Recensione munich regia di Steven Spielberg USA 2005
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Recensione munich (2005)

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locandina del film MUNICH

Immagine tratta dal film MUNICH

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Immagine tratta dal film MUNICH
 

Olimpiadi di Monaco, 5 Settembre 1972. Un commando di terroristi palestinesi prende in ostaggio gli undici membri della nazionale olimpica israeliana. La loro richiesta è il rilascio di duecento palestinesi incarcerati durante il conflitto con Israele. Una volta raggiunto l'aeroporto di Furstenfeldbruck le teste di cuoio tedesche intervengono. Durante la sparatoria tutti gli ostaggi vengono freddati dai sequestratori.
L'antefatto,riproposto con un'attenzione quasi pedante ai fatti realmente accaduti durante il giorno che darà origine al "Settembre Nero", immerge sin da subito la narrazione nel contesto storico-causale del film. Un sapiente montaggio alterna le fasi del sequestro ai contributi televisivi, preferendo tuttavia, non mostrare ancora il suo epilogo ma raccontandolo solamente,per mezzo dei numerosi telegiornali che si alternano nelle televisioni di tutto il mondo (più di 900 milioni di persone assistettero in diretta all'evento). L'improvvisa fame di aggiornamenti è attesa sia dai familiari delle vittime che da quelli dei carnefici. La reazione dei servizi segreti israeliani non si fa attendere: l'ebreo Avner, ex-agente del Mossad, è messo a capo di un gruppo costituito da altri 4 agenti speciali il cui compito è quello di stanare in giro per l'Europa undici palestinesi accusati di essere i mandatari dell'attentato.

Indovinando l'importanza dei mezzi di comunicazione di massa (le bombe fanno "più rumore" delle pallottole) in una guerra che si gioca proprio sull'eco che ogni azione violenta suscita, il gruppo di Avner ricorre all'arma esplosiva per neutralizzare i sospettati. Avner non rientra nello stereotipo hollywoodiano dell'eroe glaciale poiché non riesce a essere "spietato". Ma soprattutto, Avner ha una famiglia, e diventerà padre di una bimba mentre le sue azioni insanguinano l'Europa (e non solo). Allo stesso modo è un'atmosfera tipicamente familiare che avvolge il gruppo, in netto contrasto con quello che sono i suoi scopi. Preparando continuamente lauti pranzi che oltrepassano sovente l'eccesso, Avner si impegna in prima persona a ricreare quel clima di cui non può godere considerata la distanza che lo separa dal suo "nido". Non casualmente si ferma spesso ad osservare una vetrina che espone una cucina, sintesi perfetta dei suoi desideri, allegoricamente interrotti dal suo contatto in Francia che lo richiama al lavoro. Ogni omicidio che traccia il cammino del capo ebreo mostra in lui un volto umano in continua evoluzione.

Fin dalla prima "esecuzione", che la nostra Roma ospita, Avner non sembra pienamente adatto all'incarico, cercando un'improbabile dichiarazione di colpevolezza da parte della sua futura vittima, che giustificherebbe l'epurazione di un uomo che,anche se palestinese e sospettato,è comunque indifeso, e che darebbe risposte più esaurienti ai sensi di colpa che finiranno per prevalere sulle sue azioni. Nonostante si preoccupi di evitare vittime "innocenti" (da antologia è la sequenza del telefono), l'ex agente non riesce ad uscire dalla spirale di violenza in cui è nato, allargando il conflitto al Medio-Oriente(zona inizialmente proibita),a presunti sostituti dei mandatari già uccisi e a sicari ingaggiati da terze parti. Alla fine però, dopo l'ennesima vittima innocente, l'obiettivo principale verrà mancato, costringendo Avner e l'unico suo compagno rimasto ad una repentina fuga. In breve si ha l'impressione, che diventa quasi certezza con l'incedere della narrazione, che la macabra opera di Avner sia stata del tutto inutile:i Palestinesi hanno risposto colpo su colpo con altri attentati e i capi uccisi sono stati sostituiti. Avner termina la sua opera a New York:la sua evoluzione/involuzione lo spinge da una parte a relegarsi ad un esilio volontario, dall'altra ad assecondare la nevrosi del carnefice che si trasforma in vittima. L'incapacità di catarsi è evidente nella sequenza (atipicamente spielberghiana) dell'atto sessuale fra marito e moglie,in cui l'amplesso del primo è messo in parallelo (grazie ad uno splendido montaggio) con l'uccisione della squadra olimpica israeliana, che qui viene mostrata per la prima volta: Avner è irrimediabilmente condizionato dal suo passato e nei comportamenti di quest'ultimo, è riscontrabile adesso una chiara inclinazione al sadismo, anticipata nella sequenza dell'omicidio del sicario, in cui si rifiuta di coprire il corpo nudo copiosamente insanguinato della donna.

Dopo il sottovalutato "La Guerra dei Mondi", Spielberg torna a parlare di terrorismo, ma questa volta predilige un approccio più diretto. Il tema, si sa, è spinoso, e il regista preferisce barcamenarsi fra le due fazioni (Israeliani e Palestinesi) evitando di cadere in un facile atto d'accusa nei confronti ora di una, ora dell'altra parte. Il mondo che plasma ai nostri occhi è estremamente credibile: non è il solito scontro fra bene e male: ognuno ha le sue ragioni. Ma il fattore comune che sembra spingere all'azione è sempre la vendetta (11 ebrei morti e 11 mandatari da neutralizzare), generando un rapporto di causa-effetto che si conclude solo con le dimissioni di Avner dall'incarico. In questo mondo,l'unico "male", è forse rappresentato proprio dagli Americani, che prima "aiutano" i terroristi a compiere l'attentato e poi proteggono il loro principale esponente, in cambio dell'immunità.

Nel raccontare il suo mondo, Spielberg sembra a volte indeciso se fare politica o spettacolo, con il risultato che, quando deve mostrare, la macchina spettacolare, che lo ha reso celebre in tutto il mondo, si mette in funzione creando una girandola di effetti speciali e sonori di impressionante realismo e coinvolgimento; quando invece deve esporre, rinuncia ad un linguaggio asciutto e preferisce la parola all'azione: le tematiche più scottanti sono esplicitamente affrontate dai personaggi (basti ricordare il colloquio fra Avner e il militante palestinese) anche con qualche, forse inevitabile, caduta retorica. Ciò che ne consegue, è comunque un messaggio senza speranza: non c'è alcun limite all'odio fra i due popoli e l'unico rifugio per l'uomo, proprio come ne "La Guerra dei Mondi", rimane la famiglia.
La sequenza che forse mostra meglio questo sentimento che intercorre fra i due popoli è quella in cui l'atleta israeliano, dopo essersi guadagnato la libertà e il diritto alla vita, trova il coltello e acciecato dalla vendetta torna indietro a "farsi giustizia" e a incontrar morte certa. Del resto, il film si apre con le Olimpiadi di Monaco (competizione alla quale i Palestinesi non possono partecipare mancando di una patria-nazione) e si chiude con un fermoimmagine di una New York anni '70 in cui svettano le Twin Towers: dal 1972 all'11 Settembre 2001. Due date che il terrorismo unisce, sintomo di una situazione internazionale non ancora risolta. Spielberg non è ottimista, come biasimarlo...

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Recensione a cura di Gabriele Nasisi - aggiornata al 20/02/2006

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