Recensione l'invasione degli ultracorpi regia di Don Siegel USA 1956
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Recensione l'invasione degli ultracorpi (1956)

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locandina del film L'INVASIONE DEGLI ULTRACORPI

Immagine tratta dal film L'INVASIONE DEGLI ULTRACORPI

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"Datemi retta prima che sia troppo tardi!"

Il suono di una sirena squarcia la notte, l'auto della polizia frena bruscamente davanti ad un ospedale, dentro un uomo trattenuto a stento urla tutta la sua disperazione finché un medico arriva e gli chiede di spiegare con calma il motivo di tanta agitazione.

Sono le prime, concitate scene che aprono "L'Invasione degli ultracorpi" di Don Siegel e che senza indugio ci catapultano direttamente nel cuore degli avvenimenti a cui stiamo per assistere.

Dal racconto del Dott. Miles Bennel (Kevin MC Carthy), l'uomo in evidente stato di agitazione, ha quindi inizio il lungo flashback che ci riporta indietro di qualche giorno alla tranquilla cittadina californiana di Santa Mira nella quale lo stimato dottore vive e lavora.

A dispetto del tono di voce tranquillo con cui vengono narrati i fatti, appare immediatamente chiaro come qualcosa di strano aleggi nell'aria ed è lo stesso Bennel a rilevarlo fin da subito: "A prima vista mi sembrava tutto normale, ma non lo era...".
Che cosa stia succedendo ci verrà spiegato dalla voce fuori campo dello stesso Bennel che si troverà ad scoprire la natura del grave pericolo a cui sta andando incontro l'intera umanità.

Gli anni '50 sono unanimemente considerati l'apice dell'età d'oro della fantascienza, un genere che da sempre gode di una vasta diffusione tra i lettori e che, per questo motivo, si è visto spesso attribuire il titolo, falsamente detrattore, di "popolare".
La letteratura dei precedenti vent'anni si è avvalsa dei nomi tra i suoi migliori rappresentanti, ma è proprio nel dopoguerra che per il cinema americano, la science fiction diventa un vero e proprio territorio di conquista, sia per il sicuro successo commerciale, garantito dal grande impatto visivo dei suoi film, e adatto perciò a fronteggiare l'emergente concorrenza della televisione, sia per il vantaggio di presentare costi di produzione contenuti rispetto ad altri generi.

Chiavi del suo successo sono inoltre la capacità di esplorare l'assurdo elaborando senza limiti una visione dell'improbabile, ma, si badi, non dell'impossibile, e la funzione allegorica a rappresentare un "nemico" a cui spesso la sci-fi viene piegata in ragione della particolare situazione politica di quegli anni (siamo, infatti, in pieno maccartismo): alieni, mondi sconosciuti, viaggi spaziali diventano i temi portanti della cinematografia fantascientifica la quale, giocando abilmente con le inquietudini del mondo moderno (la paura dell'ignoto e del diverso su tutte), ne amplifica la portata trasferendole però nel contempo nel campo dell'immaginario e ottenendo in tal modo un effetto di normalizzazione delle nuove paure, assicurato anche da finali spesso lieti.

In questo contesto e da un romanzo di Jack Finney pubblicato l'anno precedente ("The body snatcher", letteralmente "Ladro di corpi") Don Siegel gira nel 1956 quello che è considerato un capolavoro del genere, pietra miliare e riferimento cinematografico di diversi remake, tra i quali ricordiamo "Terrore dallo spazio profondo" di Philip Kaufman del '78, seguito da "Body Snatchers" di Abel Ferrara del '93, nonché di citazioni (vedi "Alphaville" di J.L.Godard) dalle quali si evince il profondo segno lasciato dalla pellicola del regista americano.

Si tratta però anche di un film evidentemente atipico rispetto ai canoni in voga allora: mancano totalmente i mostri alieni a sei braccia e due teste, non ci sono navi spaziali o scienziati pazzi e men che meno effetti speciali (per quanto all'epoca ancora molto artigianali) ed è solo sulla forza creativa e sulle soluzioni registiche di Siegel che si basa la forza dirompente, valida ancor oggi, dell'Invasione degli ultracorpi.
Dunque è a Santa Mira che nasce la nuova, misteriosa minaccia per l'intera umanità, sebbene la vita della cittadina sembri scorrere tranquilla come sempre, appena turbata dagli strani casi di alcuni pazienti del dottore che improvvisamente non riconoscono più i loro cari, sebbene essi esteriormente siano le stesse persone conosciute da sempre.

È solamente durante una romantica cena in compagnia della sua vecchia fiamma Becky Driscoll (Dana Wynter) che i peggiori presagi di Bennel prendono letteralmente corpo quando, richiamati con urgenza da amici, essi si trovano a esaminare un essere umano ancora in formazione che giace ancora incosciente in casa loro.
Le porte allora si spalancano sull'incubo: via via diventa sempre più chiaro come nella cittadina sia in atto una vera invasione aliena che sta appropriandosi delle identità degli abitanti sostituendoli durante il sonno con copie di individui perfettamente identici ma deprivati totalmente di ogni emozione umana, che si sono formati all'interno di enormi baccelli provenienti dallo spazio come in una specie di mostruosa incubatrice vegetale.
Ben presto la coppia si rende conto che la diffusione dei baccelloni è inarrestabile e, ultimi ancora a resistere, ormai accerchiati dall'intera popolazione, sono infine costretti ad una drammatica fuga dal tragico destino per la donna che, rimasta sola per un momento, cederà fatalmente al sonno.
A Miles Bennel non resterà che raggiungere l'autostrada per lanciare il suo disperato allarme, inascoltato dagli automobilisti che gli sfrecciano accanto indifferenti.
Lo ritroviamo infine nello studio medico al termine dell'allucinato racconto, circondato dallo scetticismo generale: sarà solo il fortuito incidente di un camion carico di baccelloni proveniente da Santa Mira a chiarire che non si tratta di un pazzo visionario.

Va subito detto che questo finale, così come il prologo, furono imposti dalla casa di distribuzione che decisero una versione meno pessimistica che quella pensata da Siegel, il quale avrebbe concluso molto più drammaticamente con Miles Bennel sull'autostrada che, solo e in preda alla disperazione, si volgeva al pubblico urlando "You're next!".

Anche il titolo originariamente deciso, "No sleep more", fu trasformato così come lo conosciamo oggi, ugualmente a voler alleggerire la carica di angoscia e assicurarsi un maggior successo di pubblico.

In realtà, anche in questa versione, l'inquietudine e l'ansia provocati da "L'invasione degli ultracorpi" rimangono fortissimi proprio perché nascono da un'idea che da sé sola scava nelle paure più remote e che ancora mantiene intatta la sua capacità di turbare profondamente.

Da un punto di vista cinematografico, il genere è evidentemente fantascientifico, anche se più propriamente corrisponde ad una dimensione mentale dello stesso, ma il taglio registico è chiaramente quello del noir, genere nel quale Siegel avrà modo di prodursi successivamente in altri suoi celebri lavori e del quale adotta tutti gli accorgimenti.

A ben vedere, la ricerca compiuta dal Dott. Bennel è, di fatto, un'indagine investigativa che a tutta prima indaga su un mistero: la sua voce fuori campo accompagna e spiega il progresso delle sue scoperte e lega tra loro gli accadimenti misteriosi, le scene sono spesso ambientate di notte e drammatizzate dall'uso sapiente del bianco e nero, oppure si svolgono in luoghi chiusi che divengono sempre più claustrofobici; la predominanza delle scene di azione mantengono alta una condizione di suspense iniziata fin dai titoli di testa, che scorrono su nubi cariche di minacciose promesse, sottolineate da una colonna sonora che prepara al peggio.

Nessun effetto speciale o quasi è stato usato per mostrare l'invasione aliena, di cui i baccelloni, peraltro riprodotti in modo semplicissimo anche a causa di ristrettezze di budget, sono l'unica presenza anomala, e tutto l'orrore è demandato all'immaginare la silenziosa sostituzione dei corpi durante il sonno e al "risveglio in un mondo tranquillo, senza problemi nel quale i sentimenti non sono necessari e conta solo l'istinto di conservazione": una metamorfosi in esseri completamente apatici, svuotati di ogni passione umana, della quale possono accorgersi solo coloro che hanno un'intima conoscenza con chi è stato sostituito ("lo zio non è più lo zio...") e che sembra rimandare profeticamente ad una condizione di vita non così impossibile a realizzarsi.

Tutto il film è dotato di una straordinaria essenzialità, non c'è scena che possa definirsi superflua o dialogo che non abbia un preciso e diretto significato, gli eventi si susseguono con ritmo incalzante e in alcuni momenti si cela perfino il sorriso scaturito da un'amara ironia: si pensi ad esempio al nome del ristorante nel quale cenano Miles e Becky, "La terrazza sul cielo", e al commento dell'uomo dopo averla baciata "Ti riconosco, sei proprio tu", frase che risuonerà tragicamente beffarda quando alla fine sarà proprio con un bacio freddamente inumano che essa tradirà la propria sostituzione e farà capire a Miles di averla perduta per sempre.

Le letture a cui si è prestato questo caposaldo cinematografico sono state molteplici e spesso superficialmente (o strumentalmente) dettate da convenienze socio-politiche del periodo in cui uscì, per cui fu allora tacciato di anticomunismo in quanto venne ravvisata una critica alla presunta omologazione degli individui in quel tipo di sistema sociale; viceversa, negli anni '60, la critica fu rovesciata e riportata verso il fascismo, nel suo più ampio significato di dominio dispotico, individuato per esempio nell'inquietante scena della distribuzione dei baccelloni nella quale gli abitanti della cittadina, sotto la guida delle autorità, si ritrovano nella piazza della cittadina a diffondere il nuovo ordine costituito.

Le parole di Siegel valgano a chiarire quale fosse il suo intento: "Quando la pellicola fu realizzata, né lo sceneggiatore (Daniel Mainwaring), né io, tantomeno, pensavamo ad un qualunque simbolismo politico; la nostra intenzione era di attaccare un'abulica concezione di vita".

Concetto comunque politico, ma non di certo nella visione univoca proposta dal clima da caccia alle streghe, col quale Siegel difende con forza la libertà dell'individuo e se proprio una collocazione vogliamo trovargli è quella di un anarchico che non accetta il conformismo.

Bisogna riconoscere che nel tempo, comunque, quella dei baccelloni, è diventata una vera e propria figura retorica che è andata a sedimentarsi nell'immaginario collettivo a indicare metaforicamente una normalità spersonalizzata e passiva, precorritrice di omogeneizzazioni comportamentali non molto di là da venire.

Oggi le ulteriori riflessioni che nascono dalla visione sono di natura più specificatamente filosofica, nella quale il sorgere di tanta inquietudine, che a distanza di cinquant'anni si mantiene intatta se non rinnovata, riguarda l'essenza stessa dell'essere umano e il rifiuto resistente a cederla, foss'anche per una pace superiore che nessuno agogna; un'umanità per la quale lottare perché "mai ci accorgiamo di quanto valga come quando viene messa in pericolo", forse perché intimamente temiamo proprio di riconoscerci in quella cupa immagine espressa da Miles di "persone che perdono la loro umanità a poco a poco, senza accorgersene".

Siegel ci ha avvertiti: "You're next!"

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Recensione a cura di strange_river - aggiornata al 08/06/2010 17.33.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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