Recensione piccolo grande uomo regia di Arthur Penn USA 1970
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Recensione piccolo grande uomo (1970)

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locandina del film PICCOLO GRANDE UOMO

Immagine tratta dal film PICCOLO GRANDE UOMO

Immagine tratta dal film PICCOLO GRANDE UOMO

Immagine tratta dal film PICCOLO GRANDE UOMO

Immagine tratta dal film PICCOLO GRANDE UOMO
 

Piccolo grande uomo. Piccolo grande attore. Piccolo grande film. Arthur Penn è magistrale nel dirigere questa storia di valore, qualità e sensibilità immensa e di difficile classificazione, attingendo dalla commedia, dal drammatico, dal western e dallo storico.
"Piccolo grande uomo" è una storia semplice, ma nella sua semplicità grandiosa, commovente, struggente: solo l'abilità di un grande regista poteva realizzare ad una pellicola così perfetta, senza rischiare di cadere nel banale.

Un bambino viene allevato dai Cheyenne, dopo essere caduto in un agguato ad opera dei Poniees in cui perde tutta la famiglia tranne la sorella, e vive da indiano fino a circa diciotto anni nei quali Penn, con brio ed eleganza, documenta lo spettatore circa stile di vita e sui costumi e tradizioni di questo popolo.
Nella prima parte "Piccolo Grande Uomo" apre numerose vie che si concluderanno alla fine in una catena di avvenimenti che saranno essenziali per l'aspetto didascalico del film e del suo svolgimento (come il nemico indiano di Jack cui non era stato permesso dal medesimo di ricambiare il "favore").
Uno specchio americano degli anni della strage dei Cheyenne in cui si muove questo personaggio intricato, ambiguo e fuori dal tempo: dinamico nei caratteri psicologici poichè tramite le peripezie, le cadute e le esperienze (in gran parte disastrose, ma dalla comicità irresistibile) muta nel corso del film assumendo una coerenza e un'assennatezza che pur derivandogli in origine dal Popolo degli Uomini, era andata scomparendo a causa della negatività dell'Uomo Bianco e della profonda sfiducia nutrita nei confronti di questi.
Jack lotta per tutto il film contro il suo essere bianco di pelle ma indiano di spirito come tra due fuochi, in cerca di una risposta a quella violenza subita da piccolo, una ricerca impossibile di accettazione e comprensione da parte di quel popolo che, accecato dall'odio verso i Cheyenne, non capisce il disagio del protagonista provocandone amarezza e dolorosa consapevolezza di solitudine.

Il personaggio interpretato dal talentuoso giovane Hoffman incontra nel suo vagabondare personaggi di vario tipo, accomunati dall'essere ciascuno a suo modo uno scarto della società: la sorella nevrotica e frustrata per il trauma infantile subito, che fallisce come sorella prima ancora che come donna in una continua falsa promessa di un futuro sicuro; Wild Bill pistolero enigmatico, la cui scelta di vita in una realtà istituzionale inesistente o inetta risulta la migliore seppur basata su una violenza ingiustificabile; la donna (una convincente Faye Duneway) che accoglie il giovane nella propria casa, dopo la fuga dovuta ad una schermaglia fra indiani e americani, iniziandolo a precetti religiosi estremamente rigidi, tesi ad un soffocamento delle normali relazioni sessuali del giovane protagonista e posti sotto una luce falsa e ironica dal regista, che costruisce un personaggio femminile ipocrita, comico e spregevole.

Jack percorre un cammino fatto di alti e bassi in sospeso fra il dolore per la perdita dei cari (tra i quali compare anche il carismatico pistolero Wild Bill) e il desiderio di vendetta e l'amore verso il suo vero popolo, sapientemente reso attraverso la battaglia finale in cui il ruolo di Piccolo Grande Uomo risulta ambiguo: combatte dalla parte dei Cheyenne ma vestito da scout americano; zittisce lo sbraitante Carter ma lo spinge alla guerra.
Per lui quindi è la resa dei conti definitiva, quel combattimento in cui sceglie quale posizione occupare, se accanto al simpatico "nonno" o al pisquano generale yankee.

Nel personaggio di Carter si nota la mordace critica del regista verso la giustizia e le istituzioni in cui la violenza è giustificata e legittimata da un odio riposto in una elite di potenti folli e balordi pericolosi per la società, sordi ai richiami, ciechi all'evidenza e tronfi nel loro portamento da eroi.
Al contenuto tragico dei fatti narrati Penn aggiunge ironia, freschezza e comicità ottenendo un sopraffino risultato abilmente equilibrato ed estremamente gradevole, garantendo la scorrevolezza della pellicola nonostante le quasi tre ore di durata.
"Piccolo grande uomo" è un documento storico commovente e brillante ad opera di uno dei più grandi registi del cinema contemporaneo, Arthur Penn, ed interpretato da uno dei più grandi attori di Hollywood, Dustin Hoffman, capaci assieme di raccontare la storia di un Piccolo Grande Uomo e di un Piccolo Grande Popolo.

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Recensione a cura di Terry Malloy - aggiornata al 15/02/2007

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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