare nel recinto con l'idea di aiutare Shmuel a ritrovare suo padre in modo da farsi perdonare.
Una volta all'interno però Bruno viene preso nel vortice mostruoso di un destino crudele che segnerà il suo destino e quello dei numerosi prigionieri che si trovano rinchiusi dentro il recinto.

Favola malinconica sullo sfondo di un allucinante fatto storico, "Il bambino con il pigiama a righe" è un film che, eludendo cliché, effetti speciali, patetismi e scene consolatorie, senza mai esagerare con gli eccessi, emoziona e stupisce nel mostrare a quale livello di barbarie può retrocedere l'uomo, per poi lasciarci sconcertati con un finale che ti uccide dentro.
Ma nello stesso tempo non cade nell'errore di criminalizzare un intero popolo, mostrando anche i sentimenti di coloro che si sono opposti, o hanno tentato di opporsi, a tanto orrore.
Ciononostante il film non offre nessun appiglio di riconciliazione dell'umanità con il suo passato, ma anzi si sforza di illuminare le giovani generazioni, per far si che la memoria resti viva, sempre.
Fino a quando non apparirà chiaro per tutti che continuare a ripercorrere la memoria è necessario per non considerare mai estinto il debito con il nostro passato e la nostra storia.

Un altro tema che domina drammaticamente il film è la perdita dell'innocenza, cioè la percezione che la redenzione dalla colpa che macchia gli adulti debba passare attraverso l'esperienza del dolore estremo: "Noi non dovremmo essere amici, tu ed io. Lo sapevi!" dice ad un certo Bruno a Shmuel.
Terribile questo conflitto interiore del piccolo Bruno, stretto tra il rigore morale della fiducia e dell'obbedienza totale ai dettami paterni e il senso di amicizia infantile che prelude ad una ingenua ma matura scelta di campo.
Un cammino graduale che viene esplicitato anche visivamente attraverso intuizioni scenografiche altamente metaforiche e carichi di significativi importanti; a cominciare da quella casa vuota vista come una fortezza in grado di proteggere la famiglia dai mali del mondo o la figura di Pavel, il prigioniero ebreo costretto a servire nella casa del padre di Bruno, una figura discreta ma risolutiva per la percezione della realtà, quando con la sua mitezza svela al bambino i caratteri della sofferenza, mentre la crudezza del tenente Kotler è rivelatrice della malvagità che alberga nell'animo umano.
Anche la fantasia vivida, l'amore per avventura e la passione per l'altalena che caratterizzano il carattere di Bruno alludono al suo intenso desiderio di fuga dagli orrori che lo circondano ma anche alla sua voglia di fronteggiare il male erigendo a schermo la sua logica schiettezza.

Ma è soprattutto la cieca e appassinata ubbidienza di Bruno agli ordini dei genitori che metaforizza egregiamente la cieca obbedienza del popolo tedesco alla follia del Fuhrer, nei confronti del quale ogni coscienza critica e ogni mente illuminata si sono come assopite di fronte all'evidenza del male e alle dimensioni della barbarie.

Certo è un'opera di fiction questo "Il bambino con il pigiama a righe", con molte licenze poetiche ed alcune ingenuità clamorose (inverosimile che nessuna sentinella si accorga dei numerosi incontri tra i due ragazzini), ma un'opera necessaria in tempi come questo che stiamo vivendo in cui si tenta di revisionare storicamente una realtà che ancora brucia nella coscienza di molti.

Straordinari i due giovanissimi interpreti, Asa Butterfield (Bruno) e Jack Scanlon (Shmuel), perfetti nel tratteggiare l'uno la genuina innocenza, l'altro la dignità della sofferenza.

Per chiudere, una citazione dal libro di John Boyne:
"Dentro la rete, fuori dalla rete. Di là Shmuel, di qua Bruno. Ogni giorno.
Senza poter giocare. Uno di là, l'altro di qua. Solo per parlare. Per dirsi: abbiamo la stessa età, siamo nati nello stesso giorno, potremmo essere gemelli, anzi, visto che siamo ogni giorno insieme finiamo per assomigliarci un po' di più, adesso che tu Bruno sei rapato per via di quell'uovo di pidocchio che ti hanno trovato in testa, guarda, sei quasi come Shmuel, se non avessi quel po' di carne in più.
A specchio. Uno di là, l'altro di qua, la rete come specchio. Ma per sapere come sei, per scoprire l'America, fare l'esploratore fino in fondo, bisogna superare quello specchio, andare proprio là in America, vestire panni uguali per essere proprio uguali, mettere il pigiama a righe per essere un bambino con il pigiama a righe, per stare finalmente insieme Bruno e Shmuel, senza essere scoperti, fino alla fine.
"

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Recensione a cura di Mimmot - aggiornata al 08/01/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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