Recensione transamerica regia di Duncan Tucker USA 2005
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Recensione transamerica (2005)

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locandina del film TRANSAMERICA

Immagine tratta dal film TRANSAMERICA

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Ogni popolo ha un'anima collettiva che esprime attraverso riti o liturgie, a seconda della morale di fondo, essenzialmente laica o religiosa.
Così gli indù fanno il bagno nel Gange, i musulmani sognano di andare a La Mecca, i cattolici attendono il Papa sotto le finestre di S. Pietro, o seguono il cammino di Santiago.
Comune a tutti la ricerca di una maggiore spiritualità e di una più profonda autoconoscenza, con un processo di crescita /salvazione attraverso esperienze comunque catartiche.
Le quali, dunque, non nascono necessariamente, da un' istanza di redenzione dal peccato, ma sovente da un anelito "psico-genetico" al "reperimento dell'individualità profonda" attraverso una particolare prassi; alla quale si conferisce un ruolo simbolico di ritualità, mentre forse basterebbe parlare di una legge "etologica", necessaria ad una certa specie per realizzare le proprie virtualità secondo natura.
Ad esempio i vecchi naviganti, sostenevano che per imparare a nuotare bisogna gettarsi in mare; dove l'evento, semplice strumento per apprendere, acquista valenza simbolica di battesimo dell'acqua. Ma vale lo stesso per il servizio militare di una volta: era una vera iniziazione alla vita adulta e al (sano) distacco dalla famiglia di origine.

La lunga premessa per introdurre al rito del viaggio coast-to-coast dei protagonisti di "Transamerica", per il quale molti commentatori hanno parlato di Road Movie, scomodando a sproposito la logica beatnick della vita on the road. Nell'ottica di questi, infatti, il viaggio è un fine esistenziale, bastevole a se stesso: "Dove andiamo? Non lo so... ma dobbiamo andare!! Compiere l'unica vera, nobile azione nel tempo... ANDARE!!".
Nel film, al contrario, l'attraversamento degli States è visto nell'ottica da noi sopra delineata di "fase rituale" dell'individuo, a lui indispensabile per approdare ad un cambiamento radicale del proprio Io attraverso un processo catartico di autocoscienza. Cosa che, infatti, succede ai due protagonisti, figlio e genitore, che nel loro lungo peregrinare attraverso deserti e montagne del centro America, imparano a conoscersi e ad accettarsi, singolarmente e reciprocamente.
Viaggio simbolico, come metafora dell'esistenza, anche per come si sviluppa durante il racconto, negli incontri col vecchio pellerossa, col furto subito dal giovane autostoppista, e le "marchette" effettuate nei cessi dei motel per "rimediare" qualche spicciolo.
E, per finire, con l'ingresso fatale nella casa dei genitori: proprio come nel grande happening di una seduta di gruppo psicodrammatica. Dove, ovviamente, vengono a galla le peggio cose, sufficienti a spiegare il disagio esistenziale di almeno tre generazioni del nucleo consanguineo. Ma proprio da questa presa di coscienza, le fragili figure dei protagonisti usciranno corroborate e, finalmente autonome, rinunciando alle più facili vie di fuga (droga e prostituzione), in virtù di una riguadagnata dose di affettività, vicinanza reciproca e solidarietà.

Comunque la vera chiave interpretativa del film sta nella riconsiderazione della psicologia umana al maschile e al femminile: assodato che la natura stessa decide molto tardi a quale sesso apparterremo, lasciandoci molti elementi reconditi di quello non prescelto, non stupiamoci quando questi riemergano nel corso della vita. E non solo nei casi plateali come nel film, ma anche in situazioni consuete, che toccano tutti; come per gli uomini che, invecchiando, producono meno ormoni maschili e si riavvicinano al loro femminile recondito, divenendo più sensibili e meno aggressivi.
O, come nel caso frequente di tante coppie fondate su uno strano equilibrio (ma pur sempre stabile): dove la madre ha un forte maschile, che esercita col suo prepotere su marito e figli, e il padre, malgrado il ruolo apparentemente virile, ha una sensibilità squisitamente femminea, nutrice ed accogliente.
In questo, a mio avviso, sta proprio la specialità del film: di proporre senza colpevolizzazioni lo stato psicologico dell'infante, in quella fase puberale dove la distanza tra i sessi è ancora nebulosa e indefinita, mentre ancora prevale l'esigenza primaria di un consenso indiscusso e di un'affettività garantita comunque... a prescindere! Di quell'accettazione senza condizioni che il/la protagonista di "Transamerica" va ancora cercando in età ormai molto matura!
Vero l'insieme di queste metafore, non mi sembra dunque giusto stigmatizzare il film come alcuni hanno fatto, rimproverando la "devianza e la licenziosità" dei personaggi; al contrario degni di profonde riflessioni psicologiche.

Sul piano puramente cinematografico, invece, il film andrebbe suddiviso in due fasi diverse, forse un po' scollate: la prima drammatica, lagnosa e un po' lenta, più inquietante che gradevole, anche per l'assurdo di alcune situazioni; la seconda, dove il dramma verte su toni più da commedia, brillante, arguta e divertente, con scene talora irresistibili.
Una certa discontinuità, forse (peccato veniale di un regista agli esordi), che emerge egualmente per meriti vari di fotografia e di montaggio, ma soprattutto per la sapiente conduzione degli interpreti. In effetti, la recitazione del finto Trans (in realtà una bravissima Felicity Huffman) è prova d'autore davvero memorabile, per la capacità di "costruire una maschera", che si sovrappone all'attore stesso (che in effetti è donna); come nella maniera del teatro antico...
Dove la figura simbolica arriva ad agire sul pubblico utente con una forza di transfert senza pari: personalmente giurerei che molte madri, affettuose ma capaci di cipigli virili, si siano un po' riconosciute (...dolorosamente) nella figura del Trans mutante del racconto.

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Recensione a cura di GiorgioVillosio - aggiornata al 04/04/2006

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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