Recensione gangster story regia di Arthur Penn USA 1967
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Recensione gangster story (1967)

Voto Visitatori:   8,31 / 10 (54 voti)8,31Grafico
Voto Recensore:   8,50 / 10  8,50
Miglior attrice non protagonista (Estelle Parsons)Miglior fotografia
VINCITORE DI 2 PREMI OSCAR:
Miglior attrice non protagonista (Estelle Parsons), Miglior fotografia
Miglior attore straniero (Warren Beatty)Miglior attrice straniera (Faye Dunaway)
VINCITORE DI 2 PREMI DAVID DI DONATELLO:
Miglior attore straniero (Warren Beatty), Miglior attrice straniera (Faye Dunaway)
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locandina del film GANGSTER STORY

Immagine tratta dal film GANGSTER STORY

Immagine tratta dal film GANGSTER STORY

Immagine tratta dal film GANGSTER STORY

Immagine tratta dal film GANGSTER STORY

Immagine tratta dal film GANGSTER STORY
 

Una delle tante contraddizioni degli Stati Uniti d'America è quella di essere una delle nazioni più severe e punitive nei confronti del crimine e allo stesso tempo avere verso la figura del criminale un'attenzione particolare, quasi una venerazione, tanto da trasformarlo a volte in fonte di mito.
L'immaginario collettivo proietta in queste figure estreme e ai limiti del vivere sociale tutte le proprie frustrazioni e i propri desideri repressi. Non c'è da meravigliarsi quindi se il criminale è una delle figure che appare più spesso sullo schermo delle sale cinematografiche, addirittura fin dalla nascita di questa arte (vedi "The Great Train Robbery").

Il modo con cui viene rappresentato il criminale nei film, l'atteggiamento riservato nei suoi confronti è una preziosa testimonianza dell'atmosfera culturale di un dato periodo storico. Non c'è niente di meglio quindi per conoscere i sentimenti collettivi dell'America degli anni '60, che guardare il capolavoro di Arthur Penn "Gangster Story", meglio conosciuto con il suo titolo originale di "Bonnie and Clyde", uscito nel 1967.
Questa però non è l'unica ragione per riesumarlo alla memoria del presente. Si tratta di un film tecnicamente di grande qualità, dalla sceneggiatura appassionante e senza una sbavatura, interpretato da attori sfolgoranti nella loro gioventù, bellezza e bravura, dotato di una fotografia affascinante (vincitrice di un Oscar), pieno di ironia, sentimento, azione.
Insomma, una serata in compagnia di questo film è senz'altro una serata culturalmente ed esteticamente appagante.

La storia raccontata nel film è a tutti nota, in quanto realmente accaduta negli agitati anni Trenta statunitensi. In un periodo di profonda crisi economica e sociale, con tanta gente disoccupata e ridotta sul lastrico dai debiti verso le banche, spuntavano come funghi in tutta la nazione bande di malviventi. Erano quasi tutte di estrazione popolare e spesso composte da famiglie intere.
Clyde Barrow era uno dei tanti che sopravvivevano rubacchiando auto, rapinando drogherie o piccole banche rurali. La sua vita ebbe una svolta quando incontrò un'oscura ma volitiva cameriera di nome Bonnie Parker, con la quale iniziò un'escalation di colpi sparsi per mezza nazione. Ben presto a Clyde si unirono il fratello Buck, la cognata Blanche e un altro compagno. Inevitabilmente dovettero commette omicidi. Le loro imprese fecero così notizia e presto acquistarono fama nazionale. L'opinione pubblica era divisa fra chi segretamente li ammirava e chi dava loro spietatamente la caccia. Tale animosità si riflesse nella loro morte - crivellati da centinaia e centinaia di colpi - decisamente esagerata per la loro pericolosità.

Cosa c'era di meglio di una vita estrema, fatta di vagabondaggio, ribellione e anticonformismo per illustrare gli analoghi sentimenti che animavano tanta gente, soprattutto giovane, negli irrequieti e creativi anni '60 americani? Come giudicare male un poveraccio che toglie soldi a dei ricchi (visti come sfruttatori e strozzini)? Perché non guardare alla categoria dei malviventi come composta da gente comune, normale, da cui forse si può imparare qualcosa?
Questo atteggiamento era già stato usato per la prima volta dal francese Godard nel suo seminale "A bout de souffle" ("Fino all'ultimo respiro"). L'originalità di questo approccio contagiò anche gli americani, tanto che pensarono di affidare a François Truffault la trasposizione cinematografica delle imprese di Bonnie e Clyde. L'impresa non andò in porto e il progetto passò nella mani dell'attore Warren Beatty, che ne affidò la realizzazione al regista outsider Arthur Penn (insofferente dell'ambiente hollywoodiano).

Penn conserva l'atmosfera sbarazzina e quotidiana, tipica del film di Godard. Fino ad allora il criminale era visto come rozzo, volgare, violento (tipo "Scarface") oppure come distaccato, freddo, glaciale (gli eroi del noir). Fin dalla prima scena ci troviamo invece di fronte a due ragazzi piacevoli, allegri, bellissimi, affascinanti (Warren Beatty e Faye Dunaway lasciano letteralmente senza fiato da questo punto di vista) che scherzano, si punzecchiano a vicenda e infine si innamorano e fanno l'uno dell'altro la loro ragione di vita.
I loro piacevoli e ironici dialoghi ci lasciano intravedere due caratteri ben definiti. Bonnie soffre l'ambiente ristretto e piccolo borghese e sogna di evadere dalla sua vita monotona e banale, mentre Clyde in qualche maniera ricorre al crimine come ad una specie di rivincita, un'affermazione personale che vada a supplire a problemi psicologici (viene infatti dipinto come sessualmente impotente).
Penn inserisce quindi nel film una tematica esistenzialista - tipica dell'epoca - che come un filo rosso percorre tutto il film. Bonnie e Clyde vengono ritratti con dei caratteri a tutto tondo, il film ce li restituisce con i loro sentimenti, le loro paure, le loro aspirazioni e ce li fa sentire più veri, più vicini a noi.

Pieni di baldanza giovanile, considerano i loro colpi malavitosi come una specie di gioco, una professione come tutte le altre. Si sorprendono quando gli altri reagiscono ("Io non volevo far loro del male" - si meraviglia Clyde dopo che un macellaio ha tentato di colpirlo con una mannaia e dopo che è stato costretto ad uccidere un impiegato di banca per coprire la propria fuga). Gli omicidi pesano decisamente sulla coscienza, non vengono certo presi alla leggera. Anche questo atteggiamento "umano" contribuisce a farci vedere con altro occhio le imprese criminali della banda.

Tra l'altro operano in un contesto che vede una sorda rabbia nei confronti delle istituzioni e dei potentati economici. In genere si presentano agli altri con questa frase: "We rob banks" - "Rapiniamo banche"; come dire, prendiamo i soldi a chi li ruba legalmente. Nel film c'è posto anche per una scena dove Clyde fa sfogare a colpi di pistola un contadino, a cui le banche avevano sottratto la casa. Tutte le volte che fuggono trovano copertura tacita in ambienti poveri e degradati. In tutto il film è presente una sottile polemica sociale verso i ricchi e le istituzioni (viste come repressive). Alla fine della storia addirittura i ruoli tradizionali si rovesciano: i malviventi vengono dipinti come simpatici, buoni, umani e la polizia come dura, inumana, cattiva.

Il loro ambiente naturale diventa così la campagna, gli spazi aperti. Costretti dalla loro scelta di vita a vagare di continuo da uno stato all'altro dell'America, ci restituiscono lo spirito di uno dei sentimenti culturali più diffusi negli anni '60, cioè l'irrequieto vagabondare on the road, senza mai fermarsi, senza una meta, senza un termine definito se non la morte. Da questo punto di vista "Gangster Story" fa da modello ideale a "Easy Rider".
Il viaggio continuo è anche l'occasione per riprodurre splendide visioni filmate di normale ma suggestiva campagna americana, vista come era una volta, avvolta quasi da uno sguardo nostalgico e contrappuntata dal suono tipicamente country della colonna sonora.

All'impassibilità e alla bellezza della natura fa da contraltare la curiosità e la morbosità umana, a cui gli stessi Bonnie e Clyde finiranno per partecipare. L'astrazione mediatica finisce per sostituire la propria identità e ogni atto, ogni impresa è vista sempre attraverso l'ottica di quello che la gente, l'opinione pubblica può pensare. Bonnie e Clyde a un certo punto sanno, vogliono essere famosi, si pavoneggiano di essere entrati nel mito. Tra l'altro la gelosia nei confronti della loro fama viene indicata come la molla della delazione che determinerà la loro fine.
La scena finale è entrata di prepotenza nella storia del cinema, in quanto è fra le prime che rappresentino in maniera diretta, cruda, forte, spietata, l'esecuzione di due persone. La violenza con tutta la sua forza, l'impatto devastante esaltato dal ralenti, fa il suo trionfale ingresso sullo schermo e sarà Peckinpah che la svilupperà in pieno e la renderà comune e artisticamente accettata.

Questa fine distaccata, oggettiva, quasi impassibile, che documenta dove sta la vera spietatezza, fa calare il sipario sulla tragedia di due giovani vite buttate via. Il crimine è senz'altro eccitante e inebriante, ma alla fine diventa come una prigione esistenziale da cui non si riesce più ad evadere. Decisamente non paga.

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Recensione a cura di amterme63 - aggiornata al 08/02/2011 10.34.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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