Recensione venerdi' 13 (1980) regia di Sean S. Cunningham USA 1980
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Recensione venerdi' 13 (1980)

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locandina del film VENERDI' 13 (1980)

Immagine tratta dal film VENERDI' 13 (1980)

Immagine tratta dal film VENERDI' 13 (1980)

Immagine tratta dal film VENERDI' 13 (1980)

Immagine tratta dal film VENERDI' 13 (1980)

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Esattamente come "L'esorcista", "Halloween", "Shining" e il successivo "Nightmare", anche "Venerdì 13" può essere annoverato tra le più significative pellicole che hanno rivoluzionato il genere horror a cavallo tra gli anni '70 e '80, oltre ad essere uno dei titoli di riferimento per i sottogeneri slasher e splatter.

Alla sua uscita nelle sale nel 1980 il film, diretto da Sean S. Cunningham e scritto da Victor Miller, riscosse un notevole successo di pubblico nonostante la critica, come spesso accade in questi casi, lo stroncò di netto giudicandolo una delle ‘cose' peggiori mai prodotte sino ad allora.
Tuttavia, al di là di tutti i pareri contrastanti e poco entusiastici che ne derivarono all'epoca, è innegabile che questo primo capitolo di una delle più prolifiche saghe horror della storia abbia influito non poco sull'immaginario collettivo degli spettatori americani e non, consentendo alle due figure portanti della storia, ovvero Jason e Pamela Voorhees, di guadagnarsi un posto di rilievo tra i più carismatici e inossidabili cattivi del cinema horror.
Se visto con la mentalità e l'ottica di oggi, non è difficile accorgersi che il plot e la sceneggiatura del film non godono certo di una grande originalità nei contenuti, dal momento che i protagonisti, le situazioni e l'ambientazione fanno indubbiamente parte dei clichè e degli stereotipi che verranno in seguito abusati fino allo stremo in qualsiasi teen-horror moderno, risultando, tuttavia, per l'epoca relativamente innovativi.

Ci sono i soliti studenti universitari figli di papà desiderosi di provare il brivido e sperimentare ogni tipo di divertimento, c'è il solito campeggio ‘maledetto' che trova la sua collocazione spaziale nella fitta boscaglia tra i cui arbusti si nasconde il killer psicopatico che spia ogni gesto e movimento delle sue prede, c'è la solita e fatidica scena di sesso che precede, come di regola, la truculenta efferatezza ed infine, tra le molte altre cose, c'è la ragazzina carina ma un po' sfigata che resiste alla tentazione carnale e riesce a salvarsi uccidendo il nemico che ha già fatto fuori tutti i suoi compagni di goliardie.
E oltre a tutto ciò, ovviamente, c'è il buon vecchio sciroppo di tamarindo che potremmo tranquillamente definire sangue, molto sangue, che, vuoi per la datazione della pellicola non più recentissima, vuoi perché l'addetto agli effetti speciali era un certo Tom Savini, assume un edulcorato tono vintage che ne fa risaltare le qualità e che dona al film quell'atmosfera cupa, plumbea e inevitabilmente affascinante della quale sono totalmente orfani gli horror moderni.

La pellicola trova però il suo punto di forza non solo nelle suddette mattanze rese suggestive dagli effetti speciali e dal trucco, ma più che altro nel modo così volutamente presuntuoso con cui si pone di fronte al pubblico contribuendo, analogamente a come hanno fatto i titoli citati all'inizio, a stabilire le inscindibili regole del genere horror.
Pur essendo grossolano e sporco dal punto di vista tecnico e formale, il film ha tutte le carte in regola per essere considerato un Cult con la maiuscola, e il fatto che sia entrato così prepotentemente nell'immaginario degli spettatori di tutto il mondo, al di là di quanto le pretese iniziali del budget facessero supporre, è merito in particolar modo delle due figure antagoniste create apposta per l'occasione.
Quella maschile e sicuramente più famosa, ovvero Jason Voorhees, non è però ancora classificabile come cattiva a tutti gli effetti dal momento che il piacere di trucidare tutti gli inquilini del campeggio è concesso, solo in questa specifica occasione, alla sua mammina Pamela Voorhees che, analogamente all'ormai storica assassina dell'Argentiano "Profondo rosso", rivendica una volta di più il potere della figura femminile, dimostrando di essere non solo brava ai fornelli ma anche piuttosto efficace quando si tratta di sopprimere vite umane.

Colmo di sequenze memorabili e, ad un occhio più ingenuo, persino terrorizzanti, il film è animato inoltre da attori all'epoca perlopiù semiesordienti e sconosciuti che, per la maggior parte, sono rimasti tali, salvo un quasi irriconoscibile Kevin Bacon che si è costruito, in seguito, una carriera luminosa e popolata da grandi traguardi e consensi.
Oltre a lui anche la scream queen Adrienne King, che in seguito alla sua partecipazione a questa pellicola, dovette purtroppo abbondare le scene a causa di un maniaco ossessionato da lei che la perseguitava in continuazione.

L'anno successivo alla distribuzione nelle sale, venne realizzato il primo dell'infinita serie di improponibili sequel, a cui sono seguiti deliranti spin-off ed inutili remake privi di qualsiasi senso logico se non quello di danneggiare la qualità e la reputazione di questa perla del cinema horror.
Un'indiscussa pietra miliare che non deve assolutamente mancare nella collezione di ogni seguace ed estimatore del genere e che dovrebbe essere rivalutata e riscoperta anche da quella schiera di spettatori e critici che l'hanno sempre denigrata e, forse, mai pienamente capita a fondo.

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Recensione a cura di FrancescoManca - aggiornata al 31/08/2010 15.01.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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