Recensione il maestro (2025) regia di Andrea Di Stefano Italia 2025
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Recensione il maestro (2025)

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locandina del film IL MAESTRO (2025)

Immagine tratta dal film IL MAESTRO (2025)

Immagine tratta dal film IL MAESTRO (2025)

Immagine tratta dal film IL MAESTRO (2025)

Immagine tratta dal film IL MAESTRO (2025)
 

In Italia negli anni 80 il tennis era in fase piuttosto calante, dopo i fasti del decennio precedente, quando questo sport poteva contare su grandi giocatori come Panatta, Barazzutti e ci si può mettere anche Bertolucci, che con Panatta stesso formava una delle coppie migliori nel doppio, soprattutto in ambito Coppa Davis. Tuttavia, come detto, il tennis italiano stava passando una fase di ristagno generazionale e forte della fioritura di campioni stranieri, letteralmente buttati nelle fauci del circuito professionista, l'età media di questo sport si era sensibilmente abbassata. Giovani campioni, ancora minorenni, erano professionisti affermati e l'Italia, sia pure in ritardo, cercava di colmare questo divario.
Era un epoca anche di evoluzione del tennis stesso che, a parere di chi scrive, si era impoverito dal punto di vista spettacolare e specialmente nei campi di terra battuta imperversava la generazione dei "pallettari" con lunghi ed estenuanti scambi a fondo campo in lunga e perenne attesa dell'errore dell'avversario. Non erano partite piacevoli da vedere.
Ed in questo contesto che si inserisce la storia di Il Maestro, quarto lungometraggio di Andrea Di Stefano, che si è fatto le ossa più all'estero che nel nostro paese, con film come Escobar e The Informer, prima di tornare nei lidi italiani con l'ottimo L'ultima notte di Amore, noir metropolitano con protagonista Pierfrancesco Favino, qui alla sua seconda collaborazione con Di Stefano.

"Negli anni '80, un ex tennista deluso dalla sua carriera mediocre diventa allenatore di un giovane talento timido, schiacciato dalle aspettative del padre. Affrontano paure e insicurezze, scoprendo che non serve nascondersi."

Il Maestro non è ambientato in circuiti prestigiosi dell'Atp, ma in campi di periferia in cui sta emergendo il giovane talento Felice, ragazzo di 13 anni. Felice è allenato dal padre che crede fortemente nel suo talento, ma dovendo affrontare i circuiti nazionali per ottenere punteggio, si vede giocoforza costretto ad affidare il ragazzo ad un allenatore professionista in grado di accompagnarlo con costanza lungo i campi dello stivale, non riuscendo più a conciliare gli allenamenti del figlio con le proprie esigenze lavorative. Nella visione e nelle forti aspettative del padre, Felice deve solo affinare quel talento già fatto e compiuto. Deve aiutarlo non tanto dal punto di vista tecnico, quanto nell'acquisire quella mentalità giusta per diventare veramente campione.
La scelta dell'allenatore, ovvero del maestro di tennis, ricade su Raul Gatti, ex promessa del tennis italiano che come miglior risultato fu il raggiungimento degli ottavi di finale negli Internazionali di Roma. All'epoca, in tempi di vacche molto magre per il tennis italiano, raggiungere semplicemente un ottavo di finale in un torneo comunque prestigioso come quello di Roma, era comunque un risultato lusinghiero.
Ex promessa che non ha mantenuto le grandi speranze che erano in lui, vittima non solo del proprio talento inespresso, ma soprattutto per la vita sregolata aldifuori dei campi di tennis, finendo per essere un fenomeno di gossip che un tennista vero. Un potenziale campione incompiuto in profonda crisi esistenziale, uscito dall'ospedale dopo un crollo nervoso che per sbarcare il lunario si offre come maestro di tennis per giovani tennisti in erba.

Il giovane Felice si trova nella situazione di passare dall'inquadramento metodico e soffocante operato dal padre, che gli lascia un quaderno di appunti con schemi e tattiche di gioco, alla completa anarchia di Raul che utilizza il ragazzo solo per avere uno stipendio e che non manca di esercitare il suo fascino da latin lover in ogni occasione, figlio di un passato recente più o meno glorioso. Entrambi, a loro modo, sono due individui immaturi: un ragazzo tredicenne che non ha ancora sviluppato rapporti sociali ad esclusione di quelli familiari, specialmente nei confronti del padre ed una persona adulta che adulta non lo è mai stata, pieno di insicurezze, vittima di fallimenti ed imbottito di psicofarmaci. Manifesta nei confronti degli altri un falso senso di sicurezza e presunzione, esercitandosi ogni giorno, al mattino, a sorridere di fronte allo specchio. Un sorriso stampato, tanto forzato che raggiunge livelli di grottesco nella sua inopportunità.

La scelta di Di Stefano rimanda ai classici della nostra commedia, quella dal retrogusto amaro di Risi, attraverso una formula altrettanto classica del road movie. Due personaggi in cerca di una personalità da sviluppare e recuperare, come in ogni film che adesso verrebbe definito coming of age. Di Stefano pur non operando scelte particolarmente originali, riesce a miscelare bene questi elementi mantenendo una buona solidità di base e lasciando sviluppare la storia attraverso le vicissitudini di questi due personaggi ben assemblati fra loro. Favino come attore è una certezza per il nostro cinema. Il suo Raul Gatti è un uomo che vive dei rimasugli del proprio passato, elegante nei modi ma che non può nascondere in eterno la sua fragilità e la sua dimensione tragica. L'incontro con un ex collega di gioco, anch'esso maestro di tennis, mostra la dimensione fallimentare di Raul Gatti. Non aveva il talento di Raul Gatti, tuttavia ha saputo costruire per sé un futuro solido non solo per sé stesso ma anche le basi per far fiorire il talento dei suoi allievi. Il suo è un sorriso vero e soddisfatto. Il sorriso forzato di Raul nasconde la sua dimensione tragica.
Il viaggio di Raul è quello di acquisire la consapevolezza dei suoi fallimenti. Le sue fiamme del passato, la sua ex fidanzata che le ha dato una figlia che non conosce il padre, fino a quel campetto di periferia dove tutto è iniziato. Lasciar cadere la maschera e mostrare le proprie ferite, abbattendo quel muro di falsa sicurezza che si era costruito.
Parallelamente a Raul, anche Felice riuscirà ad assaporare il gusto del rischio, uscire dalla confort zone paterna in cui era ingabbiato e magari conoscere anche l'amaro sapore della sconfitta, perché la vita è fatta anche di sconfitte. Nel campo da tennis le linee che delimitano il campo sono solo un riferimento tra tanti, non l'unico riferimento e spostarle mentalmente ed attaccare ogni tanto è una tattica che può essere utilizzata.
Nel personaggio di Felice il regista lascia intravedere qualche spunto autobiografico fin dalla didascalia che come in tantissimi film "ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale" con l'aggiunta "... capito papà?". Il personaggio del padre non deve essere visto in un'ottica negativa. Il suo agire non è motivato da tornaconto personale, ma crede fermamente nel talento del figlio in buona fede e cerca in ogni modo di farlo diventare un campione. Agendo in questa maniera non si rende conto che il suo ruolo può essere castrante e reprimente nei confronti del figlio.
La diversità tra Felice e Raul si nota quando si confidano i rispettivi tennisti preferiti: se Felice ha come modello la solidità ma anche la meccanicità di un Ivan Lendl, Raul oppone il campione argentino Guillermo Vilas, anche lui arrivato al n. 1 del ranking e diversamente da Lendl, si dava alla bella vita anche prima di una partita importante.
Il viaggio tra questi due personaggi, in fondo dei perdenti, è quello di partire due caratteri opposti che si avvicinano. C'è l'obiettivo del raggiungimento della vittoria, ma anche la consapevolezza della sconfitta, che ovviamente non significa essere sempre dei perdenti, ma aiuta a migliorare e capire il perché di una sconfitta.
Di Stefano si dimostra un regista poliedrico, che conosce i generi e li sa miscelare bene. Il Maestro è un film brillante nei dialoghi e dotato di buon ritmo. Nella sua struttura molto semplice lascia maturare i suoi personaggi, grazie all'ottima alchimia tra Favino ed il giovane Menichelli, fino a farli diventare dei caratteri compiuti ed affatto superficiali.
Poliedricità mostrata anche nel passare dai caratteri cupi del noir metropolitano di L'ultima notte d'Amore alla cifra più solare e brillante di questo ultimo film.

"Stiamo giocando un doppio, io e te"

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Recensione a cura di The Gaunt - aggiornata al 17/11/2025 17.12.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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