Recensione tre manifesti a ebbing, missouri regia di Martin McDonagh USA 2017
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Recensione tre manifesti a ebbing, missouri (2017)

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locandina del film TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

Immagine tratta dal film TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

Immagine tratta dal film TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

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Immagine tratta dal film TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

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Attenzione possibile presenza di spoiler nella recensione

Ebbing, Missouri. Una delle tante cittadine sonnolente del Midwest americano dove non pensi che succeda qualcosa di particolarmente grave. Ed invece qualcosa di grave è successo, mesi prima, con lo stupro e la morte di una ragazza di diciotto anni. Il cadavere sarà poi dato alle fiamme. Sono passati mesi e nessun indiziato di colpevolezza, le indagini hanno subito un ristagno. La madre della ragazza, Mildred, però non ci sta. Ormai ha superato ogni limite imposto dalla pazienza e proprio vicino al luogo della morte della figlia, ci sono tre cartelloni pubblicitari in disuso nei pressi di una strada poco frequentata. Mildred affitta quei tre cartelloni ed in ognuno di essi scrive una frase:

1) Rape while dying;
2) And still no arrest;
3) How come Chief Willoughby?

Il suo non è solo un atto d'accusa verso l'inerzia delle indagini della polizia di cui lo sceriffo Willoughby è il suo rispettato rappresentate, ma coinvolge il silenzio di un'intera comunità che dopo la solidarietà iniziale è di nuovo sprofondata nel suo sonnolento quotidiano.
Tre manifesti ad Ebbing Missouri è il terzo lungometraggio di Martin McDonagh dopo In Bruges e 7 psicopatici e sicuramente il più equilibrato e qualitativamente migliore della sua esigua filmografia. Un film costruito principalmente sui personaggi e sulla ricchezza che riescono ad offrire allo spettatore, lontani dai clichè e così meravigliosamente umani anche nello loro debolezze. Un film scritto con estrema ispirazione tenendo in equilibrio tali e tante componenti da rasentare il miracolo. Una storia tragica che non viene assolutamente stemperata dal tono black comedy, ma che anzi rilancia la sfida al pari della stessa Mildred nei confronti della sua stessa comunità. Ogni battuta, ogni dialogo o snodo narrativo è calcolato al millimetro.

Mildred ormai è una donna che non ha più nulla da perdere. Vuole ottenere giustizia a tutti i costi e non guarda in faccia a nessuno, non ha più remore con nessuno ed è insensibile anche al dolore dello sceriffo Willoughby, malato di tumore al pancreas. Liquida con fendenti verbali al vetriolo il parroco del paese che era venuto a fare da mediatore. Non esiste rifugio nella fede talmente grande da calmare il proprio animo. I cartelloni sono una sfida aperta e rimarranno al loro posto, finché non si troverà il colpevole o i colpevoli di quel barbaro omicidio. Essendo una madre che sta vivendo il proprio dolore per quella morte orribile si sente intoccabile nei confronti della comunità, che la guarda con timore, ma incapace di reagire di fronte ad un'iniziativa che può spezzare equilibri, gettando cattiva luce sulle forze di polizia. Ha perso una figlia in maniera tragica, ha perso un marito che ha una relazione con una diciannovenne, sta perdendo anche l'altro suo figlio. La sua ossessiva ricerca di verità e giustizia ha creato una distanza notevole nel loro rapporto: lui vorrebbe andare avanti nonostante tutto, lei no finché il colpevole è libero.

Lo sceriffo Willoughby è la persona più rispettata di Ebbing. Quei tre manifesti rappresentano in qualche modo la pioggia sul bagnato. Gli hanno diagnosticato un tumore al pancreas incurabile ed ha pochi mesi di vita. Cerca di mettere buon senso in ogni azione che compie. Si è impegnato a fondo nelle indagini, ma con i mezzi investigativi scarsi che può offrire una piccola cittadina, non ha ottenuto nulla che potesse dare una svolta alle indagini. Ha individuato dei sospetti, li ha interrogati e sottoposti alla prova del DNA, senza nessuna corrispondenza a quella dell'assassino. Cerca più di una volta di fare da paciere con Mildred senza risultato, come senza riscontro è cercare di fare terra bruciata attorno a Mildred.
Di fronte alla rabbia inestinguibile di Mildred si sente impotente, perdipiù sommato al peso della malattia che lo sta consumando all'interno. E' troppo anche per un uomo dalla scorza dura come lui. Il suicidio per evitare le sofferenze proprie e quelle della propria famiglia, avranno come lascito tre lettere che lette dallo stesso Willoughby con voce fuori campo rappresentano fra i momenti migliori del film perché inquadrano in maniera ottimale le sue varie tonalità. Poetiche ed ironiche allo stesso tempo. Specialmente la lettera che ha lasciato a Mildred sarà un primo colpo fatale alla corazza che si è costruita la donna.

La bellezza dei duetti fra la McDormand e Harrelson sono fra i momenti migliori del film. Dialoghi scritti benissimo dove emerge tutta l'umanità dei personaggi, dal livore all'umorismo fino alla disperazione. Un intero spettro emotivo messo bene a fuoco da due attori in stato di grazia.
Relegare però ad un ruolo secondario l'agente Dixon interpretato da Sam Rockwell sarebbe oltremodo riduttivo. Il suo è probabilmente il personaggio che evolve maggiormente rispetto agli altri. Apparentemente ignorante e razzista, la penna di McDonagh lo toglie dalla sua presunta bidimensionalità fino a trasformarlo in colui che più di tutti vuole riscattarsi nei confronti di Mildred e dell'intera comunità che lo accusa di picchiare i neri. Disposto anche al sacrificio di farsi malmenare da un sospetto per prelevare il DNA, è l'unico personaggio che sia momentaneamente riesce a dare nuova speranza a Mildred.

Questa triade è l'architrave che sorregge Tre manifesti, ma da non sottovalutare anche i ruoli secondari, utilissimi ad arricchire senza ridondanze l'universo della città di Ebbing. Piccoli ruoli come quello di Dinklage oppure quello di Caleb Landry Jones nella parte del proprietario dei cartelloni dove verranno affissi i manifesti.
Esempi di un film corale fatto di personaggi che non si fermano nello schematismo Bene/Male o buono/cattivo. Portano in dote semplicemente la loro umanità in tutte le sue sfaccettature. Un'umanità dolente, ironica e tragica allo stesso tempo che porta con sé il peso dei propri demoni personali.
Bello anche il finale aperto dove probabilmente McDonagh sottolinea quell'ossessione tipicamente americana di trovare non tanto il colpevole, ma quantomeno un colpevole che possa prendersi peccati non commessi. Non sarà quello stupratore ad aver ucciso la figlia, però é comunque uno stupratore, di conseguenza deve essere punito. La disperata ricerca di un'artificiosa catarsi. Sarà la lunghezza del viaggio verso l'Idaho a far riflettere sia Dixon che Mildred.

Il Festival di Venezia dove è stato presentato in concorso in anteprima mondiale è stato particolarmente e meritatamente generoso. Critica e pubblico sono stati entrambi concordi nel giudicarlo il miglior film della mostra lagunare. Peccato che la giuria non sia stata dello stesso avviso. Non che il Leone d'Oro a The Shape o Water sia stato uno scandalo, anzi è stato premiato l'altro film favorito. Tuttavia la magra consolazione del premio per la miglior sceneggiatura ha il sapore amaro del contentino. Avrebbe perlomeno meritato uno dei due Leoni d'Argento.

"If you got rid of every cop with vaguely
racist leaning then you'd have,
three cops left and all of them gonna hate the fags"

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Recensione a cura di The Gaunt - aggiornata al 17/01/2018 15.21.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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