crime and punishment regia di Aki Kaurismaki Finlandia 1983
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crime and punishment (1983)

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locandina del film CRIME AND PUNISHMENT

Titolo Originale: RIKOS JA RANGAISTUS

RegiaAki Kaurismaki

InterpretiAino Seppo, Hanno Lauri, Markku Toikka, Kari Sorvali, Harri Marstio, Tiina Pirhonen

Durata: h 1.33
NazionalitàFinlandia 1983
Generedrammatico
Al cinema nell'Agosto 1983

•  Altri film di Aki Kaurismaki

Trama del film Crime and punishment

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Voto Visitatori:   7,50 / 10 (8 voti)7,50Grafico
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Voti e commenti su Crime and punishment, 8 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

Gruppo REDAZIONE amterme63  @  17/06/2012 23:07:08
   8 / 10
E' il primo film di Aki Kaurismaki che vedo e devo dire che mi è piaciuto molto.
La cosa che mi ha più colpito è il grande senso artistico che riescono ad esprimere le immagini. Basta semplicemente vedere la scena iniziale del macello. Con poche crude immagini si esprime già tutto lo spirito del film: l'indifferenza, il distacco, l'insensibilità, l'abitudine al sangue e a tutto quello che simbolicamente è connesso.
Il capolavoro di Dostojevskij è perciò sapientemente rielaborato e riportato allo spirito della società attuale. Il tema è universale, cioè il valore dell'etica, della coscienza interiore, che ruolo devono giocare nell'esistenza di una persona e in che rapporto si devono porre con la legge scritta. Il tema è scottante e di grandissima attualità, visto che essendo oggi tramontata qualunque tutela ideale di tipo divino (ancora molto diffusa al tempo di Dostojevskij), siamo noi con la nostra autonoma coscienza e decisione che scegliamo e ci atteniamo a determinati comportamenti.
Kaurismaki adotta però la forma artistica dell'estraniamento, cerca di non fare identificare lo spettatore con Antti, il protagonista, ci tiene distaccati da lui e in qualche maniera ci preclude quasi la possibilità di capirlo e forse di giudicarlo. La mdp infatti segue quasi sempre dall'alto, oppure in campo lungo, gli spostamenti di Antti, mette in risalto l'alienazione e il senso di estraneità con il mondo. A questo guardare da lontano, da piccolo oggetto insignificante sperduto, fa da contraltare degli improvvisi primi piani, per lo più su di una faccia sempre un po' estraniata, chiusa, come se non volesse far venire a galla quello che gli rode dentro.
Il problema di questo metodo è che non riusciamo a capire fino in fondo le sue scelte, c'è una profonda cesura fra quello che fa e quello che dice. A voce professa profondo nichilismo, radicale solitudine, grande pessimismo e rassegnazione al fato; nei suoi atti invece si scorge rabbia, vendetta, ribellione, reazione e il richiamo di qualcosa di eticamente giusto, di valori di rispetto umano e fiducia negli altri. Il risultato di questo conflitto è profonda incertezza, insicurezza. Antti è una persona senza bussola, che non crede a niente, soprattutto non crede a se stesso.
La figura che dovrebbe fargli da contraltare, cioè Eeva, soffre invece anche lei degli stessi difetti di Antti. Anche lei è come estranea a tutto quello che fa e a tutto quello che le succede. Non è ben chiaro cosa voglia, quali siano esattamente i principi etici a cui si vorrebbe attenere. Il suo atteggiamento verso Antti è contraddittorio: lo ama? lo odia? è sincera con lui?
Impossibilità di capire e penetrare l'animo umano, la mdp di Aki Kaurismaki non riesce a penetrare la barriera che ci divide dalla verità interiore e rimane al di qua, nonostante tanti suggestivi campo/controcampo. Questo film certifica l'impotenza e la "sconfitta" dell'arte, che si limita a documentare lo smarrimento etico del nostro mondo.
Ma il sentimento più forte che viene fuori dalle vicende di questo film è la profondissima solitudine che attanaglia tutti, ma proprio tutti i personaggi (compreso l'ispettore) e la maniera rassegnata e indifferente con cui si vive questo stato. Questo è l'aspetto "nordico" del film e la profonda differenza con il testo di Dostojevskij. Raskolnikov infatti viveva le sue vicende con molto pathos, si ammalava, si rodeva di continuo, era molto vivo nonostante tutto. Antti invece è come morto, o almeno agisce senza "sentire" intensamente, senza capire o farci capire.
Mi domando cosa sarebbe stato questo film nelle mani di Bergman. Certamente lui lo avrebbe reso molto più teatrale, avrebbe fatto parlare di più i personaggi, avrebbe messo a nudo la loro interiorità, li avrebbe fatti "specchiare". Sarebbe stato un film meno "visto" ma più partecipato. Anche Kurosawa avrebbe rispettato e potenziato l'emozionante e profondo pathos che promana dalle pagine di Delitto e Castigo.
Invece Kaurismaki ci fa capire che oggi, nella nostra società, non c'è più neanche l'ausilio del cuore, della forza del sentimento. Abbiamo perso anche quella. Ormai siamo perduti, senza alcuna bussola a guidarci.

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