Recensione il conte max regia di Giorgio Bianchi Italia 1957
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Recensione il conte max (1957)

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locandina del film IL CONTE MAX

Immagine tratta dal film IL CONTE MAX

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Immagine tratta dal film IL CONTE MAX

Immagine tratta dal film IL CONTE MAX
 

"E' che voi venite dal basso!"
L'ambizioso edicolante di Via Veneto, Alberto Boccetti, è il protagonista di questo splendido e riuscito remake del "Signor Max" del 1937, firmato Camerini, il quale, usando toni scherzosi ma sarcastici, descrive le abitudini dell'alta borghesia fine anni '50, attraverso le avventure di un giovane ed umile romano, fortuitamente scambiato per un gentiluomo dal sangue blu.

Alberto lavora presso un'edicola e spesso si intrattiene con il suo caro amico, il Conte Max, nobile decaduto. Quando Alberto gli comunica scoraggiato la partenza per Capracotta, dove dovrà festeggiare il Capodanno come imposto dallo zio, il Conte suggerisce di cambiare itinerario e visitare la bellissima e sofisticata Cortina D'Ampezzo, con tanto di una "puntatita a Chamonix" (cit.Conte Max). Il giovane, rapito dal forte entusiasmo di scoprire una realtà così moderna e facoltosa, decide di ritirare i suoi risparmi e partire alla volta di una vacanza di lusso. Arrivato in Hotel, la sua identità viene scambiata con quella del Conte Max Orsini Varaldo a causa di un cameriere pasticcione, ma questo fraintendimento gli permetterà di conoscere la raffinata e sfuggente Elena, Baronessa di Rivombrosa, e di seguirla in Spagna, insieme alla sua blasonata compagnia di nobili e imprenditori miliardari. Tornato dall'euforica e breve esperienza ispanica, Alberto confida l'accaduto al Conte Max e spera, in cuor suo, di poter rivedere la Baronessa, di cui si è follemente innamorato. Ahimè, la sorte gioca brutti scherzi poiché la governante della Baronessa, la giovane e ben educata Lauretta, in un breve soggiorno a Roma, crede di riconoscere il Conte Max nei panni di Alberto, tornato alla sua vita di giornalaio. Da questo momento, inizia per Alberto una corsa nel dividersi tra il giovane e "cafone" Conte blasonato e l'edicolante squattrinato, nella speranza che Lauretta non riesca a scoprire l'inganno e confidarlo alla sua amata Elena.
Dopo mille sotterfugi ed inganni Alberto dovrà ricredersi sul mondo dei ricchi, realizzando che, a conti fatti, il vero amore, l'affetto e la generosità sono valori ben più nobili degli stemmi impressi nei quadri di famiglia.

La trama lineare e di facile comprensione prevede un confronto tra due posizioni sociali: nobiltà e gente comune. Molte scene chiave descrivono le abitudini tipiche della società borghese fine anni 50, come il gioco del bridge, la serata a teatro, la vacanza a Cortina, la giornata a cavallo. I nobili appaiono allo spettatore in tutta la loro vanità: amanti dei viaggi, dei vestiti eleganti, di suntuose feste, di circoli chiusi e inaccessibili.
In contrapposizione agli ambienti frequentati dal popolo, che fa festa nel circolo ferrotranviere e che, come gli zii di Alberto, vive in appartamenti umili ma decorosi. Sul piano semiotico, così facendo, vengono evidenziate due categorie: ricco vs povero ed essere vs sembrare.
A livello connotativo, il ricco sembra apparire agli occhi di Alberto la sua massima aspirazione, colui che sa godersi a pieno la vita,sempre alla moda, che riesce a "vivere in un sogno" (cit Alberto). Il popolo, al contrario, appare noioso, fuori moda, goffo, maleducato, che "viene dal basso" e non nutre il desiderio di voler emergere.

Il personaggio di Lauretta si inserisce nella storia come elemento di congiunzione tra questi due piani, con l'obiettivo di rimescolare le associazioni iniziali elaborate da Alberto ed aiutarlo nel rivedere tutte le sue convinzioni. Questo ruolo nella trama è decisivo ed essenziale. Potremmo definirla "la coscienza di Alberto", colei che tutti i giorni respira aria borghese ma, essendo di umili origini proprio come lui, si dimostra più realista e disillusa. La sceneggiatura non lascia nulla al caso; l'ingenuità e l'onestà di Alberto vengono minuziosamente descritte in piccoli gesti o frasi celebri: "Nemmeno molto in verità, a Capracotta ce faccio un mese di villeggiatura,vero!" "Qui ci voleva il Signor Conte, un dritto de niente... Che s'è offeso?"
Allo stesso modo, il carattere e l'attitudine accattone del Conte Max vengono riassunti in ingegnose e brevi battute: "Guarda me per esempio, quando cerco un amico non guardo al titolo, guardo l'uomo. Chi sono i miei amici? Tu, il fornaio, il lattaio, il droghiere" "Scusi, per il rimborso dei biglietti non usufruiti?".
Tuttavia il Conte Max rappresenta il vero aiutante di Alberto, che lo sosterrà al fine di conquistare la nobildonna Elena, ma la conoscenza di Lauretta porterà il giovane ad un cambiamento interiore, e alla fine sceglierà di rinunciare ad effimeri sogni per un amore sincero.

I temi trattati da questa storia non sono affatto banali: ambizione, pregiudizio, discriminazione sociale, senso di appartenenza, solidarietà. Le simpatiche e goffe battute di Alberto non confondono tuttavia il messaggio del film. Terminate le risate rimane una riflessione importante: desideriamo tutti, una volta nella vita, essere il "Conte Max", ma a quale prezzo?
L'erba del vicino sembra sempre più verde. Questa storia, in fondo, descrive le nostre debolezze e l'incessante ricerca verso la perfezione, il successo, la vita comoda.

La pellicola originale, "Il Signor Max", girato nel 1937, vede come protagonista Vittorio De Sica molto giovane, di cui Sordi studia e riprende smorfie, alcuni movimenti e quella cadenza fonetica effimera e leggera tipica del borghese. Dopo vent'anni Giorgio Bianchi decide di riportare questa splendida e tenera storia nei cinema italiani, scegliendo Sordi come protagonista, dopo aver girato il fortunato "Buonanotte avvocato" al fianco di Giulietta Masina, e con il quale presenterà nel 1959 una gradevole commedia, "Il Moralista". La regia di Bianchi non ha nulla da invidiare a quella di Camerini, e la presenza di Sordi rende la storia decisamente più comica e godibile fin dall'inizio.
Il personaggio di Alberto nelle vesti del Conte Max ricorda l'emblematico e furbo Conte Alfonso dei Pasti in "Arrivano i dollari" girato nello stesso anno. La sua geniale interpretazione di due ruoli cosi differenti (edicolante e nobile) gli aprirà la strada verso una carriera brillante e colma di successi

Il caro Albertone Nazionale ci regala un altro dono da tenere con cura e rispetto. Nulla a che vedere con il remake voluto da Christian De Sica nel 1991, aspramente criticato e tristemente rilegato a film di serie B. Della serie: la classe non è acqua.

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Recensione a cura di Federica Ragnini AKA faith81 - aggiornata al 30/10/2012 15.59.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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