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Film corto, Ombre nella memoria

Pubblicato il 21/02/2015 12:17:34 da Giordano Biagio
Con un ottimo lavoro di regia che si cala meticolosamente in tutte le parti fondamentali della struttura del film, Annamaria Lorusso ha completato, dopo il catalizzante "Il Tempo di un Respiro" diretto con Emilio Perrone, un'altra opera di qualità dal titolo Ombre nella memoria di cui è anche sceneggiatrice e produttrice.
E' un cortometraggio di genere thriller/drammatico che pur nella sua brevità dei 16 minuti riesce a suscitare emozioni e pensieri di livello decisamente alto, cosa che fa pensare a un potenziale espressivo presente nella giovane regista in grado di porre risolutamente in breve tempo i suoi film su un piano di qualità superiore alla media annuale dei film, sul genere, che escono in sala.



Annamaria Lorusso stupisce per come sa raccontare, e per la padronanza dimostrata nel mettere in pratica una sceneggiatura difficile che non ammetteva pause o sequenze frondose, un copione che puntava diritto a uno scorrimento narrativo di livello superiore, privo di ogni inceppo fantasioso di origine commerciale.
Sorprende inoltre l'abilità e la competenza estetica nella ripresa fotografica. La lingua fotografica di Annamaria Lorusso appare ricercata ed efficace, sopratutto nel sostituire, prevedendola, la parola eccessiva, un aspetto che ha evitato più volte nel film il formarsi di verbosità sgradevoli.
La fotografia suscita anche diverse emozioni nei dettagli di rinforzo, in particolare in quelli che sono più in relazione con le parti drammatiche delle scene.
Da sottolineare nel film anche i suoi contenuti socio-esistenziali, le cui problematiche umane sono espresse con chiarezza in tutte le loro specificità, quest'ultime leggibili senza sforzi negli sguardi, nei dialoghi, e nei comportamenti più estremi della gestualità dei personaggi.
Il film è supportato da una tecnica letteraria che riesce a metterne meglio in risalto la forza drammatica, essa consiste in un gioco di contrasti estremi tra pulsioni di vita e pulsioni di morte, qualcosa che riesce ad avvincere senza rinunciare mai ai toni di vero, così importanti quest'ultimi per mantenere in equilibrio un racconto.
Questo film sembra riuscire a dare un contributo significativo alla crescita di quella attendibilità artistica e qualità letteraria che il Cinema Indipendente merita da tempo. L'opera di Annamaria Lorusso è un'ulteriore dimostrazione della possibilità di creare ottime pellicole con progetti a badget irrisori, alla sola condizione di avvalersi di tutto un cast che crede senza riserve nel piacere e nella importanza della creazione di un prodotto artistico bello e privo di condizionanti preoccupazioni di mercato.
Il film si muove culturalmente su un versante dai forti richiami psicanalitici, teoricamente allusi, deducibili solo attraverso gli episodi, essi non fanno mai parte riflessiva diretta del film cosa che avrebbe fatto rallentare il ritmo della narrazione. Un altro aspetto positivo del film infatti è che si capisce bene come certi disagi apparentemente generici, causati da questioni familiari e sociali, siano in realtà costituiti da sintomi nevrotici precisi e di una certa gravità: come l'ossessione di ricordi legati al rimosso traumatico, gli irrefrenabili desideri patologici in forte relazione con una sessualità perversa e dissociativa; e per finire le vere e proprie forme di psicotizzazione tra cui spiccano i desideri incontrollati di eliminare fisicamente l'altro percepito fantasmaticamente come seduttore e carnefice responsabile del proprio destino esistenziale.
Nel cast sono presenti Roberto D'Antona, Greta Armenise, Luna Cacciatori, Domenico Uncino, Annamaria Lorusso, Marco Pagani, Stefania Chiodi, Emilio Perrone e Danilo Uncino.
Trama: "Ci sono ferite che non possono essere cancellate..."
Un giovane uomo inquieto, nevrotico forse per cause oggettive, disoccupato, fuggito di casa, è tentato continuamente di addossare la colpa di alcuni suoi mali a una giovane ragazza. Questo porterà l'uomo a perseguitarla? Quale segreto di origine biografica è presente nell'inconscio, tanto da renderlo così ossessivo? Chi è la giovane ragazza? Essa ha in qualche modo delle responsabilità sul disagio dell'uomo?
Il film sarà presentato in diversi festival e sarà possibile vederlo, almeno inizialmente, anche su You Tube.

Pagina facebook film: https://www.facebook.com/ombrenellamemoria

Il tempo di un respiro - corto

Pubblicato il 04/02/2015 11:01:33 da Giordano Biagio
Il tempo di un respiro

Regia: Annamaria Lorusso, Emilio Perrone
Cast: Annamaria Lorusso, Diana Bologna, Emilio Perrone, Danilo Uncino, Luna Cacciatori e con la partecipazione straordinaria di Roberto D'Antona
Genere: Horror, Drammatico
Durata: 21 minuti


Il Tempo di un Respiro come Ombre nella Memoria, è selezionato ufficialmente al Rome Web Awards 2015.
Film visibile su You Tube


Premessa storica. Nel '700 la morte di un bambino era ancora frequente e suscitava, nelle varie comunità di appartenenza, commozioni e stupori intensi, nonché, nei genitori colpiti, un dolore straziante e annichilente che rimaneva acceso per lungo tempo. La cultura religiosa dell'epoca non poteva quindi rimanere indifferente ad eventi umanamente così sconvolgenti.

Le istituzioni ecclesiastiche cattoliche intervenivano rielaborando ciò che per inerzia della tradizione era rimasto troppo ancorato a una vetusta interpretazione biblica: quella che faceva credere che i bambini morti non battezzati finivano nel limbo, un luogo di anime non peccatrici, privo di pene, ma a cui era precluso il Paradiso salvo un diverso proposito di Dio che non era dato conoscere.

In diversi e numerosi luoghi egemonizzati da una tradizione istituzionale ecclesiastica di tipo integralista-sub culturale, a queste creature morte precocemente non era consentita neanche la normale sepoltura in posti benedetti, ossia legati a una forma di consacrazione con Cristo; essi venivano sepolti nei luoghi più lontani dalle abitazioni, anche lungo i fiumi, fra le montagne, e il loro spirito, secondo numerose leggende religiose di origini sincretiche impregnate di pregiudizi, non trovava pace, l'anima era desiderosa di vendicare le gravi discriminazioni subite: tra le quali la perdita di sacralità della loro purezza. L'anima perciò vagava in cerca dei viventi per spaventarli e opprimerli destando loro atroci sensi di colpa.

Il desiderio di alcune istituzioni ecclesiastiche di dare ai genitori dei figli morti la soddisfazione della certezza della salvezza dell'anima del loro bambino, è all'origine del rito e dei santuari del "ritorno alla vita", che alcuni studiosi teologi francesi hanno chiamato à répit, del respiro, e altri della "doppia morte" o della "morte sospesa".

I santuari del "ritorno alla vita" sono, seppur in modo sporadico, presenti anche in Italia, diversi si trovano nelle Alpi occidentali, sono dedicati alla Madonna e ad alcuni santi. Davanti alla santa immagine che caratterizzava il luogo, si posava - con una compassionevole speranza - il piccolo defunto e con le preghiere si supplicavano i santi benefattori perché intercedessero con Dio per avere un "miracolo d'amore". Quest'ultimo doveva essere evidente, come il ritorno alla vita del bambino, una resurrezione per il tempo di un respiro, di un breve istante di luce terrena, sufficiente per eseguire il battesimo e consentire poi all'anima del bimbo di entrare, senza più dubbi per i genitori, in Paradiso.
Trama del film. Il tempo di un respiro è un film corto, horror-drammatico con coinvolgenti pieghe esistenzialistiche, diretto da Annamaria Lorusso ed Emilio Perrone. Interpretato da Annamaria Lorusso, Diana Bologna, Emilio Perrone, Danilo Uncino, Luna Cacciatori e con la partecipazione straordinaria di Roberto D'Antona.
Il corto è uscito nel settembre 2014 ed è visibile on line su You Tube.
Il soggetto è ispirato a una storia realmente accaduta preso una chiesa a Soriso nel novarese, luogo in cui è ambientato il film, e narra le vicende di Claudia, una madre addolorata per la prematura morte del figlio, che si reca presso la chiesa sede delle apparizioni nella speranza che il miracolo del "Repit" si ripeta; nel 1767 in quella antica chiesa si sono verificati diversi eventi soprannaturali; le anime dei bambini venivano richiamate alla vita per essere battezzate e poter quindi godere di un al di là migliore.
Disposta a tutto, la protagonista giunge sul posto e conosce Marco e Luna, ma qualcosa di pauroso si aggira per i boschi. I protagonisti sono completamente immersi nella selva oscura. Voci e strane visioni iniziano a tormentarli sino a farli sprofondare nell'abisso di un mondo pauroso dove non hanno alcun potere di difesa.
Note su Annamaria Lorusso. Da diversi anni la regista autore e attrice, ha cominciato a dedicarsi al cinema indipendente sia come interprete che come produttrice. Per citare alcuni dei lavori: "Insane", "Bolle di Sapone", "Lezioni di Yoga", "Butterfly effects", "Nightmare Inquirers" di cui è anche il produttore esecutivo, "Inside" e naturalmente "Il Tempo di un Respiro" di cui cura la regia insieme al dotato Emilio Perrone anche lui attore nel film, e di cui è protagonista, sceneggiatrice e produttrice.

L'idea del corto, come e perché è nata. Un giorno conversando con un caro amico dell'idea di un corto un po' particolare, che avesse dell'horror ma che fosse legato ad una situazione reale, egli gli narra di una chiesa legata ad alcuni eventi davvero commoventi. Dopo aver girato una scena per un suo corto, l'amico porta direttamente Annamaria sul posto dove accaddero i fatti, a Soriso, e la donna rimane come folgorata da un pensiero visione, qualcosa riguardante un'improvvisa ispirazione artistica. La sua mente intuisce improvvisamente che quella che poteva sembrava solo una vaga idea aveva trovato, presentandosi sul posto consacrato, una illuminante spinta alla realizzazione.
In quella chiesa erano avvenuti veri e propri pellegrinaggi per poter portare i bambini defunti e falli rinascere il tempo necessario per battezzarli. E così è nato "Il Tempo di un respiro".
Tra i programmi futuri di Annamaria, rilasciati in alcune interviste, c'è la realizzazione di un lungometraggio la cui sceneggiatura è in fase di stesura. Annamaria in diverse conversazioni auspica vivamente che il cinema italiano risorga sottolineando come ci siano talenti in Italia che la gente nemmeno sospetta. Secondo il suo punto di vista il cinema italiano adesso è limitato e regala poche sfumature di sé, ma se si uniscono le forze e si creano le giuste alleanze molte cose potrebbero essere cambiate.
Il tempo di un respiro è un film corto riuscito, indubbiamente di pregio soprattutto per l'effetto emozione procurato da una trama che rispetta a grandi linee le regole aristoteliche classiche della tragedia, suscitando pietà e terrore, considerati ottimi parametri per misurare l'intensità delle emozioni, due sostantivi che sono al centro della teoria della poetica del racconto (mythos) in Aristotele.
Il film brilla in virtù di diverse soluzioni adottate alla forma del racconto. Innanzi tutto un modo di raccontare credibile, sempre ben connesso con il reale, quello più normalmente percepibile nel quotidiano. Inoltre il film coinvolge straordinariamente sul piano emotivo grazie a un finale che va contro ogni attesa costruita in precedenza, non lasciandosi travolgere da un eccesso di fantasia ma rimanendo ben saldo ad una realtà intrecciata con l'immaginario senza precisi confini. Sogno, attività onirica diurna, delirio da dolore, allucinazioni da rievocazioni inconsce segnate dalla disperazione, fondono il crudo e freddo reale dell'esistenza dandogli forme espressive sempre diverse e impregnate di senso.
Un po' a sorpresa per la nostra epoca cinematografica il film suscita quindi quel phobos (terrore) ed eleos (pietà) nello spettatore, che sono sempre più rari nel cinema postmoderno. Il presente cinematografico incarnato dai suoi protagonisti ideatori di opere filmiche, appare per lo più affetto da una diffusa e sterile arroganza, essa la si trova soprattutto nell'attuato forte rinnovamento di molti codici espressivi e forme di intreccio delle trame cinematografiche, avvenuto ignorando spesso il mondo culturale classico, vera fonte quest'ultimo di idee di qualità tese a procurare nello spettatore: piacere e commozione, godimento e pianto, paura e sgomento, lungo una rappresentazione della condizione umana riconoscibile come vera, possibile, o testimoniata da esperienze altrui ascoltate.
Annamaria Lorusso ed Emilio Perrone con questa bella opera indipendente hanno reso evidente, per contrasto, come il cinema postmoderno di questi ultimi due decenni, non solo italiano, sia sempre più confuso nelle idee, in bilico tra spettacolo e cultura, arte e contenuti, incassi e qualità del messaggio. Gli autori di oggi commettono il grave errore di trascurare studi fondamentali sulle grandi regole classiche del racconto teatrale e cinematografico che vanno a grandi linee da Aristotele a Hitchcock, Kubrick, Orson Welles.

Promenade d’Italie

Pubblicato il 28/10/2014 15:31:26 da kowalsky
Al Lido di Venezia i fantasmi evocano un Festival drl cinema che ormai non esiste più. Qualcuno mi chiede dove e come si può raggiungere il Des Bains, ormai chiuso da anni, e sono costretto a invitarlo a scegliere una meta diversa, lo stesso Visconti (che vi giro' "Morte a Venezia") oggi si rivolterebbe nella tomba. Non va meglio all'Excelsior, meta di fugaci e gustosi cortometraggi inediti, ormai spazio di (pochi) vip e tediosi lounge parties in abito da sera. Il pubblico cinefilo tira un sospiro di sollievo, almeno non dovrà trovarsi le sale strapiene o i biglietti esauriti due giorni prima come un tempo, ma certo non vedrà mai più Bruce Willis esibirsi con la sua band, Vittorio Gassman recitare gratis "L'urlo" di Ginsberg, Jack Nicholson parlare a una folla straripante, rischiare il linciaggio morale per L'ULTIMA TENTAZIONE DI CRISTO o magari assistere a un buon concerto rock di Stevie Wynn. Tutto questo accadeva (e molto di più) qualche anno fa. Gli abitanti del Lido, pigri per natura, non hanno avuto una Mostra del Cinema ma una stanca kermesse con un po' di glamour, un Festival sopravvissuto all'ombra di se stesso. Il giorno dell'apertura, strade deserte e bar chiusi prima di sera avevano già messo in allarme, dopo un'estate non troppo esaltante sul piano metereologico. Privati degli stand di Raro Cinema e altro, gli stessi cinefili sembrano meno compatti, e nessuno chiede la testa di questo o quel cineasta. Restano solo gli stand gsstronomici dove si mangia male e si spende peggio, o i chioschi di bibite o panini degni di una sagra paesana, gestiti con disinvolta spontaneità.

E a parte il restauro di una Sala Darsena magnifica, il cratere di uno dei più ignobili abusi edilizi della storia giace com'è, inesorabile scempio che va avanti da almeno 5 anni.

Inezie, il cinefilo doc esiste ancora, parla dei film tacciando prudentemente come "buone" opere di cui qualcuno tesserà le lodi e altri ne indicheranno i difetti strutturali e artistici.

Mentre il Lido si prepara al suo funerale, sono vere e proprie chimere autunnali a inaugurare la fine della stagione. Come il nubifragio che si è abbattuto su molti di noi all'uscita della proiezione di LOIN DES HOMMES. Resta solo il consolante Paolo Baratta a erudirci sul fatto che quest'anno si sono venduti piùabbonamenti della scorsa edizione. Nonostante la buona qualità dei film in programmazione, la Mostra è allo sbando, come tutto il cinema. E se tanta gente va a vedere James Franco senza sapere chi è Faulkner, è il segnale che qualcosa non va.

Se applaudono la Guzzanti perchè ci fa odiare i nostri politici o dibattono ancora una volta con ipocrita, affettuoso disprezzo sulla vita e morte di Pasolini, il tempo di rivedere un altro Festival è davvero lontano. Fuori dall'indifferenza di una massa curiosa e al tempo stesso artefatta al glamour, come si chiedesse ormai che ci sta a fare, qui, un Festival, pieno di abitudini e privo di risorse (economiche). Neanche l'ombra di uno scandalo annunciato, Larry Clarke può dormire sonni tranquilli. Insieme a noi, miserevoli eredi delle antiche contestazioni (vs. I 12 anni senza premi, dal 68" al 1980) che vediamo svanire, mortificarsi, le nostre Borghesi e antiche passioni.

Categorie: Festival Venezia, Cinema approfondimenti

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Film corto, Ore cutanee di Duilio Scalici

Pubblicato il 22/10/2014 11:48:48 da Giordano Biagio
Ore cutanee
Regia di Duilio Scalici
Cortometraggio drammatico
Duilio Scalici è nato il 1994 a Palermo. Ha realizzato diversi videoclip musicali per artisti italiani quali: Bologna Violenta, Jessica Brando, Simona Gretchen, The Barbacans ed altri. Fra questi, il video del brano "Time For The Choice" dei The Barbacans, arriva fra i finalisti del Premio Italiano Videoclip Indipendente 2010, accanto ai video di Max Gazzè e Il Teatro Degli Orrori.



Nel 2010 fonda l'etichetta indipendente Sinusite Records, che nel settembre del 2014 diventerà "Sinusite Associazione Culturale".
Nell'aprile del 2014, realizza il suo primo cortometraggio "Ore Cutanee" selezionato all'Etnaci Film Festival 2014, che immediatamente diventa virale sul web e viene proiettato in diversi cinema d'Italia. Nel giugno dello stesso anno, assieme ad altri videomaker, realizza il docu-film "Cuervoluciòn", per conto della famosa tequila "Jose Cuervo", che verrà trasmesso a fine anno su MTV Italia.

Sta attualmente lavorando come aiuto-regista al film "Erba Celeste" di Valentina Gebbia e sta realizzando il suo secondo cortometraggio dal titolo "La Colpa".
Attori: Paola Raeli e Clara Tramontano
Produzione, fotografia, sceneggiatura, montaggio di Duilio Scalici

Commento critico di Biagio Giordano

Il ventenne regista Duilio Scalici, esordisce nel cinema con il cortometraggio Ore Cutanee, un'opera elegante con un'andatura in stile cortese che via via diventa sempre più colorita di una passione senza confini.
Il film, che appartiene a un genere dai termini sfumati, collocabile tra il poetico e il drammatico, è stato selezionato dal Etnaci Film Festival 2014. La pellicola sta avendo un buon interesse anche nel web ed è proiettata in diverse sale cinematografiche italiane.
Il giovane Duilio Scalici sta da tempo sviluppando alcune idee letterarie per il cinema, che con questo film appaiono subito di un certo spessore elaborativo, sia contenutistico che formale. Durante la proiezione non si può fare a meno di essere attraversati da intense emozioni, le cui forme sono tra le più diverse, esse vanno dall'empatico all'estetico per finire poi nel piacere intellettivo: quello per lo più legato al senso logico delle cose che nel film è efficacemente intuibile.
Gran parte delle emozioni rilasciate dal film sono frutto di una composizione scenica non certo da manuale, bensì costituita da codici visivi liberi, sempre rigorosi, animati da una verve creativa dell'autore che sembra saper far brillare ogni cosa.
Il film ha una intelaiatura visiva priva di smagliature, grazie un occhio fotografico di rilievo sempre ben in sintonia con il movimento tecnicamente sicuro della mano sulla telecamera e con un gusto letterario raffinato manifestato dall'autore con il suo pensiero narrativo in più occasioni.
Il progetto sul cinema di Duilio Scalici appare quindi, da questi primi indizi, felicemente idoneo a realizzare un cinema di qualità, composto da inflessioni artistiche ben caratterizzate, lontano dall'intrattenimento. E' un pensiero quello espresso con questo film che sa di prezioso, qualcosa che sembra trovare alimento da una percezione viva e attenta dell'autore sulla complessità con cui si muove il reale di oggi, un mondo difficile, a cui Duilio, tra le righe, sembra voler porre grande attenzione.
Questa sua prima opera è quindi già qualcosa che sembra poter inaugurare un fertile rapporto di comparazione artistica, critica, con quella parte della storia del cinema più vicina a forme letterarie dal forte richiamo estetico ed esistenziale.
Ore cutanee è una storia d'amore semplice ma profonda, rappresentata con garbo poetico, supportata da finezza ed eleganza nei modi di riprendere che lascia meravigliati per senso del bello e del romantico.
Da sottolineare anche la parte che ha la musica nel film, del tutto appropriata al tipo di narrazione, felicemente sincronizzata con i toni narrativi scelti per il film che hanno in sequenze alternate, un po' paradossalmente ma artisticamente efficace, elementi romantici e neorealistici. La musica è sempre puntuale nel rafforzare o stemperare i momenti emotivamente più salienti delle scene del film.
Per finire i dialoghi, essi sono sobri ma di buon spessore comunicativo in quanto si è lavorato molto sulla scelta delle parole, selezionando ciò che meglio poteva dire di una situazione con poche parole, eliminando quindi lungo la ricerca quelle proposizioni prolisse sostituibili con frasi brevi senza perdere i contenuti.
Il film ha anche aspetti pedagogici di rilievo, sembra abbattere ogni barriera pregiudiziale rispetto ad appartenenze sociali (il protagonista infatti è un badante), razziali, di classe per dare spazio alla passione pura, non viziata da odi ambivalenti, a un piacere dei sensi che può attivare forme di sentimento certe ma non ancora ben delineate, in forte relazione con l'inconscio, qualcosa in grado poi di trascendere, con poetica risolutezza, ogni condizionamento mortifero del più abbruttente reale di oggi.
Ore cutanee è un'opera filmica che esce dal claustrofobico tempo dall'orologio, per naufragare con dolcezza in una poesia priva dei contrattempi volgari che rilascia il tempo.
Con l'espandersi smisurato del sentire per incanto che anima i due protagonisti, il film vola verso l'incommensurabile delle cose, verso quell'abbagliante colore di assoluto che la passione rilascia nella vita togliendo di mezzo ciò che di fugace, meschino, e banale è presente nell'ordinarietà delle cose quotidiane.
Una passione che spinge nell'oblio tutto ciò che non la riguarda e che fa rotolare per qualche ora l'immagine della morte negli instancabili ingranaggi dell'orologio fermandolo.
Il filmato di Duilio Scalici è un autentico pezzo di opera d'arte, in quanto riesce a comunicare il pathos dell'amore, i forti sentimenti che si formano lungo il rapporto, le diverse forme pulsionali che lo animano, senza retorica ridondante. L'autore dipinge con talento un immagine dell'amore del tutto originale, di cui per certi aspetti, non da poco, se ne ignorava l'esistenza.
E' un amore quello di Ore cutanee egregiamente rappresentato anche in tutta la sua misteriosità, soprattutto attraverso la suggestione che rilascia la fotografia con i suoi giochi inediti di luce ed ombre quando la macchina da presa fa scorrere in primo piano, facendoli diventare surreali, alcuni particolari dei visi e degli arti.



Categorie: Generi corto, Generi drammatico, Cinema approfondimenti

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Man in black

Pubblicato il 21/10/2014 15:54:50 da kowalsky
"SENTO SUL COLLO IL FIATO CALDO DELLA LEGGE, LI SENTO CHE FANNO LE LORO MOSSE, PIAZZANO PUPE DIABOLICHE COME INFORMATORI E CANTICCHIANO DAVANTI AL CUCCHIAINO E AL CONTAGOCCE CHE BUTTO VIA ALLA FERMATA DI WASHINGTON SQUARE, SALTO UN CANCELLETTO GIREVOLE, SCENDO A PRECIPIZIO DUE RAMPE DI SCALE DI FERRO, PRENDO LA METROPOLITANA IN DIREZIONE UPTOWN..." Cfr. The Naked Lunch, William Burroughs



La letteratura ha avuto il suo William Burroughs, e il rock ha avuto il suo Lou Reed. La sua scomparsa (avvenuta il 27 ottobre 2013) va ben oltre il semplice lutto per una delle più seminali e rivoluzionarie figure musicali di sempre, per tutto quello che ha rappresentato anche al di là della musica, per i suoi eccessi, per la teatralità e nondimeno per aver insegnato agli ascoltatori più incalliti che il rock non poteva essere più quel verginale paravento trasgressivo che comunicava qualcosa tipo il furore di vivere.
Per quanto Lou Reed sia stato, insieme forse al solo Iggy Pop, il personaggio più "adulto" e importante di una certa storia, non ha mai goduto del prestigio popolare di John Lennon, di Dylan, di Jim Morrison, avendo fin dall'inizio contribuito a rendersi ostico alle orecchie di quanti credevano veramente di conoscere la dimensione culturale del rock.
I Velvet Underground, prodotti da Andy Warhol, sembrano esistere nel mezzo di un vernissage o un party tra intellettuali che leggono Baudelaire e Von Masoch, abusano di droghe, si vestono di nero come gli esistenzialisti francesi di qualche anno prima, amano la pittura e la poesia, le distorsioni e il cinema indipendente della Factory, ma soprattutto voltano le spalle al pubblico, e non portano camice a fiori. Quel lato perverso e diabolico dell'era Beat i Velvet lo hanno imparato grazie a Burroughs, ma anche a Rimbaud, Verlaine, Baudelaire, Sade, Jean Genet e altri ancora. Il loro nichilismo esasperato raggiunge il culmine con "Sister Ray", 8 minuti di distorsioni che sembrano indicare l'unica strada aperta per la Rivoluzione futura, un pessimismo invadente e irritante, una luce sinistra sulle future e purtroppo brevi aspettative della gioventù dei figli dei fiori.



Gli stessi Beatles avvertono questo malessere consegnando ai fans interdetti "Helter Skelter" e "Revolution 9", ma anche "A day in the life", mentre molti gruppi rock parlano apertamente di droga (Fugs, Jefferson Airplane, Rolling Stones, 13th floor elevators) ma quasi mai raccontando il grado di Separazione o disperazione dalla realtà terrena. Lou Reed in "Heroin" cita involontariamente il Burroughs di "La scimmia sulla schiena", riflettendo sul Malessere urbano, sull'autodistruzione fisica che porta all'abuso di certe sostanze. Non sono più Paradisi Artificiali, ma vere e proprie trappole di morte per uomini soli. E in fondo resta, prevale un sentore romantico, la Poesia decadente, che brucia nelle notti ai margini della tossicodipendenza e della fuga chimica.
E a tutto questo si oppone una musa bellissima e appariscente che ha lavorato con Federico Fellini ed è stata l'amante di Alain Delon, fotomodella tedesca e cantante, Nico. O la viola di John Cale, a invadere insinuanti, false ballate romantiche o tessere inascoltabili alchimie sonore minimaliste ("The black angel's Death song").
Occorre una notevole forza d'animo per capire che non sempre l'esperienza musicale può essere piacevole, anzi il disagio uditivo che provoca è forse l'elemento primario della sua innovazione, perché ha il dono sporco e proibito della verità.

E probabilmente è (anche) grazie a Lou Reed che oggi siamo in grado di ascoltare i dischi della Ug Records, la no-wave giapponese, il punk sperimentale e lisergico, le industrial-band, il dark contemporaneo e quello dei primi anni 80", e, perché no?, l'Heavy Metal. Probabilmente nessuno ha mai speso tempo e denaro ad acquistare o ascoltare i Velvet Underground o il primo Lou Reed, pochi tra gli adepti del black metal nordeuropeo l'hanno fatto, ma in un certo senso senza Lou Reed e il suo linguaggio musicale non avrebbero mai potuto capire o apprezzare gli Immortal o i Dimmu Borgir. Non si tratta certo di affinità musicali, ma di strane e lontanissime alchimie che richiamano all'iconoclastìa deviante di certe sonorità fuori dal comune.



Se (anche) la musica complessa e disturbante gode di una certa fama tra i giovani, le radici di questa attitudine sono anche qui, e non solo nelle chitarre lisergiche di Hendrix o nelle chitarre grintose degli Steppenwolf o Blue Cheer. Non c'è da stupirsi, pertanto, se l'ultimo album di Lou con i Metallica (Lulu) sia stato un insuccesso, e se detiene il primato di inascoltabilità - a detta di qualcuno - che molti hanno attribuito ai suoi tempi al micidiale "Metal machine music", che lo stesso Reed definiva con ironica saggezza "un album di musica classica".
"Lulu" è uno splendido concept che disintegra volontariamente il quartetto di James Hetfield, lasciando che il ruolo di distorsori siano i tanti sopravvissuti all'estetismo Metal degli anni 80'. E' una linea narrativa che fa a pezzi abiti neri e grand-guignol, consegnando alla storia un mosaico che parte da Pabst per arrivare a quel disco maledetto e "occidentale" che fu "Berlin".

Di solìto a parlare di Lou Reed si racconta sempre della sua tossicodipendenza, dell'omosessualità, di aver osato fare di "Transformer" - suo secondo album solista e primo capolavoro - un'Icona del movimento Glam. Perché - a dirla tutta - "Transformer" non ha molto a che vedere con i lustrini e tantomeno le voci in falsetto degli Slade o degli/lle? Sweet, ma sembra la lucida metamorfosi/trasformazione del sobrio cantore di vizi in un fantasma del Novecento, che attraversa il nazismo e Marlene Dietrich, Kurt Weill e Christopher Isherwood, proiettando su di sé la luce inquietante di un passatismo barocco e incisivo, ma al tempo stesso radicale.
Si autocelebra per la prima volta in uno dei più grandi dischi dal vivo mai realizzati, quel "Rock and roll animal" che dedica spazio ad altri fantasmi, come Billie Holiday, mentre il peccato ("Walk on the wild side") è esibito come scelta, condanna, esperienza, quasi come quegli attori di Hollywood costretti a dimagrire o ingrassare per avere il ruolo in un film.







"Venus in furs" viene citata spudoratamente nell'ultimo film di Roman Polansky, ma è anche l'unico momento davvero persuasivo dell'irritante "Last days" di Von Trier, perché celebra quella sorta di disonorata riconoscibilità che forse il buon Kurt Cobain non ha voluto cogliere.
"Berlin", il disco, che fece uscire di senno il produttore per averne riconosciuto, tra le righe, tracce della sua vita privata, è GIA' un film. Il film che non hanno mai potuto realizzare, che sarebbe piaciuto a Douglas Sirk o a Fassbinder, litania di quel vago senso di morte e separazione che racchiude ogni storia d'amore quando tracima nella tragedia.
Gli anni 60', il Beat, la Psichedelia finiscono con la morte di un giovane a un concerto degli Stones ad Altamont, la strage di Bel Air per opera di un fanatico satanista mancato folksinger (Charles Manson), la fuga mentale di Syd Barrett e tanti morti illustre sopravvissute a malapena ai trent'anni (Janis, Jim, Jimi, Buckley).
Il mondo mostra sempre più apertamente il suo lato oscuro e marcio, e Lou Reed è stato lo sciagurato profeta di quel futuro prossimo.

L'odio per le convenzioni e le autorità, la macchina del successo che ancor oggi miete vittime anche nel mondo del pop (Witney Houston, Micheal Jackson, Amy Winehouse) vengono ogni volta messe in discussione da quest'uomo antipatico e indisponente che, come l'Orson Welles nel cinema, semina per la strada operazioni velleitarie o incompiute, rari successi e sonori fiaschi annunciati.
Protetto forse dall'atteggiamento di chi per tutta la sua vita ha tentato di farsi capire, dedica alla musica una serie di opere sbagliate e controverse ("Sally can't dance", "The bells", "New sensations") e fugaci capolavori ("Street hassle", "New York", "Magic and loss", "The Raven") alternando il palcoscenico alla dimensione spoken word, da narratore ma non proprio alla maniera di Lenny Bruce, e cucendo o rovinando definitivamente i rapporti con i vecchi amici (John Cale, Bowie, Nico, Maureen Tucker).
E' di pochi anni fa l'adattamento teatral-cinematografico di "Berlin" per opera di Julian Schnabel. A dirla tutta, l'operazione ricorda fin troppo certe operazioni di Andy Warhol, altro fantasma che emerge quando sembra troppo tardi, specialmente nel disco-tributo "Songs for Drella".
Il cinema gli deve molto, e persino i politici. Vaclav Havel pretese di essere intervistato dal suo idolo durante e dopo la sua campagna elettorale. E nel cinema di Leo Carax, Von Trier, Van Sant, Tarantino e Skolimosky, troviamo qualcosa che indirettamente porta a Lou e alle sue oscure canzoni.
Si innamora guardacaso di Laurie Anderson, artista d'avanguardia amica di William Burroughs e anima creativa di quella scena Newyorkese che, come ai tempi dei Velvet, percorreva i tempi con l'aria di chi ne conosceva la fine. Ne nasce un matrimonio anche professionale che rilegge Edgar Allan Poe e il free jazz di Ornette Coleman, Edgar Varese e Hoffman, sempre più attratto dalle storie turpi e crudeli, mai un vero lieto fine.
Salvo quando, forse, cantava l'amore con la sua voce fredda e nasale e non poteva comunque comunicare altro di una leggera inquietudine.
Lo sanno bene The Smiths, Pavement, Television, Fall, Vic Chesnutt, Nick Cave, Arab Strap, Xiu xiu, i Sonic Youth, Rollins e tutti gli altri musicisti che ne hanno raccolto le redini.
O anche quando rovescia il Mito Tragico di Romeo e Giulietta sperando che in qualche modo quei due amanti perduti si possano ritrovare per sempre. Un desiderio di espiazione virtuale, probabilmente

Categorie: Cultura e spettacolo approfondimenti

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