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Gli ultimi fuochi

Un re a New York - 1957

Mentre si recava in Europa a presenziare alla prima di "Luci della Ribalta" nel 1952, Chaplin ricevette la notizia che il suo permesso di rientro negli U.S.A. era stato revocato dal Procuratore Generale Federale. Lo si sospettava di attività "antiamericane" per la sua frequentazione e il suo appoggio a organizzazioni che gravitavano a sinistra. Inoltre il procuratore lo aveva dipinto come "persona disgustosa" e annunciava future rivelazioni sulla sua "immoralità".
Nella realtà Chaplin aveva solo dato il suo appoggio fra il 1942 e il 1943 alla lotta che stava facendo l'Unione Sovietica contro Hitler. Dopo tutto i russi erano persone come le altre e si stavano sacrificando per fronteggiare il nazismo. Anticonformista com'era non guardava alle idee politiche delle persone con cui discuteva o lavorava. Di attività politica militante non ne aveva mai fatta e da tipico individualista professava idee eterodosse non inquadrabili in nessuna ideologia definita. Lo si può definire un "borghese anarchico", fondamentalmente conservatore nella struttura sociale e politica ma profondamente rivoluzionario nei modi in cui questa struttura si doveva esprimere. Era un pacifista contrario a ogni tipo di oppressione sul singolo individuo e a ogni concentrazione di potere politico o economico in poche mani.

Non poteva che finire così, visto l'infuriare negli U.S.A. di uno di quei periodi di isteria e paranoia collettiva che offuscano da sempre la storia democratica di quel paese. Era bastato che l'U.R.S.S. facesse brillare la prima bomba atomica e scatenasse la guerra di Corea, per permettere ai settori politici conservatori e reazionari americani di scatenare una campagna ossessiva di indagine e persecuzione. Avevano colto l'occasione dell'emozione generale per regolare i conti con tutti gli intellettuali che potessero dar noia al proprio potere. Chaplin era uno di questi, visto che fin da "Tempi Moderni" era stato schedato come "pericoloso" dalle alte sfere politiche e economiche.

Un re a New YorkFu questa vicenda il punto di partenza per la sceneggiatura a cui lavorò fra il 1954 e il 1955. Come al solito però Chaplin ebbe l'abilità di trasformare un semplice spunto o stato d'animo in un'opera universale che descrive un'intera società. La parte più politica di "A King in New York" ("Un re a New York) occupa appena il quarto finale del film, il resto è uno sguardo dissacrante sulla società dell'edonismo e del consumo sfrenato. La sua è una denuncia dell'invasione pubblicitaria (e quindi del profitto economico) in tutti i settori del vivere pubblico quotidiano. Giornali, cinema, musica, televisione non mirano a educare o a divertire con gusto e arte il pubblico, ma cercano in tutti i modi di lusingare o stuzzicare i peggiori difetti o tendenze della massa per poter veicolare messaggi commerciali ma anche subdolamente politici. I presupposti da cui partiva Chaplin erano quelli dell'anziano che si trova spaesato e che non vede di buon occhio tutte queste novità di cui i giovani sono entusiasti. Per farlo capire usa il trucco dell'assurdo e dell'esagerazione (per l'epoca). Allora si poteva tranquillamente accusare Chaplin di essere un vecchio matusa sorpassato, ma riguardando questo film dopo cinquant'anni si rimane allibiti dall'acume e dalla genialità nel prevedere le degenerazioni di un sistema, a cui noi oggi siamo completamente assuefatti.

Dal punto di vista tecnico risente molto della nuova situazione da "esiliato" in cui si trovava Chaplin. Non aveva a disposizione il proprio studio e i propri operatori e i soldi erano contati. Dovette girare in fretta, risparmiando sulle scenografie, senza badare troppo a sottigliezze espressive. La fotografia è decisamente scadente e nel complesso si tratta di un lavoro tecnicamente datato. Alla povertà formale supplisce la grande verve interpretativa di Chaplin, ancora in forma nonostante i 68 anni, e l'efficacia e incisività della satira. Anche questo film è strutturato in successione di gag a ritmo sostenuto, ognuna che crea l'atmosfera per l'altra. Oltre all'uso dell'ironia che colpisce tutti i personaggi, in questo film Chaplin riprende il vecchio stile slapstick e in diverse scene ci sono autocitazioni da suoi vecchi cortometraggi.

La prima avvenne a Londra il 12 settembre 1957. Le accoglienze furono contrastanti. Apprezzando l'interpretazione di Chaplin, si faceva capire fra le righe che il suo modo di fare film era ormai tecnicamente sorpassato. Anche il messaggio del film veniva interpretato come una vendetta personale del regista nei confronti degli Stati Uniti, derogando dalla sua abitudine di trattare temi universali. Rivisto oggi appare attualissimo, visto che di cacce alle streghe se ne continuano a fare e che il sistema dell'imbonimento collettivo è nel suo pieno fulgore.

Il film parla di un re (Shahdov) spodestato perché non ha voluto impiegare l'energia nucleare a fini bellici. Ora cerca rifugio e fortuna negli U.S.A. con l'intento di vendere i suoi piani di uso pacifico del nucleare. Diventa invece oggetto di attenzione da parte dell'invadente mercato pubblicitario e dell'intrattenimento futile (nella persona di Ann Kay), sempre alla ricerca di nuovi personaggi da dare in pasto alla curiosità e al pettegolezzo generale. Il re, a corto di mezzi finanziari, non può far altro che cedere a questo mondo che in cuor suo disprezza. Gli capita poi di fare la conoscenza di un ragazzino un po' esagitato ma molto intelligente (Rupert), che predica teorie molto critiche verso la società americana. Suo malgrado si trova coinvolto nella persecuzione di chi professa idee troppo libere o radicali e assiste alla violenza psicologica e all'umiliazione inferte dagli adulti nei confronti di Rupert. Deluso dagli Stati Uniti fa ritorno in Europa.

Le prime scene sono dominate dal contrasto fra le aspettative di Shahdov e la realtà americana. Arrivato all'aeroporto dichiara di essere commosso dall'ospitalità e dalla fiducia degli americani verso i rifugiati, proprio mentre gli vengono prese le impronte digitali. Subito vuole tuffarsi nella vita di New York, respirare l'aria libera, immergersi nella vitalità, nel talento, nella gioventù. Si trova invece in una città caotica, inquinata, opprimente. Al cinema si balla al ritmo trascinante del rock'n roll e il re si trova travolto da una massa di ragazzine rimbecillite e scalmanate. I trailer proiettati (molto ironici) sono tutti di cattivo gusto, sensazionalistici, con effetti speciali fini a se stessi. Anche al cinema si vuole solo sorprendere o annichilire lo spettatore, magari assecondarlo nei suoi vizi repressi. Stordire, assordare, rimbecillire: sembra questo lo scopo dell'intrattenimento americano per il vecchio re Shahdov.

Ci pensa però l'ironia a smontare i bei principi di questo personaggio. Ha appena dichiarato che non è interessato alla televisione con le sue chiacchiere e la sua morbosa curiosità, che non può resistere al richiamo di una bella voce femminile nel bagno accanto al suo. Si mette così a sbirciare dal buco della serratura, rivelando quanto è facile fare breccia nella debole natura umana. Cade così nella trappola della bella e maliziosa Ann Kay, una che utilizza il fascino e la bellezza solo per fare soldi. La pubblicità si è accaparrata il bisogno di svago e illusione dell'umanità alienata. Emblematica è la scena in cui il re disteso nella vasca da bagno è ammaliato da una bionda suadente dietro uno schermo con tergicristallo (un movimento rilassante) che convince a non fare a meno di una birra. Ricorda la scena di "Tempi moderni" in cui il vagabondo era controllato anche in bagno. Adesso non c'è il bastone ma la carota; lo scopo è comunque lo stesso: obbligare il singolo a comportarsi come vogliono i potenti. L'illusione televisiva si appropria della realtà, si impone alla realtà, facendo diventare naturale propagandare un prodotto commerciale anche in mezzo ai discorsi più futili. Chaplin riesce ad anticipare i reality show e quel gran film che è "The Truman Show" di Weir.

Un re a New YorkDove girano i soldi, gira la società. Per sopravvivere Shahdov si deve piegare alle leggi del sistema dell'illusione dove conta solo l'apparenza ed essere sempre al centro dell'attenzione. Diventa così una star della pubblicità. Per questo è convinto ad apparire più bello grazie alla plastica facciale (uso oggi diffuso anche in politica). Il risultato è però comicamente disastroso. Per fortuna c'è la risata che riesce a forzare le apparenze. In una scena simbolica, re Shahdov non riesce a non ridere a una gag di tappezzeria (citazione del cortometraggio "Work") facendogli saltare la "bellezza" artificiale imposta dall'operazione. Il ridicolo è l'unica arma per sconfiggere il mondo dell'apparenza.

Altro bersaglio della critica di Chaplin alla "modernità" è l'educazione dei giovani. Shahdov va in visita ad una "progressive school" (scusa per il preside per farsi pubblicità) dove assiste ai risultati dei nuovi metodi educativi che lasciano crescere il bambino spontaneamente, libero di coltivare le proprie inclinazioni, giudicate tutte positive ("in ogni personalità c'è il genio", dice il preside). Il risultato è una massa di mocciosi maleducati e aggressivi. Viziare non è educare sembra dirci Chaplin; il bambino va guidato e corretto nel suo sviluppo, non può dar libero corso ai propri istinti. Ogni società ha le sue regole e il bambino deve perlomeno conoscerle. La scena della scuola è anche la scusa per Chaplin di rispolverare un po' di gag stile slapstick, come quella dei pallini soffiati in testa (il finale di "Luci della città"), oppure la minestra gettata in testa o un cappello trasformato in dolce (come nel "Pellegrino").

La visita alla scuola è pure l'occasione per introdurre Rupert, il prototipo del futuro contestatore sessantottino (altra geniale anticipazione di Chaplin): un intellettuale in miniatura, pieno di frasi fatte, declamate in modo veemente; un saccente fazioso che pretende di avere ragione e che non fa parlare gli altri. Eppure in bocca a Rupert ci sono idee che Chaplin avrebbe certamente sottoscritto, come la denuncia dell'ignoranza collettiva che giudica ogni lettore di Marx come comunista. Rupert ce l'ha soprattutto con l'eccesso di potere da parte delle istituzioni politiche ed economiche che limitano la libertà del singolo (puoi viaggiare senza passaporto? Puoi sfidare il trust delle automobili e dei supermercati?). Il personaggio di Rupert serve a inserire i discorsi seri nel contesto comico del film; del resto non può che ispirare simpatia. Ironia della sorte, Rupert è interpretato dal figlio di Chaplin, Michael, il quale diventerà davvero un ribelle capellone beatnik e darà del filo da torcere all'anziano padre.

Shahdov prende in simpatia e ospita presso di sé il ragazzo ("odioso, insolente ma geniale") per poi scoprire che i suoi genitori sono coinvolti nei processi per attività antiamericane. è la stessa dispensatrice di illusioni e false verità, la televisione, che introduce questo nuovo "spettacolo" del processo al sovversivo ed è chiaro chi reciterà il "buono" e chi il "cattivo". Lo spettacolo apre la strada all'indottrinamento politico, come alcuni (fra cui Chaplin) hanno ben capito. Rupert assiste così in diretta alla condanna dei suoi genitori e si trova appiccicata sopra l'etichetta di "pericolo" per la società. Non riesce nemmeno a stare zitto di fronte alla commissione nucleare venuta a trovare Shahdov e spiattella loro in faccia l'uso del controllo, della delazione e del boicottaggio.

In questo stato di cose è sufficiente avere dato ospitalità ad un "comunista" per essere sospettato. La paura e la fobia si impadroniscono anche di Shahdov come viene mostrato in alcune scene esilaranti. Si arriva così all'assurdo di un re accusato di comunismo. Le sequenze della deposizione del re davanti alla commissione per le attività antiamericane è la parte più spassosa del film. Guarda caso Shahdov ha un dito incastrato in un tubo, il quale all'improvviso si mette a buttare acqua propria sulla severa e impettita commissione. Ecco che ancora una volta il ridicolo riesce a smitizzare le istituzioni. Shahdov comunque riesce a venirne fuori, con i giornali che ricamano su queste vicende che coinvolgono personaggi famosi, lasciando magari in secondo piano notizie più gravi sul piano internazionale.

Chi non riesce a venirne fuori è proprio il povero Rupert. La commissione non si ferma neanche di fronte ai bambini. Nonostante che Rupert avesse dichiarato baldanzosamente che non avrebbe mai ceduto alle pressioni, finisce per fare i nomi che i suoi genitori non avevano voluto fare. La scena dell'ultimo incontro fra Shahdov e Rupert (sotto la tutela degli agenti) è la più forte del film. Il contrasto è stridente fra la calma, la gentilezza, la sicurezza degli agenti e la violenza che hanno fatto alla dignità, alla coscienza, alla libertà e al senso etico di una persona. Rupert è umiliato e distrutto. Shahdov non può far altro che compatirlo e rincuorarlo; forse un giorno potrà rifarsi una vita all'estero, questa è l'unica triste speranza.

La vera faccia dell'America è però quella di Ann Kay: iperattiva, ottimista, edonista, superficiale, materialista. Non si preoccupa più di tanto per lo stato politico di isteria: "passerà presto". Chaplin non si perita però di dare l'ultimo schiaffo morale anche a questa faccia d'America. Ann Kay alla partenza del re è tutta zuccherosa perché ha ricevuto in regalo da lui una pelliccia di visone. Si capisce fra le righe che ha ceduto alle avance sessuali di Shahdov. Ecco qua un mondo che non conosce sentimenti amorosi, solo scambi commerciali e sfoggio di oggetti. In effetti questo film sembra proprio l'antitesi di "Luci della ribalta": senza sentimento, senza amore, senza solidarietà. Sembra rappresentare la vittoria incontrastata della materialistica società dei consumi su qualunque idealità collettiva. Il finale in effetti, fra i meno drammatici dei film di Chaplin, sembra solo sancire uno stato di cose senza indicare qualche speranza nel futuro.


Torna suSpeciale a cura di amterme63 - aggiornato al 03/04/2009