come in uno specchio regia di Ingmar Bergman Svezia 1961
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come in uno specchio (1961)

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locandina del film COME IN UNO SPECCHIO

Titolo Originale: S┼SOM I EN SPEGEL

RegiaIngmar Bergman

InterpretiHarriet Andersson, Max von Sydow, Gunnar Bj÷rnstrand

Durata: h 1.29
NazionalitàSvezia 1961
Generedrammatico
Al cinema nel Luglio 1961

•  Altri film di Ingmar Bergman

Trama del film Come in uno specchio

Nell'isola di Gotland una famiglia svedese si riunisce durante le vacanze d'estate: il padre, lo scrittore David, la figlia Karin appena uscita dal manicomio, il marito Martin e il figlio Minus. Ognuno per ciascun altro lo specchio della propria angoscia.

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Voto Visitatori:   8,40 / 10 (31 voti)8,40Grafico
Miglior film straniero
VINCITORE DI 1 PREMIO OSCAR:
Miglior film straniero
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Voti e commenti su Come in uno specchio, 31 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

kafka62  @  26/04/2018 11:38:43
   7½ / 10
"Come in uno specchio" è il primo degli "psicodrammi da camera" con i quali Bergman impose e consolidò, negli anni '60, il suo stile, o meglio ancora la sua "maniera": non si tratta propriamente di un film teatrale, ma, secondo i dettami del kammerspiel, di un'opera chiusa (anche temporalmente) in se stessa, claustrofobica e concentrazionaria (le acque che circondano l'isola di Faro ne rappresentano il naturale e invalicabile confine), scabra come la sonata per violoncello di Bach che costituisce il suo unico accompagnamento sonoro. Il suo sviluppo narrativo diventerà una costante nel cinema successivo del maestro svedese: si parte da una situazione di equilibrio, apparentemente serena ed idilliaca (i quattro personaggi si accingono a trascorrere lietamente insieme una vacanza di quattro settimane), per poi fare esplodere con inattesa violenza i conflitti esistenziali latenti, nel corso di dialoghi-confessioni tanto sinceri quanto dilanianti e crudeli. Il dato di partenza è, come sempre quando si tratta di Bergman, il problematico rapporto dell'uomo con la vita, con gli altri uomini e con Dio. Gli attori del dramma, dal padre David al figlio Minus, dalla figlia Karin al genero Martin, si trascinano appresso egoismi, solitudini, infelicità, sensi di colpa e frustrazioni, che il loro continuo incontrarsi e mettersi a nudo non serve a dissipare, ma anzi finisce per ingigantire e incancrenire, dal momento che ognuno di loro vede negli altri (riflessa "come in uno specchio", come suggerisce il titolo) essenzialmente l'immagine del proprio fallimento.
Karin soffre di una misteriosa malattia incurabile e, come i mistici folli di Dostojevskij (dal principe Myskin a Marja Timofejevna), aspira a un contatto privilegiato con Dio, finendo però per sdoppiarsi schizofrenicamente in due mondi (quello reale e quello immaginario) tra loro non comunicanti. Martin, da parte sua, è il marito-padre affettuoso e pieno di premure, che però assiste alla tragedia di Karin – lui uomo di scienza, positivo e razionalista – senza mai poterci veramente entrare dentro. David è invece lo scrittore di successo, egoista e arido, chiuso a riccio a protezione del proprio status di genio e di artista ("Si traccia un magico cerchio intorno a noi – dirà alla fine alla figlia – escludendo tutto ciò che può compromettere i nostri intenti, ma quando la vita spezza il cerchio questi intenti si rivelano meschini e insignificanti. Così tracciamo subito un nuovo cerchio, un nuovo riparo"). Minus infine è l'adolescente sensibile, romantico, che soffre tanto per la mancanza di affetto del padre quanto per la sua impotenza nell'essere di aiuto alla sorella. Bergman aggiunge a tutto ciò un pizzico di scabrosità (il rapporto incestuoso tra Karin e Minus), una simbologia abbastanza eloquente che richiama la deriva esistenziale dei protagonisti (il relitto della nave sulla spiaggia) e alcune sequenze che rasentano l'isteria religiosa (come ne "I diavoli" di Ken Russell, anche qui non è estranea una forte componente di repressione sessuale), per raggiungere la dolorosa ed alienante conclusione che la solitudine dell'uomo, tanto nei confronti del prossimo (Karin: "Siamo così indifesi a volte, come bambini che si sono perduti in luoghi deserti", e Minus: "Mi domando se tutti vivono chiusi in se stessi, nel proprio mondo… ognuno la sua cella") quanto nei confronti di Dio, è assoluta e insuperabile.
Bergman non sviluppa tutti i suoi personaggi alla stessa maniera: lascia un po' troppo in ombra, ad esempio, quello di Martin, mentre carica Karin e David di una negatività talmente forte ed assoluta da non rendere possibile uno svolgimento dialetticamente e drammaturgicamente efficace dei singoli rapporti interpersonali e dei conflitti che da essi trapelano. Si ha piuttosto una lenta e continua implosione spirituale, che conduce la storia verso quella che è sì una emozionante scena madre ma, a mio avviso, anche e soprattutto un binario morto: mi riferisco alla sequenza in cui Karin, al culmine della sua crisi, crede finalmente di vedere Dio, ma Lui le si rivela sotto la forma spaventosa di un ragno dal viso ripugnante e gelido. Bergman a questo punto, per contrappuntare la definitiva uscita di scena di Karin (portata via, insieme al marito, da un elicottero) non sa far meglio che rovesciare la negatività di David in una positività artificiale e posticcia (già anticipata da questi a Martin durante una gita in barca, ma non per questo meno fastidiosa e inattendibile). Egli infatti si fa improvvisamente portavoce di una morale che è discutibile non certo per il suo contenuto (benché esso sia assai poco bergmaniano), ma perché lascia inevitabilmente trapelare un frettoloso intento didascalico, completamente slegato dal resto del film. Si legga, per rendersi conto del tono ampolloso e falso di questa conversione, il lungo monologo pronunciato da David: "Dio è la certezza che l'amore esiste come cosa concreta in questo mondo di uomini… Ogni genere di amore, il più elevato e il più infimo, il più oscuro e il più splendido, il desiderio e la repulsione, trascendenza e fede… Questo pensiero è il solo conforto alla mia miseria e alla mia disperazione". Certo, la sceneggiatura di "Come in uno specchio" contiene anche dei momenti di ben altra efficacia (basta pensare a questo splendido scambio di battute tra Karin e Martin: "Sei sconcertante a volte… sai dire e fare le cose più appropriate, eppure sbagli lo stesso". "Se sbaglio è solo per amore, dovresti saperlo". "Chi ama sinceramente non dovrebbe mai cadere in errore". "Allora vuol dire che tu non mi ami"), la messa in scena è tecnicamente impeccabile (ogni inquadratura tende a tradurre in un linguaggio disadorno ed essenziale l'intima verità dei sentimenti umani), e Harriet Andersson è bravissima nel modulare gli alti e bassi di una personalità scissa e sofferente, ma la "certezza conquistata" (è il termine con cui il regista ha sintetizzato il significato di "Come in uno specchio") non si addice a Bergman: assai meglio farà quando, in film come "Persona", si tratterà di rovesciare o di negare questa certezza.

Matteoxr6  @  16/11/2016 22:19:25
   6 / 10
Dopo aver visto sei pellicole, di cui le ultime tre riguardanti la cosiddetta trilogia religiosa, che a mio parere è una locuzione riduttiva delle opere, ho deciso di chiudere la mia esperienza bergmaniana. "Come in uno specchio" è senza dubbio il lavoro che ho apprezzato maggiormente per la variegata e intrecciata complessità dei temi, che spaziano intelligentemente dalla psiche all'angoscia, fin anche a una più ampia sfera esistenzialista. La regia, la fotografia e i dialoghi sono, come di consueto, studiati in senso simbolico, minimalista, a guisa di amplificazione dell'imponenza emotiva della scena, del personaggio, della tematica. A tal punto che la dicotomia diviene lampante, direi quasi inevitabile: si ama, si esalta e si privilegia questo paradigma cinematografico certamente unico, e in quanto tale, prezioso, oppure, ed è il mio caso, si può credere, con riserva verificabile di volta in volta, per carità, che per ascoltare il parere di un autore (Bergman), non valga la pena accettare prescindibilmente una mediazione, un filtro artistico che presenta per sua stessa natura, per come è stato volutamente congegnato, una pesantezza dialogica e temporale così netta. Voglio dire, in altre parole, che è fin troppo distinguibile lo stampo monologhistico delle sceneggiature: chi parla è sempre Bergman, è naturale, ma il fatto di avvertirlo durante la visione è per me un limite, mentre magari per altri una sfaccettatura caratteristica dell'opera: il confronto tra gli "io" della mente umana. E ciò lo comprendo , ma altrettanto rapidamente lo eccepisco, dicendo che volessi approfondire il pensiero di un autore a livelli davvero pregnanti per quanto alti, allora preferirei leggere L'essere e il nulla di Sartre, per dire, o una qualsiasi monografia di un particolare filosofo, non, perdonatemi l'affronto attributivo, semplicemente Bergman. Siamo nel campo della soggettività, è legittimo.

impanicato  @  17/11/2014 21:10:53
   8½ / 10
Cos'é Dio? Una visione di una pazza? Un essere crudele? O indifferente? Per il regista é possibile anche un'altra chiave di lettura: Dio é amore, l'amore tra le persone che dovrebbero aiutarsi l'un l'altro e volersi bene, non é possibile definirlo in modo diverso. Solo l'amore puó riempire i cuori, mica un ente invisibile, che non entrerá mai da quella porta.
Altro tema fondamentale é quello della mancanza di comunicabilitá tra i protagonisti, alché Minus dice alla "piccola" Karin: "Mi domando se tutti vivano in un proprio mondo". Indicativo a riguardo anche quando in quel magnifico finale, il figlio si meraviglia di essere riuscito a parlare intimamente con il padre. Tutto ció ruota attorno alla malattia di Karin: figlia, moglie e sorella, che non é mai riuscita ad esprimersi come vorrebbe.
Se non sbaglio, primo film di Bergman nella tanto amata isola di Faro che fa da cornice meravigliosa a questa pellicola. Eccellente la fotografia, diretta come al solito dal superbo Sven Nykvist. Ottime le prove degli attori, su tutte una bellissima Harriet Andersson, forse la sua miglior performance della carriera.
Personalmente, un gradino sotto ai suoi capolavori, ma comunque un gran bel film.

JOKER1926  @  19/02/2014 02:32:17
   6½ / 10
"Come in uno specchio" è figlio di una specifica regia, illustre ed inattaccabile, la matrice fa capo a Ingmar Bergman, regista di altri lassi temporali.
Amare Bergman non è un processo semplice e scontato, anzitutto bisogna capire, o perlomeno afferrare, i disegni di tale regista, in un secondo momento, si può apprezzare in toto la proiezione e la morfologia di un prodotto.
Con questo del 1961 il discorso si fa subito imperterrito; "Come in uno specchio" è l'ennesima riflessione profonda di Bergman. La trama lascia i fatidici puntini sospensivi e allestisce un piano allettante per una sceneggiatura che sa destreggiarsi perfettamente andando ad evidenziare i lati dei personaggi con buonissime disamine comportamentali, psichiche e di simbolo.
Ad attorniare tutti e tutto una fotografia che definire comune arrecherebbe seri danni di intellettualità a chi scrive. La fotografia come sempre con Bergman si avvale di una corposa e debordante carica simbolica che decolla in ogni momento, sin dall'inizio. I colori, il bianco e il nero, allegati ad una coreografia ridotta e quasi sterile servono per dare maggiore potenza al messaggio al contesto dell'intelletto. La scena si nutre del dialogo, della riflessione, l'atmosfera quasi si genera da questi. L'atmosfera non è imposta ma è creata.
Dopo ogni riflessione ed ogni buonissima parola spesa per il prodotto cinematografico del grande ed infinito Bergman bisogna, nel limite, inoltrare piccole, minuscole critiche. Insomma, "Come in uno specchio", se paragonato ad altri film del genere, "Persona", "L'ora del lupo", non regge fino in fondo il confronto.
I concetti circa l'esistenza dell'uomo e la religione sono trattati in modo glaciale, le situazioni che si propongono sembrano essere più cruente suggestioni che imponderabili emozioni.

JOKER1926

Ciaby  @  15/11/2013 16:21:39
   8 / 10
Un altro eccellente Bergman che ci immerge in un ennesimo viaggio di follia e angoscia. Straordinaria la performance della protagonista, capace di cambiare umore, identità e stato d'animo ogni due secondi.

Gruppo COLLABORATORI Compagneros  @  28/05/2013 18:03:54
   8 / 10
Un classico film di Bergman, con tutto il suo universo di personaggi inquieti, immancabile Max von Sydow.
Follia e fede, sembra essere questo il nucleo tematico, ma c'è anche dell'altro. Un ottimo film.

hghgg  @  23/05/2013 09:26:12
   9 / 10
Il film che apre la cosiddetta "trilogia del silenzio di Dio" è l'ennesima perla di uno dei più grandi maestri che il cinema abbia mai avuto. Come anche gli altri film della trilogia e come in generale molti film del genio svedese, anche "Come in uno specchio" potrebbe risultare verboso, complesso, lento (pur durando un'ora e mezza appena) allo spettatore non molto smaliziato con un certo tipo di cinema. I film di Bergman hanno un nettissimo stampo teatrale, tutti gli attori sono diretti e recitano in questa direzione e con questo stile. Già, gli attori: straordinari in tutto e per tutto, dal fedelissimo Max Von Sydow (uno dei più grandi attori di sempre) ad una Andersson incredibilmente intensa. Non da meno sono Gunnar Bjornstrand e Lars Passgard. Quattro attori, quattro personaggi in confronto reciproco. E dietro di loro, il maestro, che dirige il tutto alla perfezione, ogni movimento di camera, ogni inquadratura, ogni dialogo è perfetto. E appunto il film (tipico del regista) è composto da un'ora e mezza di alternanza tra dialoghi e riflessioni profonde, che prendono in esame l'etica, la religione (anche e soprattutto qui, ci si interroga sull'esistenza di Dio, sulla sua essenza), l'amore, e silenzi meravigliosi, come la fotografia mirabile, quel bianco e nero, quel grigio così perfetto che tanto splendidamente mette in risalto i volti degli attori e i paesaggi nordici. Gli spunti di riflessione, gli interrogativi che i dialoghi dei film di Bergman lasciano a fine visione sono interminabili, infiniti, se ne potrebbe scrivere per pagine, e non è questa la sede, mi limito a dire che siamo di fronte ad un grandissimo film. Mi fermo a 9 solo in virtù di vette ancora più alte toccate dal genio svedese, precedentemente e successivamente a questa perla di cinema puro.

Invia una mail all'autore del commento nocturnokarma  @  17/01/2013 12:12:31
   8½ / 10
Un capolavoro mancato ed incompleto.

Per un'ora e un quarto Bergman affronta i temi universali dell'amore come compromesso tra umiltà ed egoismo, la ricerca di Dio e del senso del dolore, il ruolo della famiglia e dell'arte (come nel "Settimo sigillo". Per un'ora e un quarto Bergman tocca dei livelli di qualità sconosciuti al cinema precedente (non solo il suo cinema). Sublime nella regia, nelle scelte narrative, con un amore incestuoso descritto senza sbagliare una virgola, un'inquadratura, una parola.

E grazie a una Harriet Anderson strepitosa, ripeto, per un'ora e un quarto siamo di fronte ad uno dei massimi capolavori di sempre. Poi il finale verboso e troppo esplicito lascia l'amaro in bocca.

Da vedere e rivedere.

7219415  @  26/12/2011 18:56:56
   6 / 10
E' il mio primo Bergman e sinceramente non mi è piaciuto molto...

7 risposte al commento
Ultima risposta 27/12/2011 20.03.33
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Oskarsson88  @  25/12/2011 02:47:29
   6 / 10
I film di Bergman sono spesso dei veri mattoni, tosti e difficili da comprendere e digerire...anche questo non è da meno. La visione è semplicemente faticosa nonostante il buon intento del regista di scavare nell'animo dei personaggi e nonostante alcune ottime scene. Purtroppo rimane un prodotto che resta troppo sullo stomaco...

Gruppo COLLABORATORI SENIOR elio91  @  29/05/2011 12:45:20
   7½ / 10
Nulla da criticare sulla messa in scena perfetta e ben delimitata sia spazialmente che temporalmente; il luogo in cui si svolge la vicenda è un isolotto lontano e chiuso in sé stesso come la protagonista di cui riflette lo stato d'animo scisso e irrequieto,mentre la vicenda accade tutta in successione e in appena un giorno.
Per quanto non mi abbia entusiasmato moltissimo come altro del regista (lo ammetto) è interessante notare il cambiamento di un Bergman che tratta della follia in maniera esplicita e inquietante,di legami familiari uniti a religione. L'essere umano nelle sue mani diventa allegoria del mondo reale,espressione artistica di sentimenti profondi e nascosti dentro la propria anima nella parte più profonda.
E ovviamente gli unici 4 attori sono superlativi ma spicca la Andersson per l'intensità e la bravura.

4 risposte al commento
Ultima risposta 25/12/2011 00.59.11
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Gruppo REDAZIONE amterme63  @  27/11/2010 16:58:44
   8½ / 10
Con questo film Bergman compie la scelta di intensificare e concentrare la rappresentazione e la riflessione sui suoi temi tipici: la difficoltÓ di comunicazione e comunione sentimentale fra gli individui, accompagnata dal dolore e dal desiderio di conoscere e rimediare; nonchÚ l'eterno dilemma sull'esistenza di un ente supremo o di una legge eterna che regoli la vita umana di qua e al di lÓ della vita.
Intensifica e concentra, perchÚ isola i personaggi dal contesto sociale e li pone proprio su di un isola (la splendida Faro), al cospetto della sola natura (mare, cielo, tramonto, alba, luce, vento, erba, spiaggia, un vecchio relitto) e di una vecchia e suggestiva casa (arredamento essenziale, finestre, porte, scale, stanze vuote e misteriose). I personaggi sono in pratica soli con se stessi e la natura e quindi non possono far altro che riflettere sulla propria esistenza e quella delle persone a cui tengono, sviscerandone tutti gli aspetti, anche i pi¨ scomodi, oscuri e reconditi.
Alla riflessione sulla (propria) natura umana si accompagna anche quella pi¨ generale sull'esistenza e sulla natura della divinitÓ. Il tutto vissuto in maniera molto molto drammatica, fisica, a volte dolorosa e lacerante, certamente assai forte e coinvolgente.
L'intensitÓ e la concetrazione si riflettono anche nello stile cinematografico. Le scene si susseguono in maniera pi¨ lenta e pacata. L'effetto di teatralitÓ si accentua. A volte la mdp sta ferma su di una scena, mentre i personaggi si spostano, vanno e vengono (emulando la quinta teatrale). Altre volte si concentra sui personaggi e con insistiti primi piani ne mette in risalto la sofferenza e la lacerazione interiore. Altre volte si apre su interni e paesaggi con viste suggestive che creano un'atmosfera poetica e riflessiva.
La quotidianitÓ e la banalitÓ diventano delle quinte discrete e sfumate, quasi semplice sfondo, mentre i discorsi diventano complessi, etici e a volte poetici, di aspetto certamente artistico letterario/filosofico/teatrale, non da vita di tutti i giorni.
I personaggi sono resi in maniera molto fine e complessa, in tutte le contraddizioni e sfumature. Sono persone a tutto tondo, in qualche maniera "perfette" e fuori del comune, nel loro piccolo rappresentano dei modelli universali.

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Una cosa strana Ŕ il fatto che tutti siano affetti da incomunicabilitÓ, mancanza di confidenza e contatto interiore. Eppure tutti provano un desiderio irrefrenabile di confessarsi, di parlare, di sviscerare, di conoscere, di considerare. E' questa capacitÓ di "rendersi conto" il punto fermo, la terra su cui mettere i piedi, la speranza di risolvere e cambiare. Si sa cos'Ŕ che non va e forse si conosce anche la soluzione: amare, amare, amare il pi¨ possibile, rendere la vita pi¨ sopportabile per gli altri. Addirittura questa pu˛ essere forse la concreta manifestazione di Dýo sulla terra.

Invia una mail all'autore del commento Elly=)  @  19/11/2010 18:37:29
   7½ / 10
Primo capitolo di una trilogia dedicata alla questione religiosa (sebbene Bergman abbia ampiamente diffidato dall'uso di approcci formali di questo tipo alle opere in questione), "Come in uno specchio" si apre con quattro personaggi che emergono dal mare, come usciti dal nulla, tra scoppi di risate, in un'atmosfera di felicità e unità.

Tautotes  @  23/03/2010 20:12:11
   9 / 10
La malattia, la nostra malattia. L'illusione, la nostra illusione. L'impossibilità di guarire, non per tutti. La scoperta della vanità dell'illusione, non per tutti. La speranza, ultimo appiglio.
Ma ne Il Volto, moriva anche quella.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR foxycleo  @  11/01/2010 13:13:55
   9 / 10
Premio Oscar nel 1961, questo film di Ingmar Bergman è un vero gioiello. Un film teatrale in cui quattro personaggi si trovano a trascorrere una vacanza su un’isola del Baltico. Tutti i personaggi sono fondamentali come parte integrante del film è il titolo, poiché proprio come in uno specchio Karin, David, Minus e Martin vedono nel volto dell’altro il proprio peccato. Il film ha come solide basi il tema della schizofrenia e della difficoltà di comprendere da parte degli altri tale patologia e quello della ricerca dell’infinito e del divino. Splendido il dialogo finale.

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Gatsu  @  03/01/2009 18:48:45
   8½ / 10
"La realtà esplose e io ne caddi fuori"
"In ogni cosa vedi solo il tuo io"
"La tua sensibilità ti ha reso un essere perverso"

Bergman stupisce.
Discorsi memorabili.
Disegno dellà realtà perfetto.

Non deve mancare nella vostra videoteca anche se non è assolutamente un film per tutti.

Invia una mail all'autore del commento wega  @  02/07/2008 12:34:27
   8 / 10
Meno male che i distributori italiani non storpiano quasi mai i titoli di Bergman. "Come in uno specchio", esattamente come in quella formula indispensabile all'interiorità e all'esistenza dell'essero umano: confrontarsi con chi ti sta davanti, entrarci in discussione. Questo ***** di film mette davvero tensione.
Una ricerca spasmodica di D.io. Sintomatia di Speranza o Disperazione?.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento Giordano Biagio  @  02/02/2008 23:33:42
   8½ / 10
Questo film di Bergman uscito nel 1962 è uno dei più autobiografici del regista svedese. La pellicola rappresenta soprattutto un'originale chiave di lettura del senso religioso legato alla follia.
L'opera ha uno svolgimento delle parti visive e verbali ben equilibrato. Inoltre le idee letterarie nell'insieme sono efficaci e ricche di sottigliezze. Il film si avvale anche della musica di Bach che svolge una parte di rinforzo del significante filmico con notevoli risultati di rilievo estetico. Bergman riesce a mettere in luce con dovizia di particolari alcuni importanti nodi psicologici dei personaggi evidenziandone con bravura i relativi approdi di trasformazione esistenziale e comportamentale.

AKIRA KUROSAWA  @  20/12/2007 19:54:43
   8 / 10
altro stupendo film di bergman il primo film della cosidetta trilogia su dio..ottimamente recitato, fotografato splendidamente e con significati e spunti di riflessione davvero fantastici sopratutto il finale con la discussione dio-amore...
mostruoso cm al solito il grande max von sydow il pupillo di bergman..grande, grandissimo film

addicted  @  27/09/2007 18:16:37
   10 / 10
Che senso ha vivere nel dolore?
Se c'è un dio perchè ci abbandona alla sofferenza?
E' forse un mostro?
Questo non è il migliore dei mondi possibili.
Bergman invece è il miglior regista possibile.

Gruppo COLLABORATORI Marco Iafrate  @  13/09/2007 21:53:30
   10 / 10
Lo specchio come strumento di [ riflessione ] dell'anima. All'interno della casa dove passano una breve vacanza i quattro unici protagonisti del film, anche i muri trasudano tristezza, angoscia, stupore. E' incredibile la capacità di Ingmar Bergman di racchiudere in un universo cosi' piccolo temi tanto importanti come l'incomunicabilità, la malattia, la ricerca di Dio, la richiesta d'amore. Il limbo nel quale entra Karin ogni volta che le sopraggiunge una crisi di schizofrenia, rappresenta la scissione del proprio Io, da una parte c'è l'allontanamento dalla famiglia (il mondo reale) dall'altra il momentaneo avvicinamento a Dio (il mondo spirituale), ossessione? bisogno? necessità? o soltanto pazzia?. Altro tema cardine della pellicola è l'incomprensione, nel piccolo nucleo che compone la famiglia non si comprendono padre e figli, non si comprendono marito e moglie, non si comprendono fratello e sorella, tutto in un vortice interrotto soltanto dalle apparizioni di Karin partorite dalla sua fantasia.
Il grande regista svedese in seguito confessò di aver voluto tralasciare l'aspetto puramente cinematografico preferendo scrivere qualcosa che si avvicinasse più ad una commedia teatrale, tanto da inserirne una, recitata dai protagonisti del film con tanto di costumi e palco improvvisati.
Come altri lavori di Bergman il film congeda lo spettatore con un messaggio di speranza dopo essere stato intriso del più nero pessimismo, speranza che comunque non riequilibra lo stato d'animo con il quale ci lascia il film. I misteri reconditi delle malattie mentali lasciano sempre un senso di oppressione e di paura a chi ha la fortuna di non conoscerli, e Harriet Andersson con la sua interpretazione magistrale li incarna perfettamente.

Ch.Chaplin  @  04/09/2007 13:20:23
   9½ / 10
ottimo film di bergman, incentrato sul problema della fede, della malattia e dell'incomunicabilità. la didascalica conclusione è la certezza, ke verrà successivamente messa in serio dubbio da un film come "il silenzio". nel gioco degli specchi tra i 4 personaggi mi ha lasciato un po perplesso la figura di martin interpretata da von sydow, poco efficace rispettoa gli altri 3 (per lo spessore datogli da bergman, non dalla sua recitazione!)

Beefheart  @  30/08/2007 20:27:17
   7½ / 10
Film definito dallo stesso regista come "un caso di isterismo religioso". In effetti la storia, concentrata nell'arco di un week-end al mare, racconta di una donna schizzofrenica che, reduce da un elettro-shock che pare averle fortemente acuito l'udito, sotto gli occhi dei familiari, degenera nel suo stato di alterazione mentale, sino a "sentire" delle strane voci che, insistentemente, le preannunciano la venuta di "qualcuno". Presumibilmente Dio. Tale sconvolgente percezione costringe la protagonista a vacillare e ad allontanarsi progressivamente dal marito e da tutto ciò che è reale e concreto. Il tutto si svolge sull'isolotto di Faro, adiacente all'isola di Gotland, in pieno Mar Baltico, di fronte alle coste della Lettonia, laddove Bergman sceglierà di abitare sino alla fine dei suoi giorni (30 Luglio 2007). Il cast, come di consueto non è molto nutrito, ma composto dai suoi attori fedelissimi, come sempre in grande forma, soprattutto per quanto concerne una più che convincente Harriet Handersson. In questo contesto, spoglio di cose e persone e suggestivamente fotografato dall'inseparabile Sven Nykvist, prende forma un dramma che insiste sui temi più cari al regista: l'incomunicabilità tre persone anche fra loro molto vicine ed intime, la figura di Dio, la conflittualità nei rapporti sentimentali, la malattia e l'angoscia che portano alla deriva mentale, l'importanza e la preponderanza dell'arte. La narrazione non si basa tanto su un susseguirsi di eventi significativi, quanto sull'evoluzione della consapevolezza nelle teste dei protagonisti (e degli spettatori), favorita da alcuni intensi dialoghi e confronti, tra individui che cercano sostegno e sollievo l'uno nell'altro. Tutto, dalla location, alla fotografia, all'interpretazione, trasmette un forte senso di isolamento e smarrimento. Per il commento musicale questa volta il regista si affida agli archi di Bach, che contribuiscono a rendere ancora più grave un'atmosfera già di per sè sufficientemente dura e difficile. Forse il tutto scorre in maniera troppo poco febbrile e disfattista, per sconvolgere fino in fondo gli animi di chi lo guarda e, di conseguenza, non si erge alla posizione di "capolavoro", ma in ogni caso il film non scherza affatto e non manca di pregio.

Gruppo COLLABORATORI Harpo  @  17/05/2007 18:44:07
   9½ / 10
Splendido capolavoro bergmaniano che, per certi versi, anticipa di una decade "Sussurri e grida", specie per quanto concerne le tematiche affrontate (tra le altre: dolore, attaccamento ai cari).
"Come in uno specchio" è un film difficile da vedere, non per tutti; i concetti che vengono toccati lo rendono un film incredibilmente duro.
Osservabile da varie angolazioni, la pellicola di Bergman, è indubbiamente un'opera alquanto complessa e profonda.

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Invia una mail all'autore del commento emans  @  01/03/2007 17:47:25
   8½ / 10
ancora un bellissimo film di Bergman che come al solito ti lascia stranito al termine del film...certo non lo puoi vedere per passare una serata in compagnia o in allegria perche la pellicola è invesa di tristezza dall'inizio alla fine e non ti lascia speranza nemmeno sulla sponda religiosa!e se finisce quello che rimane?la pazzia!
vengono affrontati temi molto particolari e pericolosi(coraggiosa la scena dell'incesto)...veramente mi è piaciuto moltissimo e mi spiace che abbia ancora cosi pochi voti!
da vedere assolutamente!

aiemmdv  @  28/12/2006 22:53:26
   9 / 10
Karin Ŕ entusiasta dell'incontro con Dio: spera di poter trovare la salvezza dalla sua follia
Ma Dio Ŕ un ragno che cerca di assalirla per possederla.
Da quella visione riceve solo ulteriore sofferenza: ormai anche il suo mondo parallelo, Ŕ contaminato dal marcio e dall'odio.
10 min da brivido. Ma in tutto il film non esiste un dialogo banale nÚ una riflessione scontata: Ŕ TUTTO ECCELLENTE!

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ds1hm  @  25/01/2006 14:56:34
   10 / 10
Come in uno specchio, anche a distanza di anni, lo trovo sempre un film sconvolgente. Un'illusione di normalità per lo spettatore dura giusto il tempo di accomodarsi sulla sedia poi, dopo i primi due minuti, il racconto si fa tipico dei film indimenticabili di Bergman. Dell'appartenenza o meno ad una trilogia si potrebbe discutere all'infinito; dal film emerge una grandissima Harriet Andersson che con il suo personaggio psichicamente al limite s'impone e domina sugli altri. Il marito credo sia consapevole di non essere amato dalla sua donna (c'è un dialogo brevissimo e stupendo tra i due coniugi nel quale la moglie rimprovera al marito i suoi errori nonostante nella realtà non ne commetta, volendo quasi comunicare un'impossibilità di ogni sentimento).Il fratello appare come un personaggio simile al marito della sorella, a suo modo debole, vittima e profondamente solo. Il padre anticipa il tema di "Persona", quello scontro morale tra persone normali e artisti, tra una normale moralità ed una moralità fredda ed amorale. Il finale appare rivelatore di una speranza, di un'illusione, in netto contrasto con i film reputati uniti a Come in uno specchio in una trilogia: sopratutto "il silenzio" appare come la negazione di ogni rapporto sia tra gli uomini che tra l'uomo e dio.
Guardando in seguito Decalogo 4 ho sempre voluto pensare a qualche influenza di Bergman in alcuni aspetti del cinema di Kieslowski, così come in Ordet si anticipava, in una visione prettamente mistica, l'esistenza di un rapporto tra fede e pazzia.

Mpo1  @  09/08/2005 00:46:31
   10 / 10
'Come in uno specchio' è il primo film di una trilogia che comprende 'Luci d'inverno' e 'Il Silenzio'. E' anche un film che segna una svolta importante nell'opera di Bergman: 'Come in uno specchio' è il primo dei cosiddetti "drammi da camera", film concentrati su un gruppo ristretto di personaggi che si muovono in uno spazio chiuso, in cui viene delineata una situazione più che una serie di eventi. Oltre allo stile, anche le tematiche sono quelle di molto cinema d'autore di quegli anni: l'impossibilità della comunicazione, la difficoltà dei rapporti umani, l'angoscia esistenziale, l'alienazione, la follia. Il film è anche il primo di Bergman ad essere ambientato nella sua amata isola di Faro, dove girerà altre opere importanti nella seconda metà degli anni '60.
Grande interpretazione di Harriet Andersson, la sua migliore, nel ruolo di Karin. Karin non ama il marito, si sente respinta dal padre (che inoltre studia la sua malattia per utilizzarla in un suo libro) e cerca un rapporto incestuoso col fratello Minus, ma nessuno riesce ad aiutarla. Ogni personaggio è prigionerio della propria sofferenza.
La scena più famosa è sicuramente quella in cui Karin "vede" dio sotto forma di un mostruoso ragno che tenta di aggredirla. La scena ha avuto diverse interpretazioni, a seconda dell'ideologia dei critici. In realtà due sono le possibilità: o il ragno è dio, che si presenta quindi come un "mostro" crudele e indifferente alle sofferenze umane, oppure non lo è, quindi Karin cercava qualcosa che in realtà non esiste.
La scena finale, da alcuni criticata, può esssere vista nella stessa luce. L' affermazione "dio è amore" significa che quello che Karin e suo padre cercavano non era in realtà dio, ma l'amore. Il padre alla fine capisce che è inutile cercare una divinità che o non esiste o cmq è indifferente alle nostre sofferenze, bisogna invece cercare di comprendersi e aiutarsi l'un l'altro, per quanto è possibile.

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Ultima risposta 09/08/2005 23.34.14
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Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Requiem  @  02/08/2005 12:40:34
   10 / 10
Uno di quei film di Bergman che non si dimenticano, cupo e angosciante come pochi.
"Come in uno specchio" è un film sulla follia che colpisce e sconvolge, e a mio avviso è una delle opere migliori di Bergman.


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Ultima risposta 10/11/2005 02.17.28
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Crimson  @  01/08/2005 13:21:21
   9 / 10
Spesso i film di Bergman sono costruiti su pochissimi personaggi, con l'intento chiaro di basare tutto il senso della pellicola sulle relazioni strette tra di essi, essendo "l'incomunicabilità" uno dei temi cari al regista. "Come in uno specchio" è un grandissimo film perchè non si "limita" ad affrontare tale tematica, anzi, attraverso dialoghi potentissimi e variegati si sposta di continuo su moltissimi aspetti delle riflessioni dell'uomo. Per di più descrive in modo fedele e naturale la schizofrenia. E' tale disturbo di Karin a rappresentare il fulcro su cui si muove l'intera vicenda, eppure come al solito (inteso nei film di Bergman) si delineano pian piano altre vicende non ascrivibili ad una ragione "terrena" che funga da motore, bensì a meccanismi inconsci, alla forza distruttiva della diversità e incompatibilità di carattere che spesso intercorre tra gli esseri umani. Martin è un chiaro esempio: ama Karin ma non la capisce, e la cosa che mi ha colpito e affascinato è che Bergman descrive questa incompatibilità prima che si manifestino i sintomi del disturbo di Karin, e ha rinforzato la mia opinione che la schizofrenia sia solo un pretesto per descrivere una realtà forse ancor peggiore (come ho accennato in precedenza). Inoltre la riflessione sul "silenzio di Dio" non manca neanche in questo film: è presentata apparentemente nascosta in un finale incredibile, in cui accade di tutto. Bellissima anche la descrizione del rapporto padre-figlio, che lascia un segnale di speranza.

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Ultima risposta 15/09/2011 20.55.46
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Gruppo COLLABORATORI fidelio.78  @  28/07/2005 16:50:45
   9 / 10
Dal punto di vosta della sceneggiatura, forse uno dei migliori film di Bergman
e uno dei film migliori sul tema della della follia. Angoscioso, cupo, il film descrive quattro personaggi tesi a confrontare le proprie paure e le proprie speranze, chiusi per˛ nel loro mondo, nelle proprie stanze.
Meraviglioso il finale, nel quale non c'Ŕ chi vince o chi perde, ma solo l'amarezza di una triste realtÓ, a volte non compresa e a volte solo compatita.

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