Recensione la scuola regia di Daniele Luchetti Italia 1995
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Recensione la scuola (1995)

Voto Visitatori:   7,31 / 10 (45 voti)7,31Grafico
Voto Recensore:   8,00 / 10  8,00
Miglior film
VINCITORE DI 1 PREMIO DAVID DI DONATELLO:
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locandina del film LA SCUOLA

Immagine tratta dal film LA SCUOLA

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Immagine tratta dal film LA SCUOLA

Immagine tratta dal film LA SCUOLA
 

Fino al 1995 nessun regista si era mai cimentato ad inquadrare la scuola italiana dal fronte interno, quello dei docenti; difficile rendere un lavoro del genere verosimile e credibile senza scivolare nel film-documento da un lato, nella faciloneria volgarotta di certa commedia dall'altro.

Daniele Luchetti ci è riuscito.

Attento osservatore della realtà sociale italiana, il regista ce ne ha dato buona prova in lavori come "Il portaborse" (1991), "La scuola" (1995), "Mio fratello è figlio unico" (2007), sapendo condensare in precisi flash la tipologia di personaggi, di situazioni, di problemi peculiari della società italiana con sapienti dosi di ironia.
Luchetti è da sempre amico e collaboratore di Nanni Moretti , del quale ha assimilato certe asperità stilistiche, più evidenti ne "Il portaborse" che ne "La scuola", dove tuttavia non mancano rapide pennellate d'ironia morettiana, mai autoreferenziale, però.
Luchetti sa registrare la realtà con sufficiente distacco, senza abbandonare la tradizione della grande commedia di costume, attenta a cogliere ogni piccolo tic dell'italiano medio per farne una corale satira sociale.

La scuola nasce da un lavoro di squadra: regista e sceneggiatori (Rulli e Petraglia) hanno estrapolato dai tre volumi sulla scuola dell'insegnante-scrittore Domenico Starnone ("Ex cathedra", "Fuori registro", "Sottobanco") gli spunti migliori per creare una commedia agrodolce sui meccanismi della scuola italiana, soprattutto attraverso i circuiti sperimentati dai docenti, continuamente schiacciati fra l'immobilismo burocratico del sistema scolastico e l'ambizione di una creatività didattica ed educativa che vanamente rimbalza contro il muro di gomma dell'indifferenza e del menefreghismo.

La storia o meglio le storie sono racchiuse nell'arco temporale di un anno scolastico di una classe quarta in un Istituto tecnico della periferia romana, ma ci sono continui salti spazio-temporali che conferiscono il giusto ritmo alla pellicola, impedendole di impaludarsi in un monotono susseguirsi di sequenze diacroniche.
Si inizia dall'ultimo giorno di scuola, in cui crolla il soffitto della biblioteca scolastica, metafora non velata dell'annunciato crollo dell'intero sistema scolastico italiano.

Mentre il prof. Vivaldi ( Silvio Orlando), in vista degli imminenti scrutini di fine anno scolastico cerca di mettere in salvo gli studenti a rischio di ripetenza con le ultime disperate interrogazioni, il vice preside professor Sperone (Fabrizio Bentivoglio) invece perora la bocciatura dei propri alunni per liberarsi del problema più fastidioso e potersi finalmente concentrare sulle proprie ambizioni professionali, in vista di una promozione dal Ministero.
Intorno a loro, che rappresentano i due poli opposti della figura-docente, si agita una fauna di professori, preside e allievi in un girotondo di vicende tragicomiche, ahimè molto vicine alla realtà.

Nel corso degli scrutini finali, quindi, si ritorna ai momenti salienti dell'anno appena trascorso: dalla preparazione dell'orario alla gita scolastica, passando per brevi flashback sul rapporto tra insegnante- alunno e tra colleghi.

ORARIO SCOLASTICO

L'incipit, ancora prima dei titoli di testa, è quanto mai azzeccato, con il primo piano della prof.ssa Maiello (una dolce e brava Anna Galiena) alle prese con la preparazione dell'orario scolastico. Si vuole trasmettere un'immagine fulcro della scuola italiana, fissando da subito le ansie, le fissazioni, le frustrazioni di un corpo docente già demotivato ad inizio anno scolastico.
Alla Maiello si sciorinano le richieste accorate di colleghi presi più dai problemi familiari o da quelli del secondo lavoro che dall'interesse per i propri allievi. Un'immagine spietata ma realistica: la rassegnazione amareggiata dell'insegnante incaricata della stesura dell'orario definitivo, fotografata in quell'oscillare stanco della testa e nel sorriso di chi cercherà di accontentare tutti, è già una triste conferma.

IN CLASSE

Nel delineare il rapporto tra insegnanti ed alunni il regista sceglie di mescolare attori professionisti a ragazzi presi dalla strada, un omaggio neorealista sapientemente coniugato ai canoni consolidati della commedia di costume, sempre concentrata sulla critica sociale.

Luchetti ci dice che ci vuole fegato ad entrare in classe: la gag reiterata della prof.ssa Lugo, supplente dalla psiche fragile che quotidianamente è spinta a forza dai colleghi nell'aula come dentro ad un'arena, fa sì sorridere, ma soprattutto sfiora un nervo scoperto della professione che pochi addetti osano ammettere.

Il regista è bravo a delineare le diverse dinamiche interpersonali nate dal rapporto docente-alunno, lo fa focalizzando l'attenzione sulle due figure perno: i professori rappresentanti di due opposti approcci, di due metodologie d'insegnamento assolutamente divergenti, il prof. Vivaldi e il prof. Sperone.

Vivaldi è interpretato da un Silvio Orlando talmente a proprio agio nel ruolo di insegnante da essere richiamato poco dopo per lo stesso ruolo in "Buongiorno professore" di Milani.
Orlando con la sua aura di buono ed ingenuo sognatore incarna alla perfezione il professore idealista, colui cioè che ha scelto l'insegnamento per assecondare un'intima vocazione; colui che ci mette il cuore con i ragazzi perché per lui educare ad affrontare le difficoltà della vita imparando ad assumersene le responsabilità ha la priorità sull'avere assimilato perfettamente la lezioncina del giorno come fanno i primi della classe.

"Astraiti - dice il prof.Vivaldi al preside - è pulito, perfetto. Interrogato, si dispone a lato della cattedra senza libri, senza appunti, senza imbrogli. Ripete la lezione senza pause: tutto quello che mi è uscito di bocca, tutto il fedele rispecchiamento di un anno di lavoro! Alla fine gli metto 8, ma vorrei tagliarmi la gola! Astariti è la dimostrazione vivente che la scuola italiana funziona con chi non ne ha bisogno!"

Vivaldi detesta l'alunno Astraiti e si danna proprio per coloro che non concedono nulla, crede al limite del paradosso nei suoi alunni più sfortunati, cerca di comprenderne il carattere ed è sensibile ai loro problemi personali, non li abbandona mai, ricevendo in cambio stima ed affetto incondizionati.
Addirittura durante lo scrutinio declama una poetica arringa difensiva a favore dell'alunno Cardini, la cui situazione scolastica è disperata: spesso assente, si distingue unicamente per la singolare creatività nell'imitare la mosca.

Nelle astruse dinamiche scolastiche chi non si adatta e cerca di emergere al di fuori dell'antidiluviano schema didattico è incompreso e rifiutato proprio da quei docenti che si credono autorevoli, ma che in realtà, incapaci di motivare gli alunni "scomodi", li utilizzano come scudo al proprio fallimento.
Il prof. Sperone incarna perfettamente lo stereotipo dell'insegnante ottuso e meschino, tracotante con i più deboli per mascherare la propria mediocrità. Fabrizio Bentivoglio lo interpreta con il giusto cinismo, sdrammatizzando la seriosa figura con tocchi d'involontaria comicità, come nella sequenza in cui deve affrontare la minaccia di un esasperato alunno "difficile", stanco delle arbitrarie provocazioni del docente.
L'insegnamento per Sperone, al contrario di Vivaldi, non è una missione, bensì un ripiego, una professione svolta a malincuore perché altre aspirazioni sono fallite.

Luchetti sembra suggerire che una scuola diversa potrebbe innanzitutto liberarsi di chi la sceglie per ripiego.

AFFINITA' ELETTIVE

La storia d'amore tra il prof. Vivaldi e la prof.ssa Maiello scorre tra le pieghe dell'analisi sulla scuola, ne rappresenta il filo conduttore al quale il regista guarda senza sarcasmo, con indulgenza, quasi a volere addolcire le asperità della propria critica.

Così ci mostra le affinità elettive tra l'insegnante d'italiano e quella di matematica in brevi passaggi tra un flashback e l'altro. Affinità nate da un reciproco riconoscimento, più immediato nell' ambiente chiuso della scuola.
Tuttavia l'amore si schermisce dietro a semplici occasioni di lavoro comune e, proprio per questo, non riesce a concretizzarsi in alcun modo, rimanendo sospeso forse per l'anno successivo.
Neppure l'occasione della gita a Verona diventa occasione galeotta, i due incerti amanti tra equivoci ed incomprensioni si allontanano, vanificando il loro sogno.

LO SCRUTINIO

Parafrasando un famoso aforisma di Shakespeare, si potrebbe affermare che "la scuola è un palcoscenico". Le grottesche scene dello scrutinio finale ne sono l'evidente conferma.
Osserviamo i docenti che come i personaggi pirandelliani si aggirano disorientati in cerca di autore , del senso cioè di ciò che rappresentano.

Un palcoscenico dunque, enfatizzato dal regista con grottesco compiacimento: insegnanti acidi, ignoranti e pettegoli ed un preside inutile, imprigionato nei consueti ingranaggi burocratici, danno vita ad uno spettacolo tanto esilarante quanto scoraggiante.

Qui Luchetti ha forse ecceduto nel caratterizzare i personaggi fino a sfiorare la macchietta, tuttavia l'esagerazione con cui denuncia certe dinamiche tipiche della nostra scuola ne approfondisce l'analisi.
Così la descrizione di un corpo docenti fatiscente tanto quanto l'edificio in cui opera, spinto forzatamente al compromesso da un preside attento unicamente a non avere contenziosi burocratici, è spietata ma purtroppo realistica.

Anche nel microcosmo scolastico è necessario designare il capro espiatorio di turno che occulti la debolezza dell'Istituzione. L'alunno Cardini, cui insieme a Vivaldi va la simpatia del regista, è la prova dell'incuria di certi docenti che poco o niente hanno operato per il suo recupero.
"Almeno uno lasciatemelo bocciare" piagnucola un professore: poco importa se il disagio del ragazzo ha origini economiche o sociali e se per qualche oscuro motivo lo sfortunato Cardini è costretto ad avvalersi di originali escamotage per palesare la propria esistenza.

ZZZZZZZZZZZZZZZZ

E così proprio a lui, presenza evocata per tutto il film, Luchetti dedica l'ultima sequenza: la camera rimbalza da un muro all'altro lungo i corridoi della scuola ormai deserta e finalmente anche noi conosciamo in soggettiva la surreale imitazione della mosca di Cardini, con un volo liberatorio che pare riscattarlo.

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Recensione a cura di Pasionaria - aggiornata al 27/11/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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