Recensione a serious man regia di Ethan Coen, Joel Coen USA 2009
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Recensione a serious man (2009)

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locandina del film A SERIOUS MAN

Immagine tratta dal film A SERIOUS MAN

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Immagine tratta dal film A SERIOUS MAN
 

I Coen sono i migliori registi della loro generazione, e questo già era noto grazie a capolavori come "Fargo", "Il grande Lebowski", "L'uomo che non c'era" o "Crocevia della morte"; sono però sempre rimasti piuttosto lontani dal mainstream, guadagnandosi la scomoda etichetta di registi "di culto", che permetteva loro di dare ampio sfogo alla creatività. Le poche volte che si sono piegati ad esigenze di mercato (si vedano i poco riusciti "Ladykillers" e "Prima ti sposo, poi ti rovino") sembravano aver smarrito quel talento corrosivo che li aveva contraddistinti fino ad allora. Proprio per questo, lo straordinario successo di critica e pubblico del loro ritorno in grande stile, "Non è un paese per vecchi", gettava lunghe ombre sul prosieguo della loro carriera: l'anarchia creativa sarebbe stata messa a dura prova proprio dall'ampliamento della loro base di pubblico.
Noncuranti di tali possibili insidie, i Coen tornavano in sala dopo poco più di un anno con "Burn after reading", una sgangherata quanto deliziosa commedia demenziale piena zeppa di attori di richiamo (George Clooney, Brad Pitt, John Malkovich, Tilda Swinton) ma di scarso appeal presso il grande pubblico, rimasto disorientato.
Non paghi, a distanza di un altro anno propongono il loro nuovo lavoro, questo "A serious man", spingendosi ancora più in là: genere inclassificabile, humour nerissimo, un pugno di ottimi caratteristi pressoché ignoti e la dichiarata intenzione di prendersi gioco del pubblico.
Riuscendoci perfettamente.

Siamo in Polonia, nei pressi di Lublino, in un imprecisato passato. La vita di una coppia di contadini ebrei è scossa dalla presenza di un anziano viandante che sarebbe dovuto essere morto: forse si tratta di un dybbuk, un demone che si impossessa dei corpi dei defunti.
Titoli di testa, e ci ritroviamo nel Minnesota del 1967.
La quieta vita del mite professore di fisica ebreo Larry Gopnick viene sconvolta da una serie di disavventure più o meno gravi: la moglie gli confessa di avere una relazione extraconiugale con un amico di famiglia e chiede il divorzio; un suo studente tenta di corromperlo in cambio di una sufficienza; suo fratello Arthur rimane coinvolto in torbide storie di gioco d'azzardo, sesso e sodomia; l'antenna del televisore non ne vuole sapere di funzionare.
Larry affronta tutto con l'imperturbabile pazienza dei giusti, senza mai lasciare che le avversità abbiano la meglio sulla sua serietà.
O forse no.

La presente recensione potrebbe contenere elementi di spoiler; se ne consiglia pertanto la lettura solo dopo aver visto il film.

Sin dall'inizio di questa nuova, strabiliante pellicola, appare chiaro l'intento dei Coen di riappropriarsi delle proprie radici ebraiche: la fiaba nera che apre il film, apparentemente scollegata dal resto della narrazione, è un attento omaggio al grande scrittore polacco di origini ebraiche Isaac B. Singer, che proprio a Lublino ha ambientato alcune tra le sue opere più celebri (valgano per tutte "Il mago di Lublino" o la raccolta di racconti "Gimpel l'idiota"); il mistero, le credenze popolari yiddish e lo sguardo della povera gente sono alcuni tra i temi ricorrenti di questo maestro della narrazione, insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1978, riproposti con cura quasi filologica dai Coen.
In tal senso, il prologo di "A serious man" va letto come una precisa dichiarazione d'intenti, volta a far capire sin da subito al pubblico cosa si apprestano a vedere: una riedizione in chiave contemporanea di quelle fiabe yiddish di cui la tradizione ebraica è tanto permeata.

Dopo i titoli di testa, però, i Coen continuano a spiazzare lo spettatore, dando alla fiaba yiddish un taglio del tutto originale, grazie ad una commistione di temi classici (ortodossia, attenzione alla tradizione, castigo divino, rettitudine dei giusti) e tematiche più prettamente tipiche dei Coen (nichilismo, pessimismo, cinismo, fatalismo), spesso utilizzando toni più vicini a Mordecai Richler che allo stesso Isaac B. Singer. La lente d'ingrandimento della coppia di registi deforma tutto e tutti, senza il minimo riguardo per i propri personaggi e per la loro dignità, presentandoci la solita schiera di omuncoli vuoti, ipocriti e privi di ideali.

Larry è il perno attorno al quale ruota tutta la vicenda, ed è un uomo la cui unica spina dorsale è rappresentata dalla rettitudine morale.
Pur non essendo particolarmente osservante, Larry è ritenuto un buon ebreo nella comunità, a causa della propria mitezza; in realtà, proprio tale rettitudine è l'unico appiglio che gli rimane, una volta desautorato di ogni brandello di dignità da moglie, figli e studenti.
Larry altri non è che la versione "positiva", o meglio, scevra di malizia, del Jerry Lundegaard visto in "Fargo", catapultato dai Coen nei panni di un Giobbe redivivo; proprio come il profeta biblico, quando la sua vita inizia a precipitare Larry si rivolge a Dio, sperando di trovarvi conforto. E proprio il confronto di Larry con i rabbini, i Maestri, darà ai Coen il destro per trattare i temi a loro più cari, con pochi ma incisivi dialoghi.

Le apparizioni dei rabbini sono sottolineate da apocalittiche didascalie, a preannunciare una solennità che viene puntualmente tradita dall'inconsistenza dei colloqui.
Il Primo Rabbino (interpretato da Simon Helberg, star della geniale sit-com "The big bang theory") è un ragazzotto che più che ascoltare Larry si perde in inconcludenti metafore con il parcheggio all'esterno; di fronte all'espressione basita di Larry, non saprà far altro che rinviarlo al rabbino Nachtner, temporaneamente fuori città.
Il Secondo Rabbino (Nachtner, per l'appunto), è ancora più spiazzante: dopo aver ascoltato distrattamente la storia di Larry, gli racconterà un lungo aneddoto - quello dei denti del non ebreo - vero e proprio racconto nel racconto, ennesima riprova del gusto per la narrazione yiddish cui si accennava sopra. Anche questo aneddoto, proprio come quello del dybbuk del prologo al film, non ha alcun nesso apparente con le disavventure del povero Gopnick, e risulta essere una sorta di biglietto da visita che il rabbino Nachtner esibisce a chiunque gli chieda conforto.
Le ultime speranze di Larry sono riposte nel saggio ed anziano rabbino Marshak, che però non lo riceve affatto perché troppo impegnato a "pensare".
Quando però lo spettatore avrà modo di sentire le sue parole, attese per tutto il film ma pronunciate solo alla fine al figlio di Larry nel giorno del suo Bar Mitzvah (festa di ingresso nel mondo adulto, secondo la tradizione ebraica), si renderà conto che queste altro non sono che l'incipit di "Somebody to love" dei Jefferson Airplane: "When the truth is found to be lies and all the joy within you dies", cui il rabbino aggiunge il prezioso consiglio di vivere con semplicità. Queste parole suonano come un'implicita approvazione da parte del rabbino di quelo che appare come l'unico personaggio "positivo" del film: il giovane Danny, un Antoine Doinel in salsa yiddish che non si cura delle istituzioni ortodosse, che si presenta strafatto al proprio Bar Mitzvah e che rubacchia i soldi ai propri familiari per procurarsi l'erba.

Proprio nel rapporto con i rabbini è racchiusa l'estrema sfiducia da parte dei Coen verso l'ortodossia, prossima per l'appunto al Mordecai Richler di "Solomon Gursky è stato qui" o "L'apprendistato di Duddy Kravitz". Le parole dei rabbini sono o colme di retorica o totalmente irrilevanti, ed hanno l'unico risultato di far piombare Larry in una confusione se possibile ancora maggiore.

In soccorso a Larry, però, arriverà il fato: quello stesso fato che solitamente nei Coen significa ineluttabilità del destino, come nel meraviglioso "L'uomo che non c'era", in "A serious man" si manifesta come un incidente stradale che toglie la vita a Sy Ableman, amante della moglie di Larry, e questo nello stesso istante in cui Larry stesso ha un incidente automobilistico, uscendone illeso.
Da questo momento in poi, le cose sembreranno mettersi per il meglio, con la moglie che tenta un riavvicinamento e l'Università che gli preannuncia il passaggio di ruolo.
A mettere i bastoni al fato, però, arriva il Libero Arbitrio, elemento piuttosto originale nella filmografia dei Coen: sommerso dai debiti, Larry decide infine di abiurare alla propria rettitudine e di accettare il tentativo di corruzione propostogli da parte di uno dei suoi studenti. In quello stesso istante viene chiamato dal suo medico curante, che gli chiede un colloquio personale per esaminare delle lastre, ed all'orizzonte comparirà il profilo di un imponente uragano, appena prima che i titoli di coda impediscano al pubblico la catarsi di un finale che non può esserci, come da migliore tradizione delal coppia di registi.

Ottimi gli interpreti, poco conosciuti ma di sicuro avvenire: il Larry Gopnick cui dà corpo lo spaesato Michael Stuhlbarg racchiude un'umanità struggente, nonostante il (o forse proprio a causa del) disprezzo con cui viene trattato in primis dai Coen; la candidatura ai Golden Globe è forse il preludio di altri, meritati riconoscimenti a venire.
La fotografia, fredda, lucida, dai toni grigiastri, è straordinaria nel tratteggiare l'animo del protagonista ma anche l'ambiente in cui si muove: un insieme di villette periferiche perfettamente uguali, in cui anche i confini non sono ben definiti ed in cui la distinzione tra ebrei e "non ebrei" va ben oltre la semplice religiosità.

"A serious man", lungi dall'essere una commedia, lungi dall'essere un film drammatico e lungi dall'essere un noir, è semplicemente un gran film, dedicato a chi abbia voglia di prestare orecchio alle sue raffinate melodie.

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Recensione a cura di Jellybelly - aggiornata al 23/12/2009

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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