Recensione father regia di Tereza Nvotová Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia 2025
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Recensione father (2025Film Novità

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locandina del film FATHER

Immagine tratta dal film FATHER

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Tereza Nvotová è una giovane regista slovacca che si è fatta conoscere nel mondo del cinema. L'ottimo esordio con Filthy che affronta in maniera non banale il tema dello stupro, vien poi confermata con Nightsiren, vincitore del Pardo d'oro al festival di Locarno nel 2022. I suoi due precedenti lungometraggi hanno avuto al centro questioni osservate da un punto di vista femminile, con protagoniste femminili. In Otec (padre, in slovacco) si concentra sul mondo maschile.

Un singolo errore tragico sconvolge la vita di un padre devoto, mettendo a dura prova il suo matrimonio e la sua voglia di vivere. Di fronte a una lunga condanna, inizia a comprendere che il suo fallimento potrebbe affondare le radici nella struttura stessa della mente umana.

Presentato all'82° Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, racconta la storia di una normale famiglia alle prese con la solita quotidianità. Il padre esce per fare una corsa mentre la moglie e la figlia due anni si alzano dal letto per prepararsi ad andare al lavoro la prima e portata all'asilo nido la seconda. Un lungo piano sequenza scandisce i ritmi di questo quadro familiare mattiniero con ritmo incalzante che descrive tutto sommato una situazione normale, per non dire serena, malgrado la fretta di dover affrontare la giornata. Qualche pensiero in più per il padre, Michal, direttore di un quotidiano locale in difficoltà economica, che deve trovare nuovi finanziatori e rivedere la struttura stessa del suo giornale per evitare l'accentuarsi di tali difficoltà. Malgrado tali problemi stressanti, la giornata scorre normalmente come le altre. Saluta la moglie che va al suo lavoro e fa montare bambina assicurandola al seggiolino per portarla all'asilo, vicinissimo alla sua sede di lavoro. Si ferma davanti all'asilo e fa scendere la bambina che va incontro alla maestra, parcheggia subito dopo l'auto e si reca al lavoro come sempre, incontrando colleghi, dipendenti ed un nuovo manager che deve ristrutturare il giornale cercando di non tagliare teste.

Stressante come detto, ma in fondo può far parte del quotidiano lavorativo fino a quando nel primo pomeriggio, una telefonata della moglie gli domanda se la figlia sia con lui al lavoro, perché all'asilo non l'hanno vista. Sconcertato dalla domanda, dapprima incredulo per la richiesta, il dubbio pervade la mente di Michal e corre verso l'auto per scoprire tragicamente che la bambina è ancora al seggiolino, l'afa soffocante ha creato una prigione mortale uccidendo la piccola per disidratazione. Il mondo di Michal crolla.

A questo punto ci si deve soffermare sulla cosiddetta Sindrome del Bambino Dimenticato fenomeno scientifico ancora oggetto di studi che da definizione da Google così viene determinato:
"La sindrome del bambino dimenticato, conosciuta anche come Forgotten Baby Syndrome (FBS), è un fenomeno in cui un genitore o caregiver dimentica un bambino piccolo all'interno di un'auto, spesso con esiti fatali dovuti al surriscaldamento o ad altre cause. Questo non è un disturbo mentale, ma un evento tragico spesso scatenato da amnesia dissociativa, una forma temporanea di perdita di memoria legata a stress, stanchezza e routine, che porta il cervello a cancellare azioni ripetitive."

Questo concetto sembra applicarsi a ciò che abbiamo visto fino alla scoperta del cadavere della bambina. Tutto ciò che la regista ci ha mostrato ha come provenienza la percezione del suo stesso protagonista convinto di aver compiuto determinate azioni, ma di non averle effettivamente fatte. Il cinema quindi ci mostra la sua doppia natura. Da una parte c'è l'inganno di ciò che stiamo vedendo, una visione distorta oppure "corretta" della realtà creata dalla mente di Michal che si ripercuote nella sua stessa memoria, creando falsi ricordi di avvenimenti mai successi. Dall'altra parte il cinema si mostra come una macchina che svela la realtà mettendo da parte l'inganno di mente e memoria personale. E le conseguenze per il padre sono devastanti.

Otec presenta alcuni elementi in comune con l'esordio di Filthy, aldilà della presenza di Dominika Moravkova, protagonista dello stesso Filthy ed in questo film impegnata nel ruolo di Zuzka, la moglie di Michal. In entrambi i film la Nvotová conduce la narrazione nei suoi fatti essenziali, senza molti fronzoli, per inquadrare il contesto. Ciò che più interessa è il lato emotivo di un evento tragico che sovverte completamente il quotidiano ed il vissuto del personaggio principale che ne viene trasformato in maniera profonda.
Come in Filthy è la prestazione eccellente di Milan Ondrik a valorizzare ulteriormente il film. Attraversiamo un vasto spettro di emozioni al quale l'attore offre il proprio corpo e la propria mente in un tour emotivo molto impegnativo di sensazioni ed emozioni di un padre che, sia pure per errore ed in maniera involontaria, ha ucciso la propria figlia. Ben coadiuvato dalla regia della Nvotová che nella parte iniziale predilige inquadrature da dietro le spalle o al massimo laterali nei confronti del personaggio, sicuramente per sottolineare il dinamismo stesso di Michal, cui malgrado le difficoltà del suo lavoro, è un individuo che guarda avanti e sempre in movimento. Dopo l'evento le inquadrature sono più frontali con la presenza di primi e primissimi piani. Il personaggio dopo la morta della figlia è letteralmente bloccato, incapace di esprimere il dinamismo precedente ed impossibilitato soprattutto da sé stesso a trovare una via di fuga percorribile.

Il film affronta anche la questione del caso in questione a livello mediatico, con Michal messo letteralmente sulla gogna mediatica, giudicato un irresponsabile ed un superficiale non solo da coloro che non avrebbero assolutamente motivi per giudicare (classici leoni della tastiera o giustizialisti della domenica), ma soprattutto da persone che sono vicine alla sua cerchia, con il loro atteggiamento ipocrita che manifesta vicinanza ed amicizia ma alle spalle pensa esattamente il contrario. E' il caso di una sua stretta collaboratrice sempre vicina al protagonista, che durante il compleanno di Michal esprime di nascosto un giudizio sprezzante nei suoi confronti, udito dallo stesso Michal senza essere visto.
Dopotutto lo stesso Michal durante il processo non prova nemmeno a difendersi. Davanti alla giustizia si mostra già colpevole, senza alcun bisogno di una sentenza che lo certifichi. Ammette la sua colpa e non cerca il perdono perché ciò che ha compiuto gli appare imperdonabile. La sua attuale moglie e madre della bambina, malgrado la sempre più difficile convivenza sotto lo stesso tetto, lo ha perdonato. Anche la ex moglie, pur descrivendo le dinamiche di un rapporto che nel passato si è deteriorato fino alla separazione, non lo considera assolutamente una pessima persona.
Le invettive dell'accusa in sede processuale non lo scalfiscono minimamente dalle sue convinzioni: la colpa di cui si è macchiato è imperdonabile. Non importa se verrà perdonato o condannato. Lui si è già condannato perché per tale colpa non esiste il perdono.

Una volta libero e riavvicinatosi alla moglie, concepiscono un figlio. Mentre sta facendo jogging ha un malore e muore durante il suo percorso con una strana espressione sul viso. L'inquadratura spicca il volo verso l'alto riducendo il corpo del protagonista ad un puntino pressoché invisibile. Un finale che può essere letto con varie chiavi d'interpretazione, ma denota la tonalità di un film secco nella narrazione, intenso a livello emotivo, che non giudica ma non è nemmeno consolatorio.

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Recensione a cura di The Gaunt - aggiornata al 26/04/2026 11.23.00

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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