speciale stanley kubrick - epilogo: l'eredità di kubrick
al cinemain tvanteprimearchivioserie tvblogtrailerclassifichespecialiregistiattorirecensioniforumfeedmy
Skin Filmscoop in bianco Filmscoop nostalgia
HAL9000 novitÓ NEWS 
Ricerca veloce:       ricerca avanzatabeta

Epilogo: l'eredità di Kubrick

L'improvvisa morte di Stanley Kubrick gettò nel panico e nell'amarezza milioni di appassionati del suo cinema. Il successo commerciale di Eyes wide shut fu enorme principalmente a causa della presenza nel film di star internazionali come Cruise e la Kidman. La morte del regista fece da cassa amplificatrice; a volte si apprezzano i film giusti per i motivi sbagliati. Invece di concentrarsi sull'approfondimento e l'analisi del suo ultimo film, vennero compilati innumerevoli profili del suo intero lavoro, gettando l'ultima fatica di Kubrick leggermente nell'ombra. Cosa ci ha lasciato Kubrick con la sua morte? 13 film. E 13 film in trent'anni non sono molti. Ma Kubrick non è mai stato un regista in senso lato; la sua carriera è stata più simile a quella di un pittore o di uno scrittore. Scrive Ciment: «Su quanti romanzi si fonda la gloria di uno Stendhal o d'un Flaubert, d'un Kafka o d'un Joyce? Quattro o cinque al massimo, ma d'un tale livello espressivo che a nessuno verrebbe in mente di rimproverarli per la scarsità della loro produzione artistica». Ed emblematico fu anche il suo rapporto con la scrittura. Fervido e corrosivo autore di migliaia di libri, il suo unico rammarico fu probabilmente di non sentirsi in grado di partorire alcuna trama originale per i suoi film, ad eccezione di Fear and desire, comunque rinnegato. E' significativa la sua collaborazione con i romanzieri e a ben vedere sono stati i vari Southern, Thompson, Nabokov, Clarke, Burgess, King e Schnitzler a fornirgli le storie migliori. Il rispetto per la fase di scrittura fu infatti immenso, ineguagliato. In Kubrick non si potrebbe parlare neppure di vera sceneggiatura, se non intesa come work in progress, suscettibile delle minime variazioni. Il suo metodo era quello di estrapolare dal romanzo da trasporre quelle che lui chiamava le "sei unità fondamentali; quando hai quelle, hai tutto". E queste sei unità contenevano solo i dialoghi, quasi mai indicazioni di come filmare la scena. E' incredibile pensare alla magnifica architettura dei suoi film che pare essere frutto di un instancabile studio condotto a priori, per poi scoprire che la maggior parte delle volte la macchina da presa veniva piazzata dove l'istinto gli suggeriva di fare, senza alcuna premeditazione. E non era raro che filmasse una scena da più punti di vista, per poi selezionarle in quel grande processo creativo che è il montaggio. Più volte Kubrick aveva espresso la massima considerazione per quella che era l'arte del montaggio, arte appresa dallo studio dei film russi; del resto solo il montaggio rientra nella categoria dei codici filmici appartenenti solo all'arte del cinema stesso. La recitazione arriva dal teatro, la ripresa è un'evoluzione della fotografia, così come l'arte dell'illuminazione. Ma il montaggio è caratteristica unica del solo cinema. Kubrick, uno dei pochi ad aver colto l'essenza artistica di esso, non concepiva il montaggio come semplice unione delle parti, ma come vero e proprio laboratorio delle emozioni, dove più si hanno pezzi, maggiori sono le forme con cui comporre e far vivere la propria opera. E' in questo modo che si spiegano anche gli infiniti ciak richiesti; l'esubero di materiale è sempre stato di vitale importanza per il cinema di Kubrick, che poteva disporre così di tante varianti delle scene quante erano le sue idee. Vari collaboratori hanno sempre affermato che spesso il ciak scelto da Kubrick non era quello comunemente inteso come "il migliore", ma il più bizzarro. E l'espressione esagerata, la recitazione al di sopra delle righe è chiaramente un tratto distintivo del suo cinema, con particolare interesse verso l'atto dello sguardo, vera e propria firma di Kubrick. Lo sguardo di Alex, lo sguardo di Jack, lo "sguardo" di H.A.L., lo sguardo di palla di lardo; tutti gesti che urlano comprensione, timore e infine perdono. Sguardi allucinati nei quali la tragedia personale confluisce in quella universale, rendendo i personaggi kubrickiani rivelatori dell'inquietudine della natura umana, da sempre in bilico tra follia e ragione. Per vivere, suggerisce Kubrick, a volte è necessario un compromesso fra i due elementi. Ma recitazione non realistica non vuol dire certo innaturalistica e se i suoi attori erano ben lontani dalla recitazione di stampo realista, erano lontani anche dalla recitazione teatrale, che nel cinema non ha mai funzionato troppo. I suoi personaggi eccentrici rappresentavano solo un modo interessante di vedere le cose, senza per questo il non permettere l'identificazione con lo spettatore. Non è un caso che tanta attenzione sia riposta nell'architettura assolutamente geometrica, palesemente avvertibile nella maggior parte delle inquadrature; Kubrick fa muovere i propri personaggi in un universo diegetico particolarmente chiuso, serrato, che non lascia scampo. L'inquadratura opprime il personaggio fino a metterlo in gabbia e infatti, per lui non c'è scampo. Si potrebbe dire, forse un po' riduttivamente, che la sua inquadratura sia la trasposizione filmica della sua filosofia deterministica. Si prenda ad esame il momento del cinema di Kubrick più "chiuso"; quello dell'addestramento dei marines a Parris Island. Alla rigidità dell'indottrinamento corrisponde, più che in altre volte, una rigidità delle forme. Abbiamo prima sostenuto che Kubrick non si sentiva in grado di proporre una storia propria e da qui l'assidua collaborazione con romanzieri veri e propri. Ma in cosa i suoi film sono diversi dagli altri? Qual è il suo tratto distintivo? E' probabilmente il fatto di aver spostato l'elemento della scrittura dal piano della sceneggiatura al piano filmico. Kubrick concepiva le storie come un fotografo e come uno scrittore; fotografo lo era già stato e scrittore non lo sarebbe mai stato. Ma nel momento delle riprese del film, i due elementi si fondevano alla perfezione creando quelli che erano veri e propri "romanzi illustrati". Ecco, forse la differenza di Kubrick rispetto agli altri è tutta qui; non tanto una questione di tecnica, quanto di concezione del cinema stesso; cinema come arte della comprensione dell'uomo attraverso singole storie. Può sembrare banale, ma quanti sono i registi che concepiscono così i propri film? Arrivare a dieci è arduo. E quello che è il più grande "romanzo illustrato" di Kubrick, Barry Lyndon, ha avuto come sceneggiatura nient'altro che il romanzo di Thackeray. Incapace di essere un cantastorie sulla carta, Kubrick capì che avrebbe avuto successo se avesse concepito le sue opere come concettualmente letterarie. Ma per far ciò, occorreva un controllo assoluto sul proprio film. Certo, non è da tutti riuscire ad ottenere tale controllo sulla produzione dei propri film; nella storia del cinema solo Chaplin e Kubrick ebbero tanto potere. Sembra quasi impossibile ai giorni nostri che l'eredità di Kubrick possa essere raccolta; in un situazione cinematografica dominata esclusivamente da produttori e distributori, il regista pare essere l'elemento meno importante di tutti, un semplice coordinatore dei lavori al servizio della star che sta filmando. No, non sarà facile la comparsa di un altro Kubrick; come disse Tom Cruise, «Il mondo deve abituarsi all'idea che non ci sarà mai più un film di Kubrick». Va anche aggiunta la sua dedizione al lavoro, la sua impassibilità e le sue pretese ai limiti dell'umano. Ma queste non sono le caratteristiche di un tiranno, quanto più conseguenze di chi ha fatto della propria arte una ragione di vita; Michelangelo, caduto dall'impalcatura mentre dipingeva il Giudizio Universale, non volle chiamare un medico perché gli avrebbe fatto perdere tempo. Il destino dei geni è forse il medesimo; uomini capaci di infondere nelle proprie creazioni il bagliore della loro genialità, fino a farle vivere di vita propria. Ma la vita non era diversa per Kubrick da quella di tutti gli altri e la morte ha messo fine alle sue ambizioni, lasciando la storia del cinema e nello stesso tempo definendola e appartenendovi per sempre. Nessuno come Frederic Raphael ha espresso meglio il concetto; «Anche gli immortali muoiono».


Torna suSpeciale a cura di cash - aggiornato al 26/10/2004