Recensione waz - the killing gene regia di Tom Shankland Gran Bretagna, USA 2007
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Recensione waz - the killing gene (2007)

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locandina del film WAZ - THE KILLING GENE

Immagine tratta dal film WAZ - THE KILLING GENE

Immagine tratta dal film WAZ - THE KILLING GENE

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Immagine tratta dal film WAZ - THE KILLING GENE
 

Eddie Argo e la collega Helen Westcott sono incaricati di svolgere le indagini su un caso di omicidio: una donna incinta è stata ritrovata con le estremità bruciate e le lettere WAZ incise sulla pancia. Prima della fine della notte i due scopriranno che anche il suo compagno, un delinquente già noto alle forze dell'ordine, è stato ucciso. Da quel momento in poi i ritrovamenti si susseguono e Eddie comincia a sospettare di essere a conoscenza dell'identità dell'autore della catena di delitti.

Non è facile riverdire il torture/thriller. Non dopo "Saw", di certo. Infatti questo tentativo si può dire solo in parte riuscito; non tanto per mancanza di coraggio da parte del regista, che non lesina certamente in immagini cruente, per la gioia dei più giovani ed amanti dell'esposizione di budella, quanto per la reale impossibilità di dire ancora qualcosa sul genere senza ripetersi.

Ma procediamo per ordine.
I detective Argo e Westcott sono la classica coppia di poliziotti, lui esperto e disilluso, lei giovane, carina ed idealista. Lavorano in coppia e si imbattono in una catena di omicidi le cui vittime sono state torturate. E fin qui niente di nuovo. Le indagini li portano a seguire una pista per così dire algebrica, dal momento che i corpi ritrovati portano incise le lettere WAZ, che rappresentano una formula che dovrebbe racchiudere le scoperte degli studi sull'altruismo animale, su cui sta lavorando un certo medico.
Ovvio che lo andranno a cercare e che lui farà qualcosa di stupido, tipo colpire il poliziotto anziano e tentare di scappare. E da questo momento in poi la storia precipita velocemente nel carosello di massacri e ammazzamenti che ogni buon thriller richiede. Ma la giovane Westcott non è solo carina, e per dimostrarlo sfodera un'intuito normalmente in dotazione solo alle donne, e scopre cose che magari sarebbe stato meglio tenere per sè. Almeno in prima battuta. Dopotutto se il collega protegge un informatore che male ci può mai essere? Da che esiste la pratica della delazione le indagini di polizia si sono semplificate, e non di poco. Ma l'intrepida poliziotta procede spedita, dandoci modo di odiare i colleghi sessisti che la vorrebbere dietro una scrivania. E mentre il collega anziano, che essendo un fior di poliziotto ha già capito chi è l'assassino, lei che non è certo da meno, scartabella tra i recenti crimini in cui sono stati implicati i morti e arriva alla stessa conclusione di lui. I due si metteranno così sulle tracce di un'antica vittima dei malcapitati delinquenti, cui adesso viene reso con gli interessi quello che hanno così facilmente sparso in giro nel corso della loro vita.

E a questo punto purtroppo dobbiamo notare che il tanto atteso colpo di scena, o almeno una ragionevole approssimazione tesa a regalare il sobbalzo in dotazione in tutti gli ultimi film da "Saw" in poi, fallisce un po' nel dare il senso che si vorrebbe all'intera operazione. Non tanto per il sottotesto in sè, quanto per la labilità con la quale il tutto è tenuto insieme.

Ma tant'è, di "Saw" non se ne fanno più. Già dal secondo della serie siamo davanti alle ripetizioni, e se anche il capostipite non era certo un capolavoro, qua ormai abbiamo un'eco sbiadita dell'idea che teneva insieme le assurdità che costituivano la trama dell'originale.

La regia lineare e poco ispirata non aiuta certo a riverdire il genere. E la recitazione di un sonnolento Stellan Skarsgård, più adatta al fantasma nei "Pirati dei Caraibi", e sicuramente più a suo agio nelle vesti di Padre Merrin, rende assai poco avvincente il personaggio. Mentre la bella Melissa George fa esattamente quello che faceva in "30 Giorni di Buio": si arrabbia e si indigna mostrando dei bellissimi occhi e un'espressione di una fissità sconcertante.

Insomma se vogliamo prendere atto che l'orginalità è merce assai rara di questi tempi e ci accontentiamo di un onesto thriller con colpo di scena finale un po' sottotono, allora questo film può andare bene.
Astenersi nostalgici ansiosi di sobbalzare sulla poltrona, qua il sobbalzo è stato sostituito dal sorriso che immancabilmente spunterà sul viso dello spettattore allo scoprire degli altarini negli ultimi dieci minuti.

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Recensione a cura di Anna Maria Pelella - aggiornata al 23/02/2010

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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