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L'emozione del riso e del pianto

Il Monello - 1921

Un matrimonio a rotoli, l'ispirazione che sembra esserne andata, il primo figlio nato malforme e morto dopo pochi giorni: questo era lo stato depressivo in cui si trovava Chaplin nell'estate del 1919. Eppure dal dolore è riuscito a trovare l'ispirazione per uno dei film più belli di sempre.
Il monelloVedere per caso un bambino di cinque anni (Jackie Coogan) recitare a teatro con grande maestria e spontaneità deve aver riportato Chaplin ai tempi della sua infanzia; all'improvviso si rende conto della grande potenzialità di una storia che mescolasse il buffo e il fantasioso con il grande attaccamento affettivo che in genere si ha verso i bambini. Nasce così "The Kid" ("Il monello").

Durante le riprese, durate quasi un anno, Chaplin capì che questa era la sua prima vera opera di impegno artistico e dedicò molta cura nella realizzazione. Affinò molto l'uso di risorse sia tecniche che di contenuto. Questo è il film che ha il maggior numero di primi piani; vengono usati accostamenti simbolici, la recitazione è più curata e il ritmo più lento. La figura stessa del vagabondo si trasforma completamente: non è più una buffa macchietta tutta mossette e ingegno fino, adesso diventa una persona complessa con i suoi pregi e i suoi difetti, legata da affetto profondo verso un bambino.

Se si deve processare Chaplin per sentimentalismo, il capo di accusa è senz'altro questo film. Ci sono lacrime, scene strazianti di separazione, abbandoni di neonati, riconoscimenti casuali, il lieto fine, insomma tutto l'armamentario dei polpettoni lacrimosi del XIX secolo. Ci si sente però di assolverlo da tale accusa.
Dentro queste vicende un po' artificiose ci sono dei sentimenti veri, espressi con molta intensità e spontaneità con inquadrature brevi, quasi dei lampi. Tutti ci possiamo riconoscere in questi episodi. Chi non si è affezionato ad un bambino? Chi non ha sofferto per la separazione da una persona cara? Questo film è da considerarsi piuttosto una delle vette dell'arte di Chaplin. Riesce a toccare il cuore con semplicità, nel dolore e nella letizia. Ridere e piangere non sono emozioni fini a se stesse, ma parti di un'esperienza per arricchire il proprio animo. Il messaggio poi è chiaro: nell'infanzia di un bambino ciò che conta non è il benessere materiale o la dirittura "morale" di chi lo cura, ma quanto amore può ricevere.

Il programma del film è già nella prima didascalia: "A picture with a smile - and perhaps a tear" ("Un'immagine con un sorriso e forse una lacrima"). Segue infatti una scena inusuale in un film comico. Una donna triste (Edna Purviance) esce con un bambino in braccio da un tetro ospedale (crescono erbacce al posto del giardino ed è chiuso da sbarre come un carcere), seguita dagli sguardi poco amichevoli del personale. C'è subito una presa di posizione netta di condanna verso il pregiudizio (didascalia "La donna - il cui peccato è la maternità"). L'immagine di Gesù al Golgota rafforza ancora di più la critica all'opinione pubblica che giudica come scandalosa la situazione di ragazza madre. Nell'edizione de "Il Monello" del 1971 (quella che vediamo sui dvd, con la musica di Chaplin) è stata tagliata una scena in cui si disegnava addirittura un'aureola intorno alla testa di Edna. Tutto ciò rappresenta anche una riabilitazione postuma della madre di Chaplin.
Il destino poi farà in modo che il bimbo, abbandonato in una macchina ricca, vada invece a finire accanto ad un bidone di rifiuti nei peggiori bassifondi della città. Destino e opinione pubblica saranno anche i temi del film successivo di Chaplin: "La donna di Parigi".

I bassifondi sono ricostruiti in maniera veramente realistica, compresa l'umanità che vi abita. Un quadro piuttosto desolante dove non c'è altro che incuria, egoismo e maleducazione; un ambiente che condiziona il comportamento della gente. Nessuno si vuole prendere in carico un neonato abbandonato, ed anche il vagabondo all'inizio considera il bambino un peso di cui disfarsi in qualsiasi maniera, arrivando addirittura a pensare di gettarlo in un tombino. è un lampo, poi all'improvviso scatta in lui la molla del sentimento: un oggetto così bello e innocente non è un peso, merita solo affetto. In questo caso l'arte sta tutta nel disegnare un personaggio completo che ha una parte un po' cattiva, condizionata dall'ambiente, ma un animo fondamentalmente solidale e gentile. Tutto sommato è una visione speranzosa e ottimista dell'umanità.

Segue la parte più bella e delicata del film. Una vecchia soffittaccia sporca con qualche mobile cadente diventa una fornita nursery dotata di culla-amaca, biberon-bricco, fasciatoio e vasino. Coccole e moine non possono certo mancare da parte del vagabondo! Anche quando il bimbo è cresciuto vengono presentate spesso scene di normale vita quotidiana, sempre con la solita dolce ironia. La povertà, la sporcizia, la scarsità di mezzi è sempre la stessa, non manca però la lieta intimità e l'allegria. Pur in questo stato penoso, il vagabondo insegna al monello il concetto di pulizia e religione, anche se a modo suo. Queste scene, oltre a catturare la simpatia del pubblico, fanno da contraltare alla successiva pretesa del dottore e del direttore dell'orfanotrofio di trovarsi davanti a barbari senza umanità. è anche un omaggio all'infanzia passata nelle soffitte di Londra, con la dolce e affettuosa compagnia della madre, che nei suoi limiti ha fatto di tutto per far star bene il piccolo Charlie.

In un ambiente del genere non è certo "disonorevole" arrangiarsi con espedienti. Quello della coppia vagabondo-monello di spaccare i vetri e di passare per caso pronti a ripararli è fra i più semplici e allo stesso tempo ingegnosi che siano mai stati inventati da fantasia umana. Certamente non poteva mancare, in contrasto comico, l'onnipresente rappresentante dell'"ordine" pubblico (un poliziotto), lo spauracchio dei poveri. Anche in questo caso si riesce a beffarlo in qualche maniera, anche a costo di respingere senza pietà la persona più cara. Caso vuole che si vada proprio a spaccare il vetro della casa del poliziotto (il bravissimo Tom Wilson) e addirittura a circuirne la moglie!

A controbilanciare il quadro un po' troppo idilliaco di un ambiente in realtà difficile, viene inserito l'episodio del bambino prepotente che cerca di rubare i giocattoli al monello. Segue un litigio che assume i contorni comici dell'incontro di boxe, complicato dall'arrivo dell'energumeno fratello del bambino prepotente. Anche stavolta, però, il vagabondo se la cava grazie alla scaltrezza e all'astuzia: l'intelligenza vince sempre sulla forza bruta nelle prime comiche di Chaplin. Quell'idiota tutto muscoli e poco cervello si fa anche abbindolare dalle prediche religiose ("porgi l'altra guancia") di cui il vagabondo, più scaltro, ha sempre fatto volentieri a meno.

Il monelloLa storia ha una svolta quando il piccolo monello si ammala. A questo punto entra in scena un rappresentante della "gente perbene", un dottore tronfio e schizzinoso che guarda con disprezzo la soffitta e chi ci abita, a cui va tutta l'antipatia di Chaplin. Esce però con una frase che colpisce al cuore il vagabondo: "Questo bambino ha bisogno di cure e attenzioni adatte". Rimasto solo, il vagabondo rimugina su quanto detto dal dottore. La povertà non è una romanticheria ma qualcosa che pesa realmente sulla vita delle persone e ne condiziona anche la vita fisica. Smarrimento, perplessità, affetto sono espressi in un'inquadratura molto toccante, una delle più belle e intense di tutto il cinema di Chaplin.
Probabilmente si autoconvince di non essere "adatto" e sulle prime resta un po' passivo all'arrivo dell'ufficiale dell'orfanotrofio. Questa è un'altra figura molto schematica e po' artefatta. Una persona dura, fredda che neanche si rivolge direttamente al vagabondo. Un ufficiale che dovrebbe prendere in cura i bambini, li tratta invece come pacchi, facendoli sbattere su di un furgone come bestiame. Il bambino è il primo a ribellarsi e anche il vagabondo, dopo un fortunoso inseguimento fra i tetti, reagisce e riesce a riprenderselo. I personaggi e gli eventi di questa scena sono fra i più convenzionali, ma tutto passa in secondo piano rispetto allo splendido modo che hanno Chaplin e Coogan nell'esprimere i loro sentimenti nel separarsi e riabbracciarsi. Scena bella e commovente anche dopo più di ottant'anni.

Dopo l'episodio del dormitorio, la progressione drammatica del film viene interrotta dalla scena del sogno fatto dal vagabondo. Si immagina il proprio ambiente trasformato in paradiso con la gente più buona, eppure anche lì entra il male e riesce a rovinare tutto. Effettivamente questa scena stona un po' con il resto della storia e molti critici ne hanno messo in evidenza l'inutilità; si tratta del solito sogno che Chaplin amava inserire nelle comiche di quel periodo, dove si rappresentava il mondo a cui il vagabondo aspirava e che non si sarebbe mai realizzato.

Chaplin non è mai stato un regista che abbia rifiutato a priori le convenzioni, ma come suo solito ha cercato sempre il compromesso fra ciò che il pubblico si aspetta e la realtà dell'esistenza umana. Il lieto fine era quasi un obbligo all'epoca; Chaplin si adegua ma lo fa senza usare la rappresentazione palese del "e vissero tutti felici e contenti". Si fa vedere che potrebbero vivere tutti felici e contenti, ma non se ne dà la certezza assoluta. Il monello, il vagabondo, la madre pentita si ritrovano alla fine tutti insieme; entrano in una bella casa ma la porta viene chiusa in faccia al pubblico. La storia è finita. Ciò che premeva rappresentare era l'essenza del rapporto affettivo, che va al di là della ricchezza materiale. Una volta risolta l'emergenza non è certo scontato che siano più felici di prima.
Si tratta insomma del tipico lieto fine a metà dei film di Chaplin, con l'illusione e la speranza, mai la certezza. Si lascia così libero lo spettatore di immaginarsi come la storia potrebbe proseguire.


Torna suSpeciale a cura di amterme63 - aggiornato al 03/04/2009