Recensione 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni regia di Cristian Mungiu Romania 2007
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Recensione 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (2007)

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locandina del film 4 MESI, 3 SETTIMANE E 2 GIORNI

Immagine tratta dal film 4 MESI, 3 SETTIMANE E 2 GIORNI

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Immagine tratta dal film 4 MESI, 3 SETTIMANE E 2 GIORNI
 

Telecamera fissa, una stanza, il disordine è imperante, una ragazza seduta su un letto disfatto fuma nervosamente, lo sguardo intimorito, accanto una valigia aperta, di fronte a lei un'altra ragazza. Le due stanno dialogando, l'atmosfera appare soffocante; a contrastare questo grigiore da dietro una finestra in fondo alla stanza cadono lievi dei fiocchi di neve; la ragazza in piedi esce dalla stanza, ci troviamo in un istituto, precisamente nella casa dello studente. Fuori il grigiore non cambia, un corridoio lungo e buio, altre stanze; in alcune si vendono prodotti cosmetici e pacchetti di sigarette a mo' di mercato nero, docce e bagni in comune, stesso senso di oppressione. La ragazza dopo un breve giro fa rientro nel suo alloggio, l'altra sta preparando la valigia, parlano di un problema da risolvere e su come gestire una somma di denaro. Quello che si evince è che il problema riguarda la ragazza che fumava nervosamente e che appare psicologicamente più fragile; l'altra, apparentemente più sicura, sembra intenzionata a risolverlo: prende dei soldi, indossa una giacca ed una sciarpa ed esce di nuovo dalla stanza.

4 mesi, 3 settimane e 2 giorni è il tempo che separa la bellezza di una gioia naturale dall'angoscia di un dolore paralizzante, è un interludio tra la possibilità di una nascita e la certezza di una morte.

Romania 1987, da oltre venti anni il regime di Ceausescu ha reso illegale la pratica dell'aborto, non per condotta etica e morale, ma per incrementare le nascite necessarie ad infoltire le fila dell'esercito ed avere abbondante forza lavoro; ma l'uomo ha sempre ignorato gli insegnamenti della storia e da sempre, ad ogni repressione imposta da un regime per estirpare quello che viene considerato un male, ne consegue un male maggiore, in Romania dilaga l'aborto clandestino.

Gabita è incinta ed è fortemente intenzionata ad abortire, del suo fidanzato nessun accenno: durante tutto il film non viene mai nominato, è un dettaglio importante perchè dà il senso del dramma comune che molte ragazze rumene hanno dovuto affrontare in quegli anni senza l'aiuto di nessuno, Gabita il suo angelo custode lo trova in Otilia, la sua amica del cuore, assoluta protagonista del film, costretta ad una penosa umiliazione pur di aiutare l'amica; un ambiguo dottore di nome Bebe, l'unico che sembra in grado di risolvere il problema, rappresenta la loro discesa all'inferno.

Cristian Mungiu penetra la spessa coltre della dittatura che avvolge ed opprime una città anonima fatta di esistenze anonime che affrontano la triste quotidianità urbana dove il terrore, la costrizione, l'umiliante imposizione della libertà negata, abbrutiscono le vite anestetizzando persino i sentimenti, tutto appare freddo, catatonico, grigio, come il cielo di un qualsiasi febbraio rumeno, ed è in questo universo monco, spezzato, che la macchina da presa del regista accompagna lo spettatore sostituendosi agli occhi di Otilia, ai suoi respiri affannosi, al suo procedere energico e stanco allo stesso tempo, è l'enfatizzazione di ogni secondo della sua vita, l'occhio vigile della telecamera la segue mentre è alla disperata ricerca di una stanza d'albergo, la segue accompagnare nella camera l'amica e lì condividerne l'umiliazione di una violenza carnale, penoso contributo per pagarsi l'aborto, la segue partecipare ad un'imbarazzante cena di compleanno a casa del fidanzato Adi per poi tornare in albergo e trovare le forze necessarie per raccogliere il feto espulso da Gabita sul pavimento del bagno, avvolgerlo in un fagotto di asciugamani e disfarsene gettandolo nello scarico dell'immondizia di un palazzo. Tutto è descritto in modo asciutto, senza enfasi; se nello splendido "Le vite degli altri" l'oppressione della Stasi lasciava trasparire un barlume di speranza, un senso di apertura, in "4 mesi, 3 settimane e 2 giorni" il totalitarismo di Ceausescu sembra non lasciare respiro, incombe sui personaggi come una gigantesca mano trasparente, su tutti, sui buoni e sui cattivi; lo temono le povere Gabita ed Otilia, lo teme il cinico Bebe, lo subiscono i genitori all'interno delle case, lo sopportano i figli nel tetro squallore delle strade.

Cristian Mungiu, quarantenne all'esordio, costruisce il film con lunghi piani sequenza alternando inquieti momenti in cui i movimenti di macchina a spalla inseguono la protagonista durante i suoi spostamenti notturni all'esterno, ad altri in cui la telecamera fissa inquadra impietosamente, per alcuni secondi che sembrano millenni, il feto appena espulso da Gabita, oppure durante la straordinaria sequenza della cena di compleanno dove traspare, a contrasto con il clima festoso, tutta l'inquietudine e la frustrazione di Otilia.

Il decreto 770 emanato nel 1966 dalla delirante politica sanitaria di Ceausescu ha causato, nei ventitrè anni in cui è stato in vigore, più danni di una pestilenza; oltre al mezzo milione di donne morte in quel periodo a causa dei rudimentali mezzi usati e dell'incompetenza di numerosi sedicenti medici, si aggiunge il dramma dell'abbandono dei bambini; le donne, quasi indotte a concepirli (oltre a rendere illegale l'aborto, il decreto abolì l'uso degli anticoncezionali e l'educazione sessuale nella scuole, contestualmente aumentando in modo vertiginoso le tasse sui single e le coppie senza figli) erano costrette poi soprattutto da gravi problemi economici ad abbandonarli in strutture statali improvvisate ad orfanotrofi dalle condizioni sanitarie drammatiche, facendo salire il tasso di mortalità infantile a livelli elevatissimi.
Anche il regista fa parte del boom di nascite di quella generazione; è quindi cresciuto circondato da storie come questa, ed una in particolare, che gli è stata raccontata da una persona cara, gli ha dato lo spunto per la stesura della trama del film.

"4 mesi, 3 settimane e 2 giorni" fa parte di un progetto ideato da Mungiu insieme ad altri due registi, Hanno Hofer e Razvan Madulescu, intitolato "Tales from the golden age" composto da sei storie tutte ambientate prima della caduta del muro, ciascuna delle quali raccontate da una prospettiva diversa, mostrando la struggente quotidianità di quegli anni.
Mungiu è un bravo regista esordiente che ha meritato la palma d'oro al festival di Cannes; nulla da dire poi sull'interpretazione degli attori con Anamaria Marinca (Otilia) un gradino sopra a tutti, brava Laura Vasiliu (Gabita) a rappresentare quello che si prova di fronte ad un problema così grande e Vlad Ivanov (Bebe) a fondere professionalità (come interprete) e meschinità (come personaggio).

Chissà se quel "non parliamone più" sussurrato dalla voce strozzata di Otilia all'amica Gabita nella scena che chiude il film, serve veramente a cancellare il doloroso percorso intrapreso dalle due donne; la stupida ed ottusa violenza dell'essere umano calpesta la dignità di altri esseri umani, che almeno il silenzio aiuti a ridare ad Otilia e Gabita quel cielo negatole dalle pareti di una stanza di albergo.

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Recensione a cura di Marco Iafrate - aggiornata al 13/05/2008

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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