Recensione il grande dittatore regia di Charles Chaplin USA 1940
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Recensione il grande dittatore (1940)

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locandina del film IL GRANDE DITTATORE

Immagine tratta dal film IL GRANDE DITTATORE

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Immagine tratta dal film IL GRANDE DITTATORE

Immagine tratta dal film IL GRANDE DITTATORE
 

"Il grande dittatore" è un film comico straordinario, forse unico nel suo genere, che riesce a trasmettere in modo geniale trepidazioni e commozioni legate a eventi eccezionali, memorabili, peculiari e distintivi di un momento storico drammatico, forse irripetibile.
La pellicola si cala nelle intense atmosfere della prima guerra mondiale e della Germania prebellica e vede protagonisti da un lato Hitler (nel film Hynchel) nella sua ascesa al potere, e dall'altro la vita di alcuni poveri ma dignitosi ebrei che sperimentano in prima persona la perdita senza precedenti delle più importanti libertà individuali.
All'interno di un ambiente scenico ricco di sfondi spassosi, dominati da innumerevoli gag, il film utilizza anche la satira e la parodia per descrivere, esorcizzandone la drammaticità, l'irrompere violento di realtà nuove e buie, immaginate dall'autore come logica conseguenza dell'evolversi di alcune dittature verso forme di assolutismo ideologico.

"Il grande dittatore" non si limita ad attraversare con intelligenza e leggerezza umoristica tempi foschi ed irripetibili, ma vuole rilasciare al pubblico anche un prezioso segno di fede nell'amore, sottolineando, con alcune sequenze da antologia, come una vita infelice e materialmente insicura, se accompagnata dalle gioie dell'innamoramento, possa concedere lo stesso momenti lieti e confortevoli che riconciliano con il prossimo.
La nascita di un innocente amore, che vede protagonisti un barbiere ebreo reduce dalla prima guerra mondiale (Chaplin) ed una giovane ragazza delle sue stesse umili origini (Paulette Goddard) trasmetterà allo spettatore una calda luce di speranza verso il futuro.

Uscito nel 1940 alla vigilia di un conflitto mondiale senza precedenti, questo film passerà alla storia per aver irriso coraggiosamente le due più bellicose dittature europee, trasmettendo al mondo occidentale un forte messaggio di pace e d'amore che in qualche modo ha accompagnato con energia tutte le lotte e le resistenze dei popoli contro le tirannie dell'epoca.
Il film, prodotto negli Stati Uniti, esce in un momento in cui il Paese, nel timore di doversi schierare da una parte, guarda ai conflitti europei con sempre maggiore preoccupazione. In Europa dilagano infatti scontri razziali, ideologici e politici che sembrano non poter trovare alcuna mediazione: il nazismo si accinge a promuovere campagne antirazziali inaudite che prendono di mira gli ebrei e tutti gli handicappati affetti da malformazioni genetiche, i suoi ideologi cercano di dimostrare, avvalendosi di scienziati pagati dal nazismo, la supremazia mondiale della razza ariana, il fascismo in Italia propaganda la grandezza della cultura espansionista, propria dell'impero romano, facendone un vero e proprio motivo ideologico e di orgoglio nazionale che alimenterà a lungo l'odio e il disprezzo della popolazione italiana verso il sud del mondo e il lontano oriente.

La composizione narrativa del film si avvale di un fortunato e sperimentale stile di scrittura cinematografica, che combina felicemente spettacolo e contenuti, gag e messaggi parlati, ridimensionando per la prima volta, in virtù di un sonoro non più restio a manifestarsi in tutta la sua portata, la funzione della pantomima charlottiana.
Per la prima volta un film del famoso regista inglese riesce a esprimersi quasi esclusivamente con durevoli scene comiche completamente dialogate, composte da immagini e suoni che si percepiscono simili a quelli della realtà di tutti i giorni, cioè veri, lontani da pose e movenze mimetiche tipiche dei personaggi del muto i cui muscoli facciali e ottici, opportunamente addestrati, modulavano l'intensità dei loro visi come una maschera elastica. La forma estesa del dialogo vocale, sorprenderà positivamente la critica più esigente ed ostica, nota da sempre per la severità con cui giudica opere di significato satirico-politico quando si esprimono nella totale libertà dai codici tradizionali. Con questo film Chaplin giunge al suo miglior risultato cinematografico, costruendo una pellicola di rara bellezza, ricca nello stesso tempo di significato e comicamente innovativa, funzionale a una più ampia comunicazione del vero storico, dotata inoltre di uno spessore psicologico fino a quel momento sconosciuto nel cinema comico.

La pellicola stupisce sia per la qualità artistica, frutto di esperimenti narrativi riusciti, che per gli alti valori umani di riferimento, tutti provenienti dalla cultura popolare a cui Chaplin rimarrà affezionato per tutta la vita. Con questo equilibrio sorprendente tra forma artistica e contenuti, spesso poco ricercato dall'industria cinematografica perché difficile da ottenere senza una più che geniale regia ed una grande sceneggiatura, "Il grande dittatore" rimarrà per sempre nella storia del cinema soprattutto come esempio di film che è riuscito ad essere nello stesso tempo intrattenimento, spettacolo e filosofia, calandosi nei paradossi della realtà umana.
Chaplin si presenta in questa opera in veste di regista, produttore, sceneggiatore, attore, collaboratore-autore di alcuni temi musicali, ed è incredibile come la sua capacità di comunicazione mediatica, grazie al sonoro, appaia all'improvviso moltiplicata, esplosiva, conquistando vaste masse di spettatori di ogni parte del mondo occidentale.
Numerose le gag che si calano in fantasiosi ma credibili episodi di guerra, tutte dalla comicità irresistibile, esse hanno al centro scene di soldati al fronte che agiscono nella piena confusione organizzativa, immersi in equivoci di ogni genere, tra i quali spiccano, per comicità, gli ordini di comando disattesi, che portano a situazioni tragico comiche.

Molteplici le invenzioni di scrittura satirica con oggetto l'assurdità dell'odio tra uomini e le sue conseguenze nefaste, il film sembra voler mettere l'accento sul fatto che le guerre sono sempre meno dettate da logiche razionali, sempre più assurde, finendo per portare lutti e dolori indicibili a tutte le nazioni coinvolte: vincitrici o perdenti.
Le scene del film lasciano stupefatti per la grande spontaneità recitativa degli attori e impressionano per il meccanismo letterario quasi perfetto in cui sono inserite, una sorta di congegno a incastri di alta precisione, con due storie molto coinvolgenti che si muovono parallele e convergono solo nel finale, inaspettatamente, dando soluzione al dilemma tra il bene e il male così come viene trattato nel film.
E' un modo di raccontare, quello di Chaplin, sempre intriso di paradossi, ad arte esagerato, ma che si muove accuratamente su una falsa riga di vero, senza grossolanità, e cercando di rendere il racconto leggero, piacevole, curioso, scorrevole, teso, drammatico solo per allusioni, senza mai sconfinare nel tragico o nel patetico fine a se stesso, o nel consolatorio di giornata.
In questo film il patetico si volge ripetutamente nell'ironico e il comico scaturisce da un gioco di netti contrasti psicologici, a polarità forti, incorniciati da eccentricità verbali fantasiose ricercate con cura. Il film si muove con questi meccanismi letterari di difficile realizzazione che Chaplin rende facili grazie all'esperienza vincente avuta con il personaggio Charlot, costruito in modo coerente, con una psicologia di un certo spessore; risultati che gli hanno rilasciato dimestichezza nel genere patetico-ironico-comico.

Il film viene subito considerato dal pubblico e dalla critica come la pellicola di Chaplin più bella e significativa, un vero e proprio capolavoro di tecnica filmica e narrativa letteraria che affonda direttamente le radici nella realtà sociale dell'epoca.
Chaplin con questo film si rifà del mezzo fiasco al botteghino avuto con il film precedente, "Tempi moderni", uscito nel 1936, un film parodistico, ironico, satirico che prendeva polemicamente di mira il taylorismo.
Più volte Chaplin ha rilasciato interviste alla stampa per spiegare a cosa era dovuta la misteriosa capacità del film nel prevedere alcuni fatti scabrosi come il razzismo. Il regista inglese ha dichiarato di non aver mai pensato alle scene di discriminazione razziale come a qualcosa che poteva realizzarsi; se avesse infatti immaginato le atroci persecuzioni effettivamente poi subite dagli ebrei non avrebbe girato il film, nel timore, sosteneva, che gli ebrei avrebbero potuto offendersi, ravvisando ne "Il grande dittatore" lo stile di una commedia- farsa.

In Italia "Il grande dittatore" appare solo nel 1949, tagliato di quattro minuti, privo delle scene in cui è presente Halen, la moglie di Benzino Napoloni (il Duce), nella realtà signora Rachele Guidi (interpretata da Grace Hayle).
La parte mancante di quattro minuti è girata nei pressi della stazione di Berlino e mostra l'arrivo in treno di Napoloni (Mussolini) con la consorte, per la visita ufficiale a Hynkel (Hitler). Halen, moglie del Duce, nel vagone ferroviario chiama suo marito papà, e all'uscita della stazione ferroviaria viene travolta e sequestrata, con risvolti comici, dalla folla in delirio. Napoloni e Hynkel (Hitler) rimangono indifferenti all'accaduto, e lasciano la donna in balia delle masse, dopodiché salgono in automobile e iniziano a percorrere, tra due ali di folla festante, il centro della città. Rachele Guidi, offesasi per questi grotteschi riferimenti alla sua persona, chiede e ottiene dal marito il taglio delle scene.
Le scene tagliate si possono vedere nell'edizione integrale del film, grazie a un DVD uscito nel 2002; è curioso come nei quattro minuti censurati la voce di Chaplin risulti discorde dal resto del film: si avverte una differenza sensibile che sorprende e stupisce, non senza rilasciare un effetto di umorismo. Ma tutto ciò è facilmente spiegabile: nel 2002, anno di ripristino delle scene tagliate, l'intervento di un secondo doppiatore, diverso da quello del 1949, aveva reso impossibile l'uniformità dei timbri di voce.

Da sottolineare nel film anche la scena della rasatura nel negozio del barbiere, eseguita dal piccolo ebreo protagonista del film (Chaplin) al ritmo di danza ungherese (Brahms) e la scena del dittatore Hynkel (Chaplin) disteso sulla scrivania che gioca, gaudente e spensierato, infantile, con il pallone mappamondo.

Ne "Il grande dittatore" trionfa il socialismo ingenuo di Chaplin, spesso sconfinante nel populismo e in una forma originale di anarchia; idee che sembrano far parte di un'ideologia appena abbozzata, troncata ed incompiuta per esigenze più urgenti, utopiche, visionarie, poetiche, aspetti che insieme alla sensibilità, alle idee nobili unite all'amore per l'arte popolare, consoleranno fino alla morte l'animo turbato di Chaplin, dando respiro al suo spirito irrimediabilmente triste, sferzato dal vento di un'esistenza infelice, tormentosa, dominata nell'adolescenza dalla povertà, dal dolore, e in seguito dalla sfortuna e da esperienze sociali molto difficili che solo in minima parte saranno compensate dalla ricchezza materiale datagli dai suoi film.
Quella di Chaplin è un'intelligenza cinematografica intuitiva e inventiva nello stesso tempo, ben sostenuta da un talento artistico di base ricco di alti riferimenti professionali e da un senso dell'umorismo che renderanno alcune parti del suo cammino relazionale e artistico di più facile andatura.
Nell'interpretare con "Il grande dittatore" la crisi dell'Europa, Chaplin sembra ispirato proprio dall'animo democratico del popolo americano e delle sue istituzioni, dalla forte tradizione di una società multietnica, tollerante, che ha saputo indignarsi attraverso partiti, sindacati, la stampa, per tutto ciò che stava accadendo nel vecchio continente; cocente sarà perciò la delusione di Chaplin nei confronti degli Stati Uniti, nazione da tempo amata, quando a seguito della caccia alle streghe comuniste, negli anni '50, sarà costretto all'emigrazione in Europa.

"Il grande dittatore" è un film che fa ridere e pensare, lontano da ogni retorica, che testimonia con garbo e raffinatezza la presenza del miglior spirito artistico di un'epoca cinematografica abitata da sogni, miti, speranze, che sapeva raccogliere con precisione nelle sale, attraverso i film, i primi giudizi su fatti ed eventi della storia in corso.

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Recensione a cura di Giordano Biagio - aggiornata al 18/03/2008

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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