Recensione low tide (bassa marea) regia di Roberto Minervini USA, Italia, Belgio 2012
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Recensione low tide (bassa marea) (2012Film Novità

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locandina del film LOW TIDE (BASSA MAREA)

Immagine tratta dal film LOW TIDE (BASSA MAREA)

Immagine tratta dal film LOW TIDE (BASSA MAREA)

Immagine tratta dal film LOW TIDE (BASSA MAREA)

Immagine tratta dal film LOW TIDE (BASSA MAREA)

Immagine tratta dal film LOW TIDE (BASSA MAREA)
 

"Raccontare il ventre molle dell'America, quello pi¨ disagiato che i politici ignorano" questo Ŕ l'obiettivo dichiarato di Roberto Minervini, regista italiano da anni emigrato negli Stati Uniti con questo lungometraggio, "Low tide" (Bassa marea), secondo capitolo di una personale trilogia che iniziata con "The Passage", si completerÓ con un ulteriore lungometraggio, attualmente in fase di montaggio.

Siamo lontani anni luce dal sogno americano, dal petrolio e dai miliardari texani. Quella di Low tide Ŕ una storia di marginalitÓ di chi il sogno americano non solo probabilmente non lo ha visto, ma nemmeno pensato o agognato.
Come per "The Passage" anche "Low tide" Ŕ ambientato in Texas, in una piccola comunitÓ rurale dove si muove un ragazzino di 12 anni, centro del racconto e guida verso un contesto di povertÓ e sopravvivenza quotidiana.

Fin dall'inizio la camera a mano segue costantemente il piccolo protagonista intento a prendere da un distributore automatico un sacco pieno di ghiaccio, che porterÓ presso la propria casa. Una volta arrivato, si cimenterÓ in piccole faccende domestiche per dare un minimo di ordine all'abitazione. Solo qualche parola di circostanza con la madre che lavora presso una ditta di pulizie, poco interessata alla vita del proprio figlio e decisamente pi¨ orientata a fare bagordi con i propri amici, le cui tracce vengono sempre ripulite dal ragazzo.

Nella sua estrema essenzialitÓ Ŕ questo il canovaccio di "Low tide", cioŔ riprendere con pi¨ realismo possibile la quotidianitÓ di questo ragazzo e del suo difficile rapporto con la madre o meglio dalla mancanza quasi assoluta di un rapporto. Questo nucleo Ŕ la parte pi¨ interessante del film perchÚ ci mostra un rovesciamento dei ruoli tra questi due personaggi. Infatti abbiamo un figlio che fa le veci materne nei confronti della sua stessa madre: mette in ordine la casa, fa il bucato, spesso e non certo volentieri deve mettere a letto il genitore dopo l'ennesima sbronza serale e sopportarne in silenzio la sua promiscuitÓ sessuale. Inoltre aiuta la stessa madre nel proprio lavoro nell'impresa di pulizie e, per rimpinguare le magre entrate finanziarie, con un vicino di casa raccattano lattine di bibite per pochi dollari.

E' un'esistenza contrassegnata da una profonda solitudine senza amici coetanei con cui giocare o condividere interessi comuni per quelli della sua etÓ. Trascorre la maggior parte del tempo da solo, al massimo con la compagnia di animali, unico passatempo che si concede. E' un ragazzo che ha saltato direttamente l'infanzia e l'adolescenza e si Ŕ responsabilizzato a tal punto da comportarsi come un adulto.
Quell'adulto che in teoria dovrebbe essere il ruolo naturale di una madre, ma che, in questo caso, attua un comportamento simile al classico figlio scapestrato e sfaccendato. Irresponsabile, immatura e cosa pi¨ importante, completamente anaffettiva nei confronti del proprio figlio. Sono solo due braccia che possono essere utili ai propri scopi e nulla di pi¨. Non uno slancio di affetto, nessun tipo di ostilitÓ, solo tanta indifferenza.

Il film di Minervini richiama molto le pellicole dei Dardenne nel descrivere una storia di marginalitÓ da piccole realtÓ quotidiane, cercando anche con l'ausilio di attori non professionisti quella spontaneitÓ nel gesto, tale da risultare il pi¨ autentico possibile nella resa sullo schermo.
Tuttavia manca quell'empatia con i personaggi che al contrario i cineasti belgi sapevano creare con lo spettatore, basti pensare a "Rosetta o "Il figlio".

La sceneggiatura di Minervini Ŕ eccessivamente scarna, a cui la poca presenza di dialoghi non viene bilanciata in maniera sufficiente dalla potenza evocativa delle immagini e ci˛ ne risente anche nella resa dei due personaggi principali.

Nella desolante solitudine del ragazzo, la ripetitivitÓ nell'eseguire le pi¨ banali azioni domestiche, il suo bussare a tante porte, porta inevitabilmente alla monotonia perdendo per strada dei buoni spunti che potevano essere elementi di arricchimento della pellicola. Viene da pensare per esempio a quando vede dei coetanei passare con delle biciclette, senza che abbia un minimo di trasporto verso dei ragazzi della propria etÓ. Un personaggio quindi talmente adulto da risultare eccessivamente monocorde.

Inoltre la scelta di seguire sempre il ragazzo non solo fa diventare tutto il film un festival della ripetitivitÓ, ma soffoca sul nascere il proprio contraltare, cioŔ la madre, che se da un lato Ŕ il ritratto di un'altra solitudine che vive sotto lo stesso tetto del figlio, dall'altro priva il film di quello che poteva essere l'altro motore, perfettamente speculare al figlio. Cosý come lo si presenta il personaggio della madre vive al massimo di un pallido riflesso del figlio, senza riuscire non tanto a spiegare in pieno, ma almeno a far intuire il perchŔ di tanta anaffetivitÓ nei confronti del ragazzo.
Anche il tentativo di suicidio, gesto estremo di aiuto che il figlio attua per mostrare la propria esistenza nei confronti della madre, sfocia in una scena di apparente riconciliazione e di ristabilimento dei rispettivi ruoli, ma priva della necessaria emotivitÓ per esprimere appieno tutta la catarsi.

Una storia di infanzia rubata, poi riacquisita, con poco spessore, che partiva da uno spunto di base molto buono ma mal sfruttato, con il risultato di un film monotono, che, malgrado la durata relativamente breve, sarebbe stato pi¨ opportuno farne al massimo un mediometraggio, non di pi¨.

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Recensione a cura di The Gaunt - aggiornata al 09/10/2012 12.16.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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