il villaggio di cartone regia di Ermanno Olmi Italia 2011
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il villaggio di cartone (2011)

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locandina del film IL VILLAGGIO DI CARTONE

Titolo Originale: IL VILLAGGIO DI CARTONE

RegiaErmanno Olmi

InterpretiMichael Lonsdale, Rutger Hauer, Massimo De Francovich, Alessandro Haber

Durata: h 1.27
NazionalitàItalia 2011
Generedrammatico
Al cinema nell'Ottobre 2011

•  Altri film di Ermanno Olmi

Trama del film Il villaggio di cartone

Come un mucchio di stracci buttato là, sui gradini dell’altare. È il vecchio Prete, per tanti anni parroco in quella chiesa che ora non serve più e viene dismessa. Gli operai staccano dalle pareti i quadri dei santi e gli oggetti sacri più preziosi. Un lungo braccio meccanico stacca il grande Crocefisso a grandezza d’uomo appeso alla cuspide per calarlo a terra come uno sconfitto. È inutile opporsi: nulla potrà fermare il corso degli eventi che l'incalzare delle nuove realtà impone alla storia. Tuttavia, di fronte allo scempio della sua chiesa, il Prete avverte l’insorgere di una percezione nuova che lo sostiene. Gli pare che solo ora quei muri messi a nudo rivelino una sacralità che prima non appariva. Da questo momento di sconforto avrà inizio una resurrezione in spirito nuovo della missione sacerdotale.

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Voto Visitatori:   4,73 / 10 (15 voti)4,73Grafico
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Voti e commenti su Il villaggio di cartone, 15 opinioni inserite

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Gruppo COLLABORATORI SENIOR elio91  @  28/03/2013 19:22:07
   7 / 10
Intento chiaro per Olmi nel suo ultimo (si spera il contrario nonostante l'età e qualcuno che non lo ama) lavoro cinematografico. Conosciamo la forza delle sue idee e del suo cinema: una calma placida e tranquilla da fideista convinto, un conservatorismo delicato e religioso depennato di qualsiasi spettacolarità. A dispetto di recitazioni magniloquenti e realistiche Olmi preferisce prendere volti veri, come faceva Pasolini, e farli recitare noncurante dei risultato "amatoriali".
"Il Villaggio di cartone" arriva dopo quello che si credeva l'addio di Olmi al cinema narrativo, "Centochiodi"; viene da chiedersi perché girare un film del genere a un'età non proprio giovane anagraficamente. La risposta è che ovviamente Olmi ne sentiva profondamente il bisogno, basta vedere svuotati di ogni preconcetto il film per rendersene conto.
E' un apologo morale (e pure moralistico) sulla cultura dell'accettazione, sugli ultimi e questo lo hanno detto un pò tutti. Altrettanto lampante è notare come la capacità di Olmi nel rendere veri e propri simboli quasi ultraterreni i suoi personaggi sia rimasta invariata e sempre affascinante. I dialoghi sono filosoficamente semplici, quasi banali ma mai privi di significato. Insomma è una pellicola che va guardata con sguardo indulgente perché, ce ne rendiamo conto oggi più che mai, anacronistica ma pure in anticipo sui tempi.
Sembra contraddittorio ma non lo è: anacronistica perché la tolleranza verso gli immigrati arriva al cinema di un autore acclamato ed impegnato forse con troppo ritardo; in anticipo sui tempi perché, come "Habemus Papam" di Nanni Moretti, ha avuto l'acutezza di rendersi conto dei problemi reali della chiesa e dell'uomo. Olmi è molto critico nei confronti della chiesa che si è dimenticata degli ultimi e predica un messaggio evangelico pieno di tolleranza, buonismo e delicatezza sfiorando (e a volte cadendoci in pieno) la banalità. Ma ha (aveva) ragione e i fatti storici gli danno ragione (la storia che diventa protagonista della semplice epigrafe finale).
Per il resto non parliamo di certo di una delle opere migliori dell'autore: passino gli attori principali tra cui un irriconoscibile Hauer e un bravissimo Haber, una bellissima fotografia e una regia lieve e mai noiosa (ovvio, se si conosce Olmi) anche se didascalica e monotona, però i ritratti dei personaggi prete a parte non sono per nulla approfonditi ma solo abbozzati magari volutamente essendo simboli di qualcosa di più grande.
Ma dopo l'incipit di grande potenza visiva e drammatica, il film lentamente si adagia e si annulla, ha qualche bel sussulto (i dubbi e i tormenti del prete protagonista) ma nel finale si affloscia miseramente. Un vero peccato, poteva essere migliore mentre resta un discreto film di un maestro che, pur avendo a disposizione la forza delle sue idee e della sua fede profondamente cristiana e umana, non ha portato fino in fondo il discorso cinematografico. Il messaggio resta però e anche questo è importantissimo.

enriqo  @  17/03/2013 04:33:41
   8½ / 10
Bellissimo film, con uno stile naif che ricorda il cinema e la narrativa africana, e con molte piu' idee che in 100 film italiani di medio livello messi insieme.

Hakeem  @  11/01/2013 23:51:06
   4 / 10
Film di una piattezza incredibile. Noioso, monocorde, vacuo, difficile davvero trovare pregi in questo lavoro dell'ormai ottantenne Olmi. Sono lontanissimi i tempi del Posto o dell'Albero degli Zoccoli.

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Invia una mail all'autore del commento emans  @  10/11/2012 17:26:46
   5 / 10
Il ritorno di Olmi in un mondo che, forse, non gli appartiene piu'.
Meglio la prima parte del film dove domina il silenzio e l'abbandono in questa piccola chiesa gestita da un altrettanto decaduto parroco.
Nella seconda parte il film diventa troppo didascalico e con una scontata retorica.
L'ottima scenografia non serve ad evitare gli sbadigli...

vale1984  @  19/06/2012 10:53:55
   4 / 10
Un film inutile, piatto e decisamente poco interessante. La chiesa che viene spogliata degli averi e il parroco malato che si ritrova a proteggere degli immigrati...nonostante questo il film non ha spessore, nè entusiasmo, nè forza, nemmeno religiosa...insomma inconcludente.

woyzek  @  17/11/2011 22:41:32
   1 / 10
orrendo.
se andate a vederlo pagando il biglietto la disperazione per i 7 euro spesi sarà poi inevitabile.

Invia una mail all'autore del commento leogreco  @  07/11/2011 21:05:59
   4 / 10
Regalo un 4 a questo film solo perchè incurante dei giudizi degli altri su filmscoop sono andato lo stesso a vederlo perchè io amo andare al cinema nella piccola sala cinematografica del mio paese e quello era il film in programmazione. Un film insulso da tutti i punti di vista, l'ho visto con fatica, avevo letto di una regia da fiction televisiva ... MAGARI!!! Il film fa veramente pietà e la cosa che + mi fa incazzare è che la Puglia (la mia regione) ha patrocinato questo film ... non sono riuscito a capirne il motivo.
Insomma io non solo sconsiglio vivamente questo film ma dico di più: una seduta dal dentista è più piacevole!!!

Someone  @  28/10/2011 11:41:29
   4 / 10
Regia da fiction televisiva e recitazioni piuttosto dilettantistiche. Il tema trattato può essere interessante e alcune frasi ad effetto ma la sensazione all'uscita dal cinema è di aver visto una puntata di "Un posto al sole" in versione impegnata.

Retorico, stereotipato e buonista.
Purtroppo non l'ho apprezzato affatto. Peccato.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  19/10/2011 21:50:55
   5 / 10
Il momento più bello del film, le prime immagini: ma quella chiesa è artisticamente così povera che quasi quasi hanno ragione coloro che la sconsacrano... capisco cosa ha voluto dirci Olmi: non c'è rispetto più per niente, tantomeno per il culto delle religioni. L'iconografia diventa raffigurazione umana, con certe (m.a.) donne della pittura rinascimentale (da questo punto di vista il film è bellissimo), con quei paraventi prossimi alla soffitta e l'odore di muffa e tarli delle sacrestie. Ma Olmi è un'idealista cattolica esattamente come i comunisti illusi che di certi parametri e Santini non sanno che farsene. La stessa figura del parroco, nel suo delirio di coscienza, sembra appartenere al cinema di De Oliveira, ma privo della dialettica filosofica e scientifica del grande cineasta centenario.
L'escamotage è profondo, sincero, toccante ma è facilissimo da strumentalizzare: infatti ecco i clandestini che scendono sulla grotta (ehm la chiesa) come Giuseppe e Maria, ecco qualche passo saliente del Vangelo, un Giuda informatore, e i volti che solo la modernità sa restituire al nostro tempo. I corpi strappati a un martirìo contemporaneo hanno vesti che possono confondersi con quelle di un lebbrosario di qualche secolo fa.
Non è facile, per me, giudicare un film del genere, per la stima che ho nei confronti del regista e per la mia antipatia verso i dogmi religiosi, e tuttavia ogni volta che la mdp filtrava il pensiero religioso e il tormento della fede del vecchio prete il mio animo espiava soltanto la speranza che esistessero (no che non esistono) uomini di chiesa del genere.
L'illusione di Olmi è debole, sembra soprattutto una pagina rubata all'Osservatore Romano. Ma per un uomo che osa dirci (finalmente, tardivamente) che il Bene non è di chi crede in D.io ma un dovere di tutti, quest'umanesimo da Presepe è irritante quanto la ridondante mise in scene dell'ennesima riflessione sulla fede, sulla perdìta culturale, sul senso della vita, sulla preghiera come atto simbolico (e alleviante) del dolore. E qui il cerchio si chiude, tra le rovine di un rifugio dove l'unica dimora è la Legge.

Torok_Troll  @  19/10/2011 20:33:52
   1 / 10
Ommioddio!!! al peggio non c'è mai fine, e in italia da 11 anni a questa parte non si fanno che filmacci simili a questo, siamo davvero caduti in basso! Una pellicola retorica, buonista, sdolcinata, mielosa, melassosa al limite del disgusto con tutti i clichè del genere dal prete buono che si oppone ai cattivi uomini d'affari atei (ma per fasvore, semmai è il contrario) agli immigrati perseguitati (la scema islamica imbottita di tritolo che minaccia di fare stragi di innocenti perchè un italiano la sorpassata e un altro la mandata aff...lo è uno dei personaggi più ridicoli, cioè alora dovremmo essere TUTTi bombaroli al mondo, ma lei ovviamente viene giustificata perchè ha la pelle un pò più scura, tutto li)
Fa tristezza vedere il grande Rutger Hauer dopo quel grande capolavoro che è "Hobo with a shotgun" (peccato che non ha fatto con il regista e la troup di 'sta schifezza lo stesso che faceva in quel film con il fucile e il tostapane) schiaffato in una pellicola inferiore ad una qualsiasi fiction Rai di second'ordine. Ti fa quasi rimpiangere il suo ruolo in Barbarossa.
Ma io dico, i soldi pubblici non potrebbero essere impegnati a riempire i buchi nelle strade anzichè il cinema di queste str.on.zate.
Vabbè, ora vado a vedermi un film di Steven Segal che, e non credevo che l'avrei mai detto, sono molto molto meglio di 'sta ennesima fetecchio del cinema italiano di quest'ultimo anno (speriamo sia l'ultimo)

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Invia una mail all'autore del commento LukeMC67  @  19/10/2011 14:43:45
   8½ / 10
Per fortuna che esistono coscienze vive e sveglie nel mondo cattolico che ogni tanto gridano nel deserto!
Mancando (fortunatamente) alla sua promessa di chiudere col cinema di fiction, Ermanno Olmi torna a girare una pellicola "movimentatamente contemplativa", usando due set e una produzione documentaristica (uno dei finanziatori è quella Edison con la quale Olmi esordì alla macchina da presa).
Qualcuno lo ha definito "il 101° chiodo" del vecchio Maestro, "slogan" che condivido in pieno; aggiungendo che questo chiodo è ben più conficcato a fondo dei precedenti 100.

L'inizio del film è di una potenza evocativa e metaforica devastante: una chiesa moderna ma vuota, disordinata e sudicia, in cui solo le immagini e gli oggetti considerati tradizionalmente sacri sono mantenuti in perfetto stato (ma comunque ben distanti dallo spazio dell'Assemblea, particolare non secondario) e sui quali troneggia un Cristo magniloquente e maestoso, sta per essere svuotata e forse buttata giù perché inutile. La stessa Curia ne ha decretato la sconsacrazione e ha autorizzato le Autorità civili a portarne via ciò che di artisticamente prezioso contiene, lasciando il resto all'abbandono più totale. L'ex-parroco, ormai vecchio, assiste impotente all'assalto e alla spoliazione della "sua" chiesa tentando una vana quanto patetica resistenza a suon di invocazioni in latino. Quando però si rende conto che nessun Dio interviene a fermare le ruspe, si rifugia nella canonica spoglia e misera chiudendo bene a chiave per la paura e abbandonandosi alla disperazione. Ma restando determinato nel non voler abbandonare quel posto fino alla fine dei suoi giorni (chiederà dispensa al Vescovo). Con sé porta una piccola, pacchiana statuina logora raffigurante il Cristo con la M-adonna e altri personaggi che sembra rubata a un mediocre presepio: sarà ad essa che si rivolgerà d'ora in poi nelle sue accorate (ma sempre più sincere e sempre più prive di "orpelli formali") preghiere.
Meglio di così non si poteva rendere il crepuscolo vaticano nel quale versa la Chiesa Cattolica, sempre più vuota, latitante dal presente, impaurita e assediata secondo una sindrome che fu così esplicitamente definita da Camillo Ruini, moderno Mazzarino d'Oltretevere, all'inizio degli anni Novanta. I simboli sono roba da antiquariato da valutare al Mercato dell'arte e da trattare con cura prima di essere immersi in naftalina o ai musei, non hanno più nulla da dire perché la loro perfezione formale è inversamente proporzionale alla potenza evocativa di ciò che dovrebbero significare.

In mezzo a tanto deserto, fa' irruzione la realtà, prima timidamente riprodotta da un vecchio televisore nella canonica e poi più brutalmente incarnatata da un manipolo di immigrati che, guidati da una giovane e procace prostituta fidanzata a uno spregiudicato ragazzo che li sfrutta (il novello Giuda Iscariota?), adocchia la chiesa ormai svuotata come un luogo sicuro dove nascondere i migranti in attesa di proseguire verso la Francia (limitatamente a chi può permettersi di pagare l'altra tranche del viaggio). Oltre a loro, però, faranno irruzione anche un uomo aggredito e ferito dalle forze dell'ordine con la propria famiglia, accompagnato da un uomo determinato e idealista che presto si rivelerà l'interlocutore del vecchio sacerdote e il catalizzatore di tutte le aspirazioni e tensioni all'interno del gruppo di africani.
Quando il vecchio prete si accorge di quanto sta accadendo acquistandone via via consapevolezza, comincia a sostituire i propri malinconici ricordi con il dialogo con questi estranei e quindi con un rinnovato vigore evangelico che lo porterà non solo ad accogliere i migranti, ma a difenderli efficacemente dai tentativi di irruzione delle forze di polizia e dal tradimento del giovane di colore che "soffia" alle autorità la presenza dei clandestini facendoli addirittura penetrare nella ex-chiesa.

Nel frattempo questi migranti si accampano sull'ex-sagrato recuperando i pochi oggetti per noi sacri rimasti e riutilizzandoli efficacemente per risolvere i problemi pratici della convivenza in quel posto: dalla vasca battesimale fino alle candele e ai cartoni delle tele raffiguranti la Via Crucis, tutto servirà ad alleviare i disagi pratici che quelle persone si troveranno ad affrontare in quel luogo rassicurante ma sciatto. Questa ulteriore, potentissima metafora visiva acquista davvero una valenza quasi parabolica e racchiude il pensiero-invettiva di Olmi: solo recuperando l'essenza degli oggetti -compresi quelli sacri- e quindi restituendone il loro senso primigenio sarà possibile farli rinascere e "riabilitarli" agli occhi del mondo e di Dio.

Le forze dell'ordine, ormai penetrate nella ex-chiesa, si comportano con la stessa brutalità e distacco burocratico di Ponzio Pilato prima di essere cacciate dal Tempio dal vecchio prete. Ma all'interno del gruppo di immigrati, accanto a coloro che cercano un dialogo nella gratitudine per l'accoglienza ricevuta, si nasconde chi vorrebbe utilizzare la scorciatoia della violenza: una ragazza imbottita di tritolo è sempre pronta a far saltare in aria tutto in nome della disperazione e dei torti subìti.

Il film ha una parte riuscitissima e una decisamente debole: la parte più efficace è senz'altro quella in cui Olmi si abbandona al mezzo visivo per raccontare la propria idea di Cristianesimo e della Chiesa Cattolica. Volti, gesti, luoghi, ma soprattutto luci e ombre magistralmente dosate e catturate dalla fotografia del bravissimo figlio Fabio (riguardatevi "Cantando dietro ai paraventi" e soprattutto "Il mestiere delle armi", la cui fotografia è esplicitamente ispirata agli affreschi rinascimentali contenuti nel Palazzo Ducale di Urbino), sanno incidere indelebilmente nella mente e nell'anima degli spettatori di questo film, specie se di formazione cattolica.
Quasi irritante, invece, la forzosa presenza di citazioni (di Gianfranco Ravasi) che sembrano messe in bocca ai personaggi perché "dovevano" essere dette o, peggio, perché "dovevano spiegare" ciò che accade! Peccato perché si tratta di riflessioni molto profonde che raccolgono moltissime delle questioni irrisolte dal Magistero cattolico post-conciliare e che si traducono in veri e propri drammi di coscienza individuali, di "inciampo" al cammino di Fede che tante e tanti intraprenderebbero o non interromperebbero se avessero a che fare con una Chiesa meno falsamente sicura di sé e più aperta all'ascolto e all'accoglienza degli ultimi, acutamente identificati da Olmi nei "diversi" in generale (il vecchio parroco chiederà al suo ex-vice che gli rimprovera proprio l'aver aperto le porte della chiesa a dei "diversi", se anche loro non siano tali rispetto a quelli e alla società).

Fortunatamente prevalgono le suggestioni visive e musicali che ci portano dritti al senso ultimo di questo piccolo gioiellino di Olmi che sta in una frase del vecchio prete il quale, rispondendo al perché avesse spalancato le porte della chiesa sconsacrata e della canonica a dei pericolosi irregolari e se fosse consapevole delle conseguenze altrettanto pericolose di quel gesto, risponde con infantile chiarezza: "Ma perché è una chiesa!". Qualcuno lo vada a dire a Ratzinger, a Bagnasco e a tutte quelle coscienze "rettamente formate" dalla dottrina-Ruini, per favore.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR jack_torrence  @  18/10/2011 16:14:37
   6 / 10
Uggiato da troppi momenti didascalici e retorici, si può apprezzare l'onestà, la sincerità dell'urgenza del messaggio di un'Olmi che s'intuisce quanto mai disilluso dalla modernità (e dall'attualità), per quanto strenuamente umanista.
La cornice è molto convincente in termini di una visione allegorica forte; inoltre non sono poche le inquadrature e le immagini che - in una certa funzionale ieraticità dell'insieme - risultano evocative e "parlano da sole". Ma la pellicola si avviluppa in un copione con scarso mordente, penalizzato da alcune situazioni posticce, e non prende mai il volo.

momo  @  11/10/2011 20:08:45
   5 / 10
Olmi con questa impacciata "fiction" indaga con superficialità alcune tematiche attuali di grande effetto. Già ne "I cento chiodi" il film era solo abbozzato, sembrava quasi che ci fosse l'idea ma mancassero le capacità o la voglia di svilupparla degnamente. Anche qui Olmi si ripete, lasciando stare la recitazione, al livello della fiction italiana, si potrebbe comunque sorvolare se le tematiche fossero ben sviluppate invece ci troviamo di fronte ad un patetico buonismo moraleggiante i soliti stereotipi i soliti dubbi una visione univoca segnata dalla continua ricerca di voler far colpo sullo spettatore a qualsiasi costo.

kerkyra  @  10/10/2011 11:42:16
   1 / 10
E' veramente un film noioso inutile lento e didascalico.....
Mi chiedo come mai certi registi se non hanno da dire non dicano...
Per non parlare della sceneggiatura totalmente inesistente...

6 risposte al commento
Ultima risposta 21/10/2011 14.27.25
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suzuki71  @  10/10/2011 08:49:30
   7 / 10
I titoli di apertura mostrano e rimostrano RAI CINEMA e subito il dubbio mi assale: ennesima fiction? Risposta affemativa dalle prime sequenze - sfido chiunque a non sembrare di stare a guardare Rai1 la domenica sera. Tentato di andarmene (Crialese passi pure, ma Olmi!!!), resisto e in fondo faccio bene, perchè questo lavoro dal ridottissimo budget e senza nessuna iperbole fotografica o di location (tutto si svolge in una chiesa+attigua canonica), senza alcuna ripresa che non sia interna, si avvale - per fortuna - di una sceneggiatura che regge e talvolta risulta preziosa (di Olmi, meditazioni scritte da Ravasi) e di facce immigrate giuste, anche se gli spunti sono castigati dalla ridotta durata (il rapporto dottore\laico e sacerdote è interessante). E' un lavoro che resiste fino alla fine, strappando una pienissima sufficienza, la cui denuncia sociale risulta credibile e ci interroga. Parole preziose, spesso poetiche. Un lavoro piccolo, un semplicissimo scrigno?

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