deserto rosso regia di Michelangelo Antonioni Italia 1964
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deserto rosso (1964)

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locandina del film DESERTO ROSSO

Titolo Originale: DESERTO ROSSO

RegiaMichelangelo Antonioni

InterpretiXenia Valderi, Carlo Chionetti, Richard Harris, Monica Vitti

Durata: h 2.00
NazionalitàItalia 1964
Generedrammatico
Al cinema nel Marzo 1964

•  Altri film di Michelangelo Antonioni

Trama del film Deserto rosso

La vita di Giuliana, giovane moglie di un ingegnere, potrebbe essere senza problemi, ma la donna non Ŕ felice. A causa dello shock subýto in un incidente d'auto, Ŕ vittima di una crisi depressiva e tentata dal suicidio. Incontra Corrado, ne diviene l'amante, ma questo non basta a guarirla.

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Voto Visitatori:   8,25 / 10 (28 voti)8,25Grafico
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Voti e commenti su Deserto rosso, 28 opinioni inserite

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Goldust  @  03/05/2016 18:17:03
   5 / 10
Il Deserto rosso può tranquillamente proseguire il discorso sul male di vivere intrapreso nella cosiddetta "trilogia dell'incomunicabilità": pur avendo amato "l'avventura" discretamente apprezzato "la notte" ( "l'eclisse" purtroppo mi manca ) in questo film non ho trovato però il trasporto emotivo e la profondità di sguardo che caratterizzava i lavori precedenti, c'è solo un encomiabile lavoro sui colori della fotografia (già l'immagine iniziale con il cappotto verde della Vitti che si staglia nel grigiore generale è estremamente indicativa ), un'evocativa sequenza del sogno/racconto ( a rappresentare un flebile tentativo di fuga dall'apatia quotidiana ) e poco altro. La lentezza estenuante e la farraginosità delle situazioni ne complicano la visione e per una volta anche gli attori non mi sono sembrati indimenticabili, tolta la Vitti ovviamente.

JOKER1926  @  13/05/2015 16:44:01
   6½ / 10
"Deserto rosso" Ŕ uno dei maggiori titoli di Michelangelo Antonioni, questo degli anni sessanta Ŕ un film molto famoso della firma italiana in questione, inoltre come accade spesso con Antonioni, i temi trattati non sono convenzionali e poggiano su situazioni di persone in contesti non ordinari.
La trattazione della pellicola del 1964 gira intorno a personaggi ammalati dalla consuetudine (come l'ambiente logorato dal movimento industriale), nel frangente, troviamo una splendida Monica Vitti nei panni della protagonista, una donna insoddisfatta, insomma, della propria esistenza.
Inizia quindi ad acquisire velocemente , "Deserto rosso", tutta la sua forza che verte, in pratica, ai piedi di una introspezione psicologica potente ma al contempo irrimediabilmente ermetica.
Per queste ragioni la produzione italiana ricorda per diversi motivi registi come Bergman, proprio per la carica della psiche e ricorda, per altre cose, Pier Paolo Pasolini che criticava il suo spazio contemporaneo, le fabbriche e il capitalismo.
Con questi rimandi carpiamo, dunque, che "Deserto rosso" vive troppo lontano dalla realtÓ abbracciando energicamente il simbolismo (adottato anche da Pasolini) e quel percorso melancolico che avvenne nei film di un'altra grande mente, Bergman.

"Deserto rosso" merita, cinematograficamente, rispetto; a parte qualsiasi analisi circa la proiezione del film emerge, in modo netto, una grandissima fotografia cromata con colori cadenti nel grigio, fotografia d'autore senza rivali.
I punti che smorzano il disegno sono i ritmi ed alcune situazioni lentissime, ma molto probabilmente tali scelte non cadono a caso, sono artisticamente premeditate.

Gruppo REDAZIONE amterme63  @  13/02/2014 22:07:57
   7½ / 10
"Deserto rosso" è il primo film di Antonioni che non mi ha convinto del tutto. Se si deve accusare Antonioni di intellettualismo e manierismo, allora secondo me è proprio a causa di questo film. Ci sono diversi elementi che non girano alla perfezione o almeno che non riescono a trasmettere con efficacia e immediatezza gli importanti messaggi esistenzialisti che caratterizzavano i film precedenti.
Nei film dal "Grido" a "L'eclisse" il/la protagonista erano persone tutto sommato normali, terra terra, che soffrivano ed erano dilacerati interiormente, ma che comunque vivevano in una dimensione quotidiana e ordinaria ben riconoscibile e condivisibile. I loro pensieri, le loro vicissitudini potevano essere sentiti come esemplari e quindi agevolmente compresi
In "Deserto rosso" la protagonista è una persona un po' fuori del comune, speciale, chiaramente malata e sofferente di depressione. La sua esperienza viene sentita come appartenente a circostanze particolari, non generalizzabile.
Questo sminuisce molto l'efficacia del film, in quanto Antonioni con la vicenda drammatica e penosa di Giuliana voleva probabilmente rappresentare uno stadio ulteriore dell'alienazione e della spersonalizzazione imputabile alla società moderna, quello della sofferenza manifesta e fisica. A tal fine sono eloquenti gli ambienti e le scenografie scelte per rappresentare il mondo in cui vive Giuliana (grigio, estraniante, incombente, molto poco umano). La stessa colonna sonora a volte dà alle immagini e alle situazioni una patina di forte disagio, quasi di orrore.
Non facilmente comprensibile è la scelta di virare la colorazione degli oggetti comuni in maniera così innaturale. C'era l'intenzione probabilmente di suggerire che il mondo in cui viviamo è assolutamente artefatto e caricato, frutto della nostra psiche condizionata. Solo che stona il fatto che vengano usati colori squillanti e perfetti (verdi, rossi, gialli, viola, ecc.), i quali danno in genere un'impressione positiva quasi allegra agli ambienti e su chi li osserva. Fa un po' impressione vedere in un anonimo spazio industriale dei bidoni coloratissimi. Ci si chiede perché, che senso ha? Certamente il senso c'è ma non è agevole collegarlo al resto del film. Insomma questa saturazione coloristica impressa alle immagini del film sembra un po' fuori contesto, almeno io ho avuto questa sensazione. Dà quasi l'impressione di esercizio intellettuale.
Monica Vitti fatica un po' a dare a Giuliana tutta la drammaticità, la sofferenza, il fortissimo disagio interiore che la sua vicenda comporta. Dà il meglio di sé quando è "normale". Mal recitato e incomprensibile è invece il personaggio di Corrado. Cosa lo spinge ad attaccarsi e a interessarsi a Giuliana, nonostante sappia che è malata? Perché quando questa gli chiede di aiutarla, lui invece la possiede fisicamente? Pensa di aiutarla in questa maniera? Insomma il suo interessamente è contraddittorio e poi non si capisce bene lui stesso che tipo di persona sia, cosa voglia, cosa cerchi. Tra l'altro Harris è troppo inglese per fare la parte di un triestino trapiantato a Milano.
Cosa rimane quindi del film? Rimane la sua splendida forma, il modo mirabile in cui è girato, con cui i personaggi e gli oggetti sono ripresi. E' solo grazie alla bravura di Antonioni che il film può essere apprezzato, secondo me.

Gruppo COLLABORATORI Compagneros  @  02/02/2013 20:39:16
   8½ / 10
Tutta l'assurdità della società visti attraverso il male di vivere di una donna. Depressione, alienazione e insensatezza.
Una società industriale che, da un lato garantisce un certo tenore di vita, dall'altro rende invivibile il pianeta e la vita stessa.
Nel deserto del cinema contemporaneo, Deserto rosso è ancora oggi un ottimo film. Un film la cui visione può risultare per certi versi fastidiosa, non è certo un'opera d'intrattenimento. Grande Antonioni.

Oskarsson88  @  04/07/2012 19:25:30
   6½ / 10
da un certo punto di vista il film è molto attraente. Si respira un grande alienazione così come i colori e i suoni sono molto particolari. Bravi anche gli attori, l'unica cosa che non quadra è che più o meno nel film non succede niente di rilevante dall'inizio alla fine, il che rende molto faticosa la digestione del film. Potrei cambiare idea col tempo e dargli un voto più alto in futuro, ma questo primo impatto con Deserto Rosso è stato troppo eccessivo. A suo modo però, molto interessante, soprattutto il contrasto tra il progresso delle industrie e il regresso della consapevolezza umana.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR Ciumi  @  05/03/2011 11:01:46
   9 / 10
Per quanto riguarda gli ambienti, Ŕ forse il pi¨ lugubre tra i film di Antonioni. Fabbriche, cloache immobili, fumi gialli, campagne grigie, zone portuali, moli deserti, acque senza orizzonti e coperte di nebbia, navi desolate come enormi blocchi di metallo e ruggine; divengono specchi, gli specchi opachi della donna che vaga tra i recessi del progresso, la moglie che guarda i vapori, l'amante che ascolta le voci confuse, la madre che s'assorge vuota nel vuoto, ma pi¨ degli altri sensibile e malata; per l'eros che non si rialza, nÚ con uova afrodisiache di quaglia, o per il sentimento che non la consola.

E al centro del film, un bambino, che fatica ad alzarsi, quasi l'apatia di tutti gli avesse preso le gambe; i colori della sua stanza (come in un telo le strisce delle zebre esotiche o il mondo in una cartina geografica) che non sanno respingere tanto grigiore; e poi l'atollo di una favola dal mare azzurro, pervasa di silenzi e mistero, e di sabbie rosa, e canti di rocce carnose, e un veliero disabitato che sfiora la riva e si allontana.
Dopo ancora un'avventura extraconiugale che non dÓ che nuovo smarrimento, e un'altra sparizione narrativa, quella del marito. La sagoma di lei schiacciata in una parete bianca. I corpi separati, il malessere ovunque, tutto che fa paura.
Un suono che s'interpone ai discorsi amorosi, dalle frequenze ignote.
La barriera di nave che non toglie l'ancora, il marinaio straniero.
Le bordate impassibili e sfocate dei colori alieni.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR The Gaunt  @  15/01/2011 11:33:13
   6½ / 10
Deserto rosso è alienazione. I mutamenti della civiltà industriale sono repentini e molto più invasivi. Non cambiano soltanto il paesaggio, ma anche le persone. Un'intera cultura, quella contadina sta scomparendo lasciando il posto ad un panorama opprimente e dai rumori disumani.
Come ai limiti del disumano è la visione di questo film, eccessivamente dilatato anche per essere un film di Antonioni.

DarkRareMirko  @  05/03/2009 23:14:19
   9 / 10
Ottimo film di Antonioni; di recente ho letto che è stato il primo film che ha fatto cambiare di opinione Rudolph Arnheim, facendogli rivalutare l'utilizzo del colore nei film, non facendo perdere a questi ultimi insomma la legittimità di essere arte nonostante l'uso di colori (ricordo che Arnheim credeva che l'unico modo che avesse il cinema per essere definito arte era quello di essere muto ed in bianco e nero, distinguendosi quindi dalla realtà).

E' il primo film a colori che rende questi funzionali alla trama, in pura sostanza.

Senza che la trama si evolvi poi molto, il maestro Michelangelo rappresenta la solita sofferenza femminile, l'alienazione capitalistica, l'egoismo, la meschinità umana.

Fenomenale la Vitti e bravo Richard Harris.

Eccelse fotografia e regia.

Da vedere, ma si astengano mainstreamers and co., visto che questo è un film molto lento, molto significativo, avente molte cose da comunicare.

paride_86  @  09/01/2009 02:29:33
   8½ / 10
Primo film di Antonioni a colori, ambientato in una zona industriale tanto asettica quanto laboriosa, fumosa e colorata.
La storia è quella di Giuliana, depressa dopo lo shock di un incidente.
Come in molti altri film del regista, la trama è piuttosto evanescente e quello che conta sono le situazioni, i dialoghi e soprattutto l'impianto visivo.
Le scenografie sono davvero particolari ed è molto interessante il contrasto che ha usato Antonioni: l'aridità meccanica e industriale viene rappresentata, infatti, con colori brillanti e soluzioni suggestive mentre la genuinità viene proposta come una spiaggia incantata e deserta.
In questo film si vedono - a mio parere - anche dei riferimenti politici e sociali: quasi tutti i personaggi proposti fanno parte di una catena di montaggio, un processo produttivo industriale/sociale al quale non possono sfuggire; l'uomo viene ridotto ad un ingranaggio del sistema e quindi depauperato della sua umanità e della sua componente spontanea, affettiva. Giuliana, dopo lo shock, non riesce più a trovare il proprio posto nel mondo proprio perché non ama più niente e nessuno, è un granello sfuggito al sistema e in realtà è come se lei fosse "rinsavita" e guardasse le cose per quello che sono; non a caso nella sua immaginazione si identifica con una solitaria ragazza in un posto sperduto e incantato allo stesso tempo.

Ciaby  @  24/12/2008 21:21:02
   8 / 10
primo film a colori di Antonioni, superbo e con una splendida Vitti

castelvetro  @  10/11/2008 17:42:19
   6½ / 10
Non mi sento di dare 7
che sarebbe a dire "vale la pena di vederlo"
perchè l'ho trovato molto molto lento e sfiancante.

Ho visto nel film la bellezza (o la bruttezza dipende
dal punto di vista) dell'essere spaesati in una vita
sospesa a mezz'aria.

Riconosco la bella fotografia e la buona interpretazione,
ma in sostanza è un film che non mi ha preso particolarmente

Guy Picciotto  @  13/12/2007 11:06:33
   9½ / 10
molto più che un film sul male di vivere, la civiltà industriale è diventata un lager, se si parla di auschwitz e mauthausen tutti d'accordo, ma il non rendersi conto che tutto ormai è un lager, ebbene Antonioni se ne rese conto e fece deserto rosso, ti trovi imbavagliato, se già non l'hai fatto da te, da questa invivibilità della vita che offre la società industriale e post industriale, "la democrazia è un deserto" diceva Carmelo Bene. Deserto Rosso è la solitudine di branco, un inumazione-condanna di persone prestate al sociale, alle nostre giornate da lavoratori forzati, si vive in un lager, ma nessuno vuole ammetterlo, si vive tra piccoli lager parziali, letti matrimoniali, asili nido, manicomi, tribunali, cabine elettorali, caserme, fabbriche......sicuramente il più pessimista film di Antonioni assieme a professione reporter.

quaker  @  21/10/2007 22:05:31
   9½ / 10
E' una delle opere migliori di Antonioni, per la prima volta alle prese con il colore (ma a dargli una mano è Carlo di Palma, un grande direttore delle fotografia).
Sceneggiato da Tonino Guerra e dallo stesso Antonioni, si rivela perfetto nella ambientazione (perfettamente funzionale alla storia), sia nel paesaggio industriale che nel racconto marino: con la spiaggia rosa di Budelli, allora incontaminata, e con i graniti di Costa Paradiso (dove Antonioni ebbe per qualche tempo una villa a forma di calotta).
Iincomunicabilità è una parola oggi quasi mai usata, anche se il mondo è pieno di persone simili a Giuliana. Quello di Antonioni, ameno fino a Deserto Rosso (da Blow Up - che per me rimane il suo capolavoro - vi è una sorta di cesura) è un modo di fare cinema del tutto originale, pur dovendo egli (formatosi nella redazione di "Cinema" nei primi anni '40) parecchio, più che al neorealismo, alla nouvelle vague francese.
Gli si perdonano certe lentezze, un certo indugiare, il fatto di spezzare la sequenza e di adottare un montaggio sincopato (tutti "difetti" in un regista meno grande di lui) perché è capace di dare, complessivamente, alle sue opere un "quid" di fortemente unitario e compiuto: sicché ogni particolare, ogni inquadratura, ogni momento sono funzionali all'insieme dell'opera, e non i soliti artifici retorici, leziosi ed inconcludenti, di altri.
E' forse per questa capacità di ricondurre tutte le suggestioni di un film ad unità, che il regista italiano, sebbene oggi un po' dimenticato dal grande pubblico, ha avuto come pochi una influenza grandissima su tanti autori, da Tarkovsky a Lynch.

Gruppo STAFF, Moderatore priss  @  02/10/2007 14:13:43
   6 / 10
davvero bravissima la Vitti nel reggere sulle spalle un film intero, il suo ritratto dell''instabilità mentale si sposa perfettamente con la fotografia irreale e astratta.
Peccato però che i movimenti di macchina si contino sulla dita di una mano, conferendo una staticità estetizzante davvero al di là della mia soglia di sopportazione. In una parola: estenuante.

Gruppo COLLABORATORI ULTRAVIOLENCE78  @  20/09/2007 11:55:23
   8½ / 10
FILM SULLA DEPRESSIONE E SUL MALE DI VIVERE. NON DA' RISPOSTE MA SI LIMITA A RAPPRESENTARE UNO STATO DELL'ANIMA CON UN OPPRIMENTE SENSO DI IMPOTENZA. ANCHE I LUOGHI ESTERNI SEMBRANO RIFLETTERE IL MALE INTERIORE DELLA PROTAGONISTA. INDIMENTICABILE IL RACCONTO DELLA BAMBINA NELL'ISOLA DESERTA. GRANDE ANTONIONI.

AKIRA KUROSAWA  @  10/09/2007 21:42:21
   9 / 10
il primo film che vedo del aestro purtroppo da poco scomparso michelangelo antonioni e devo dire che sono rimasto pressoche incantato dal suo modo di muovere la macchina da presa e dal modo di gestire l uso del colore..
mi ha affascinato davvero tanto sopratutto nelle scene di nebbia ( girate in una maniera mostruosa) che sembrano quasi sogni e il modo di raccontare in maniera visiva la storia che giuliana racconta al figlio..
nei film di antonionipiu che la trama vera e propria contano i personaggi e le situazioni che qui sono raccontati con una gran lucidita..
bellissima la frase " mi fanno male i capelli"..
capolavoro

Gruppo COLLABORATORI Terry Malloy  @  08/09/2007 14:01:24
   8½ / 10
è bello confrontarsi con il cinema di Antonioni. devo dire che questo film, seppur no mi ci riconosca come cinefilo e persona, sia molto bello...mi è piaciuto molto.
anche se Michelangelo possedeva uno stile molto personale, penso che non fosse così esclusivo e solitario come dicono i critici, l'incomunicabilità di cui tanto si parla non l'ho vista, anzi, vedendo Deserto Rosso ho tratto alcune conclusioni di totale scissione dalla critica internazionale.
i personaggi di Antonioni hanno una gran voglia di amare. sono persone normali, possiedono una loro cordialità e schiettezza (gli operai frequentemente incontrati, ma anche la protagonista) e già nel primo incontro al negozio fra Corrado e Giuliana si nota una bruciante voglia di comunicare, amare. l'incomunicabilità è come dice Dino Risi, una *******ta dei critici, essi consideravano questo regista il loro pupillo perchè così potessero esprimersi nella loro cultura d'elite, ma io penso che qualsiasi persona possa confrontarsi con le vite di Antonioni e trarre giuste, anche se non elevate, conclusioni.
dicevo...questi personaggi possiedono volontà, ma non gli strumenti per amare. la loro chiusura è anche determinata dai fattori che Giordano Biagio ha inserito all'inizio della sua recensione, ma non solo: insoddisfazione, aberranza verso l'ipocrisia dei rapporti, ma soprattutto abitudine. abitudine di vedere sempre gente cara attorno, ma coscienza di non poter costruire rapporti e relazioni sempre più mature, a questo proposito Giuliana è molt coerente, sincera. i personaggi di Antonioni hanno paura di perdere tutto e si chiudono in una formalità che a loro non è gradita, ma che è necessaria; si creano una schermata di abitudini e ripetizioni ("io mi porterei dietro tutti quelli che mi hanno voluto bene e ci farei un muro intorno a me") con cui fuggire dalla loro stessa realtà di pensiero: la loro "realtà di pensiero" è la loro voglia di amare veramente le persone, non solo per abitudine.
è bellissimo il finale in cui finalmente i colori assumono la loro tinta e la donna se ne va con il bambino, quasi a ritrovamento di un equilibrio relazionale se non perfetto, almeno umano e condivisibile. penso che Antonioni abbia sviluppato in una chiave esistenzialista più introversa e dolente la poetica di Fellini: nel film ricorrono dei "topoi" felliniani come la nave simboleggiante "evasione", e anche se il cinema di Fellini è più fantasioso e meno realistico di quello di Antonioni, è di più facile condivisione...questo spiega il mio voto "realativamente" basso.

5 risposte al commento
Ultima risposta 10/09/2007 21.33.41
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Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Invia una mail all'autore del commento mkmonti  @  24/08/2007 00:42:51
   9 / 10
La vita di Giuliana,moglie di un ingegnero ricco e benestante,come simbolo della società malata e della natura inquinata che Antonioni ha straordinariamente intuito con incredibile lucidità. Emblema dell'incomunicabilità,delle nevrosi della società contemporanea e del progresso selvaggio che ha stravolto il nostro paese negli anni '60. Pressochè un capolavoro.....

Gruppo COLLABORATORI SENIOR Giordano Biagio  @  06/08/2007 11:12:59
   9 / 10
In deserto rosso c'è la descrizione della crisi di identità della borghesia italiana anni '50.
I personaggi avvertono un'occlusione dei registi psichici più creativi.

La perdita delle bellezze della natura a vantaggio di un progresso industriale impetuoso e caotico è evidente.

Giuliana, la moglie dell'industriale è il punto debole del gruppo, la più sensibile ai cambiamenti turbolenti di una realtà sociale ormai sorda e refrattaria al bello e all'ozio.

La sua crisi è il termometro di una realtà stressante che non lascia più spazio al pensiero inutile, alla poesia, all'ozio inteligente e creativo.

Anche il sesso è sbrigativo e vuoto.

Geniale film di Antonioni, molto discusso e criticato, forse questa opera sublime riesce a comunicare solo con certe sensibilità aperte alle tematiche che la pellicola espone.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR foxycleo  @  02/08/2007 18:08:48
   8 / 10
Film cerebrale e pessimista come consueto nel cinema dell'autore recentemente scomparso. In questo suo primo film a colori Antonioni ritrae un paesaggio industriale ulteriormente abbruttito e distorto dall'uso appunto dei colori. Infatti il loro utilizzo risulta ambiguo e di non semplice interpretazione, non si riesce a capire se attribuirlo ad una visione dell'industrializzazione del regista o se attribuirlo alla psiche distorta della protagonista. Lo spazio è spesso come appiattito ed il ritmo è molto lento con numerosi tempi morti. Ottima l'interpretazione di M. Vitti veramente divina, non male quella di Chionetti.
Uno dei film più noti di Antonioni e uno fra i più belli. Da vedere.

Invia una mail all'autore del commento NEO78  @  17/04/2007 22:44:07
   7½ / 10
Per essere il primo film a colori di Antonioni direi che non è proprio male.
Dal punto di vista di "tecnico" niente da eccepire, perfetta la fotografia, ambientazioni (la zona industriale di Ravenna) cupe e opprimenti che rispecchiano lo stato d'animo dei protagonisti, grande come sempre la regia con un uso da maestro del soft focus, straordinaria l'interpretazione di Monica Vitti.

La sceneggiatura, considerata l'attenuante se così si può definire che è un film di più di 40 anni fa, è a tratti molto macchinosa e decisamente troppo lenta, per questo mi permetto di non dare un voto più alto.

Gruppo COLLABORATORI JUNIOR Invia una mail all'autore del commento emans  @  24/03/2007 11:14:14
   7½ / 10
un film visivamente spettacolare con un utilizzo di colori molto riuscito e abbinato agli eventi e ai personaggi della storia!
in particolare il rosso,il blu e il giallo sono tra i piu' presenti ed effettivamente per riuscire a capire completamente il loro significato si dovrebbe vedere piu' volte il film...non do un voto altissimo per il semplice motivo che lo svolgimento della storia è a tratti molto lento...
rimane un ottimo film

jmarra  @  27/01/2007 23:12:09
   10 / 10
il piu bel film di michelangelo antonioni il primo a colori ed è sorprendente l'uso che ne fa e la fotografia pittorica nella cupa terra natia ferrara

FrDiBenedetto  @  28/11/2006 21:35:26
   10 / 10
Non un'opera particolarmente sofferta e disturbante sul piano dell'introspezione della protagonista malata, nè un'opera particolarmente pregnante sul piano sociologico di studio critico sugli effetti negativi dell'industrializzazione. Vera e propria mistica per gli occhi, il film ci immerge in una condizione di estatica passività contemplativa, certo disabilitante (un bambino smette di camminare al contrario di una macchina-giocattolo capace di muoversi per terra), ma di rara voluttà e ipnotica fascinazione visiva. Superbo l'inserto fiabesco dell'isola deserta, che lungi dall'immergerci in un universo utopico altro da quello contaminato dall'uomo, si colloca perfettamente sulla linea panica, attrazionale di ricezione sensoriale al richiamo misterico all'annullamento che esercitano su di noi le cose

Gruppo COLLABORATORI fidelio.78  @  17/05/2006 15:26:17
   8½ / 10
Capolavoro mimimalista. Bellissima sceneggiatura di Antonioni e Guerra che dipinge mirabilmente una donna che non sa se rinchiudersi nelle proprie fantasie o tornare a vivere.
Mirabile la regia che spesso parte da immagini sfuocate per arrivare al soggetto che resta perfettamente stampato su un fondo con pochissima profondità di campo (come daltronde è il mondo della protagonista).
La seconda parte del film è da capolavoro assoluto, meno l'inizio troppo macchinoso.
Azzeccatissima l'ambientazione e l'interpretazione di M. Vitti. Ottimo anche R. Harris. Meno bravi invece i comprimari ad iniziare da C. Chionetti, troppo manieristi e impostati.

regista  @  16/02/2006 19:48:19
   10 / 10
Crimson  @  29/11/2005 11:14:29
   9 / 10
Gran bel film di Antonioni. Al di là dell'atmosfera, spiazzante sin dall'inizio, i personaggi sono di grande fascino: in particolare la protagonista, Giuliana, e per me Corrado.
Giuliana è caratterizzata in modo molto complesso, enigmatico. Possiamo farci un'idea di cosa soffra realmente (disturbo distimico..quella che una volta veniva chiamata "nevrosi depressiva") e di cosa cerchi dalla vita (la fuga) ma ciò non basta mai nel corso del film per darci una certezza. Oltre al suo disturbo, sono gli eventi, l'ambiente e le persone che gravitano attorno a lei che rendono il quadro ancor più angosciante, irritante talvolta.
Irrita la totale assenza del marito, una persona davvero trasparente, che non si rende conto minimamente del disturbo della moglie.
Irrita l'ambiente circostante, dai colori assurdi, un contesto bizzarro e straniante più che mai.
Invece è possibile provare un pò di compassione per le altre deu figure principali, Corrado e il piccolo Valerio. Sono entrambe persone che hanno "la colpa" di non capire Giuliana (soprattutto Corrado), tuttavia la compassione nasce proprio dalla difficoltà nel farlo. Da parte di Valerio, che è un bambino, è più che giustificabile; ho avvertito il suo finto malessere come un segnale di disagio forte, anche se questo episodio e il tema relativo non è molto approfondito.
Corrado è vittima della classica "incomunicabilità" che intercorre tra di lui e Giuliana. Ha la colpa di "scappare" appena capisce che non può far nulla per capire Giuliana.
Quest'ultima è la vittima dell'intera vicenda, eroina in quanto non compresa da nessuno, "rea" di soffrire di un disturbo del quale praticamente nessuno si rende conto. Ella incarna la vittoria dell'alienazione, dell'incomunicabilità, dell'inadeguatezza (non sua, ma degli altri sia chiaro) su qualunque altra cosa.
Bravissima la Vitti, film eccezionale specie per chi vuole avvicinare meglio una realtà frequente e esacerbante come quella costituita dai disturbi dell'umore.

2 risposte al commento
Ultima risposta 09/04/2006 17.47.15
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Mpo1  @  23/10/2005 23:57:17
   10 / 10
Primo film a colori di Antonioni, 'Deserto rosso' è un'opera di transizione tra la precedente trilogia dell'incomunicabilità ('L'Avventura', 'La Notte', 'L'Eclisse') e le successive tre opere realizzate all'estero. Con i 3 film precedenti 'Deserto rosso' ha in comune la presenza di Monica Vitti ("musa" di Antonioni a quel tempo) e le tematiche dell' alienazione e dell' angoscia esistenziale, portate qui alle estreme conseguenze. Con i 3 film seguenti invece condivide l'uso del colore ed una propensione al simbolismo.
'Deserto rosso' è l'ennesimo capolavoro di Antonioni sulla solitudine e l'insoddisfazione dell'uomo, una riflessione lucida sull'orrore dell' esistenza. "C'è qualcosa di terribile nella realtà", dice la protagonista Giuliana, sopraffatta dalle sue paure. La vediamo sin dall'inizio del film vagare senza meta, con lo sguardo perso, inquieta e sofferente. Il suo malessere è sia esistenziale che sociale: la presa di coscienza del vuoto della vita e insieme l'impossibiltà di relazionarsi con una società alienante. Nessuna delle persone intorno a lei la può aiutare, nemmeno il figlio, tanto meno il marito che non riesce a capirla. Giuliana tenta varie strade per sfuggire al proprio malessere: il suicidio, una relazione extraconiugale, la fuga. Ma niente di tutto questo può servire. Rimane il sogno, la fuga dalla realtà attraverso la fantasia (l'enigmatico racconto della spiaggia), ma neppure questo è sufficiente. Si può solo imparare a convivere con la propria sofferenza. Tutto rimane uguale a prima.
Se sul piano dei contenuti il film è profondo e ancora attuale, anche sul piano formale è un capolavoro. Spesso è indicato come uno dei migliori film a colori della storia. Il colore è utilzzato in maniera anti-naturalistica: il rosso domina molte scene, ma prevalgono colori sporchi e cupi, fino al giallo che esce dalle ciminiere. Anche l'ambiente è deformato, rappresentazione estrema della società industriale ma anche specchio dell'interiorità della protagonista. Ravenna è ridotta ad un deserto industriale, pieno di fumi e nebbia, dove dominano le fabbriche ed i loro rifiuti, mentre minacciose navi si stagliano all'orizzonte. Gli interni sono vuoti e stilizzati. Da segnalare anche la colonna sonora elettronica, elemento che insieme agli altri crea una perfetta atmosfera di desolazione e alienazione.
Leone d'oro alla mostra del cinema di Venezia.

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Ultima risposta 31/01/2015 12.42.42
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