Recensione appuntamento a belleville regia di Sylvain Chomet Francia, Belgio, Canada 2003
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Recensione appuntamento a belleville (2003)

Voto Visitatori:   7,60 / 10 (73 voti)7,60Grafico
Miglior colonna sonora
VINCITORE DI 1 PREMIO CÉSAR:
Miglior colonna sonora
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locandina del film APPUNTAMENTO A BELLEVILLE

Immagine tratta dal film APPUNTAMENTO A BELLEVILLE

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Immagine tratta dal film APPUNTAMENTO A BELLEVILLE

Immagine tratta dal film APPUNTAMENTO A BELLEVILLE

Immagine tratta dal film APPUNTAMENTO A BELLEVILLE
 

C'è tutto il peccato della purezza in questo film: una malinconia struggente, il treno del futuro che incoraggia la vita a fermarsi in tempo.
Lo schema quotidiano ritrova nella passione (quella di Champion per la bicicletta) una ragione di vita, che il mondo, sordo alle emozioni pure, tradirà precocemente. Poi lo vediamo riapparire, nell'intimità quotidiana di una linda dimora, dove Madame Souza, come tutte le nonne di un tempo, incoraggia il nipote a ritrovare la sua dimensione di forza e coraggio.
Il corpo è (ancora) ciò che la mente esorta ad esaudire, ma la macchina del capitalismo rischia di seminare i suoi frutti amari.

Cinque anni di realizzazione per un'opera che "segue il diametro univoco del desiderio", per Chomet equivale a un sogno finalmente realizzato. E' un'attesa che vale il risultato, visto che "Appuntamento a Belleville" rappresenta un vertice indiscusso nella storia del cinema d'animazione europeo; sia esso quello del ceco Trnka, sia John Halas e Roy Batchelor, che del nostro Bruno Bozzetto.
Al primo impatto, un film del genere, che implica necessariamente la forza di adeguarsi agli stilemi e alla storia del cinema o della cultura francese, potrebbe peccare di nazionalismo o di maniera; ma ciò che rende universale e poetico il suo messaggio è l'indiscussa capacità di raccontare il tempo attraverso immagini (o musiche), rendendo lo spettatore vittima dell'annullamento inconsapevole che dà ai particolari.

Non è solo un tributo al cinema dei primordi (i Lumiere), o alla maschera impassibile di Buster Keaton (che qui ha le fattezze flemmatiche del protagonista da adulto), né un revival demodè che attraversa modi e stilemi - dal realismo francese di Pagnol al Monsieur Hulot di Tati, dal surrealismo di certi sfondi magrittiani, al dadaismo di George Grosz - e personaggi più o meno noti del tempo che fu - Coppi, Josephine Baker, lo stesso Tati (la tv di Madame Souza proietta "Giorno di festa").
Tutto è attraversato da un pathos che rievoca l'epilogo di una genuina esuberanza, quella che ci porta a rimpiangere la Belle Epoque, le notti a luci rosse di Anais Nin ed Henry Miller, il Moulin Rouge d'annata, con quel senso puro di (accademico, sì) europeismo che paradossalmente i nostri anni inquieti sembrano aver rimosso negli egoismi nazionali, con buona pace di Maastricht.

Eppure è errato indicare quest'opera unicamente come omaggio a un passato che non torna più. Se si supera la barriera/bandiera del nazionalismo francese, issata contro l'imperialismo americano, nel film cogliamo, appunto, lo scherno e il rimpianto della nostra antica purezza.
Inizialmente, le immagini riflettono una quotidiana solitudine, che però ha l'intima, forse un po' autarchica, dimensione affettiva di Madame Souza (in compagnia dell'onnipresente cane Bruno). Ma il tempo celebra i fasti di un'epoca ormai lontana, e nondimeno già qui; già allora, ritroviamo la parola "fine" all'endemica e implosiva autorealizzazione umana del sogno.
È per questo che il protagonista partecipa al tour de France, ma rapito da un manipolo di gangsters, che vivono di scommesse clandestine e malaffare, finisce per espiare la sua passione in USA in un intrigo di delinquenza e uomini che si servono di lui per il proprio lucro.

Allo stesso tempo, la dimora di antiche generazioni, i patriarcati, viene trafitta, umiliata dagli schemi del capitalismo, dell'abuso edilizio, che fa costruire una fragorosa rete ferroviaria a ridosso delle mura, un tempo silenti, di Madame Souza.
Verrebbe voglia di espugnare una forte indignazione, non fosse altro che questa rabbia è oramai tardiva: lo scempio è tale che rilegge appena l'inesorabile rimorso per ciò che tutti noi abbiamo in qualche modo incentivato.
L'immaginario di Chomet, quando non si limita a irresistibili parodie (Fred Astaire divorato dalle sue scarpe da tip tap - vittima inconsapevole della sua stessa arte - il garconniere dinoccolato e baffuto) diventa immagine e simbolo del degrado della nostra amena e rassicurante felicità.

Giocato tutto sulla mimica e privo di dialoghi; il film potrebbe apparire come una rivendicazione patriottica della grandeur francese, e in effetti tutto lo fa pensare: il viaggio di Madame Souza in USA alla ricerca del nipote non cambia la prospettiva, ma anzi la esaspera.
Infatti, Belleville città-utopia su modello di New York, ha un nome francese, così come le Triplettes (impagabile gruppo di megere che si esibiscono suonando rumori industriali e carabattole - gustoso incrocio tra le Andrew Sisters e il Tom Waits di swordfishtrombones), lo stesso cameriere del locale viene "francesizzato" in movenze tipicamente europee. E il quartiere dove Madame Souza trova ospitalità si chiama "quartiere parigino".
Insomma, Chomet ci prende gusto a ridicolizzare il primatismo USA, giocando sui clichè e su altrettanti simboli: la statua della libertà con la sua trasfigurazione animalesca, per esempio.

Fatte queste debite riserve, l'omaggio contemporaneo è "Magnolia" (la pioggia di rane vs. il disgustoso pasto quotidiano del trio canoro). Forse non a caso: ma è ben diverso il referente biblico e compiaciuto di Anderson dal mondo di Chomet.
Ma allora, che cos'è "Appuntamento a Belleville"? Molte cose direi. Anche, e soprattutto, un omaggio alla dimensione "umana" della bicicletta, contro la sopraffazione dell'inquinamento, dell'abuso edilizio dei mezzi (che giustificano il fine, sempre) e degli sporchi affari che ruotano attorno al mito del ciclismo (tra le righe una vaga invettiva anti-doping).

Al (sur)realismo, Chomet pone la risonanza passiva e un po' omertosa del presente, o del futuro, che lorda quel passato verginale, assistendo alla nostra strana e inconsolabile nostalgia, che da spettatori moderni, rinunciamo a comprendere.
E' un'opera notevolmente inconscia, quindi, sopraffatta dall'emulazione cinefila, ma così rara e inconsueta per un mito logorato ed estinto come il riflesso del passato.

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Recensione a cura di kowalsky - aggiornata al 29/09/2005

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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