Recensione dogville regia di Lars Von Trier Danimarca, Svezia, Francia, Norvegia 2003
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Recensione dogville (2003)

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Miglior Film dell'Unione Europea
VINCITORE DI 1 PREMIO DAVID DI DONATELLO:
Miglior Film dell'Unione Europea
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locandina del film DOGVILLE

Immagine tratta dal film DOGVILLE

Immagine tratta dal film DOGVILLE

Immagine tratta dal film DOGVILLE
 

La minuscola cittadina di Dogville in realtÓ non esiste. Non perchŔ sia un nome di fantasia o chissÓ cosa. Non esiste proprio sullo schermo. Non c'Ŕ. Gli interpreti si muovono su un palco, sul cui suolo sono scritti i nomi delle case, delle strade, delle panchine e perfino dei cespugli di uvaspina. Ed Ŕ proprio questa afisicitÓ dello spazio, questa estrema libertÓ dello sguardo a rendere il film claustrofobico. Dopo le provocazioni del "Dogma 95", in cui von Trier predicava l'assoluta "verginitÓ" del regista, ovvero tutta una serie di condizioni per cui la macchina da presa doveva riprendere solo quello che c'era, cosý com'era, il cineasta danese fa un passo avanti, e tenta una nuova provocazione.

Dodville Ŕ un connubio di cinema, teatro e prosa letteraria. La macchina da presa gira una storia introdotta, commentata e vissuta da una voce narrante, che la suddivide in nove capitoli pi¨ un prologo. E la scena, come giÓ accennato, si svolge interamente su un palcoscenico, dove le case sono rappresentate da una scritta di gesso e uno scrittoio, la chiesa da quattro panche e un organo, la miniera da un'architrave di legno.
La parte cinematografica si inserisce discretamente nella riproduzione dei rumori naturali (i passi sulla strada, le porte che si aprono e chiudono) e in un uso sapiente, e mai abbandonato dal regista, della telecamera a spalla.

Nella piccola comunitÓ di Dogville si inserirÓ Grace, una stranita Kidman, che porterÓ scompiglio nella routine quotidiana.
Accettata fino a quando rimane in debito, la ragazza finirÓ per essere rifiutata quando avrÓ raggiunto la possibilitÓ di un relazionarsi alla pari, quando avrÓ completato quella che nel film Ŕ la raccolta delle sette statuine di porcellana.

Le contraddizioni di una America che marcisce allegramente, sono portate alle estreme, paradossali conseguenze dell'ultimo quarto di film.
Lo spaccato non Ŕ per˛ quello dell' America, ma quello della cinematografia americana. Von Trier, non si Ŕ mai recato negli States, e per questo descrive, in modo un p˛ farraginoso e cervellotico, ci˛ che dalla pellicola traspare di quel mondo.
Paradossalmente il film, nella sua tensione teatral-documentaristica, funge da monuumentale introduzione alla sigla finale, dove nelle immagini alternate di suoi vecchi film e vecchie foto dell'America degli anni '20, von Trier ci mostra il solo vero lato possibile che mostra un cinema non corrotto: la vita quotidiana.

Dictus ac factus...

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Recensione a cura di Pietro Salvatori - aggiornata al 12/11/2003

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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