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Il film esplora la ferita aperta di due sorelle davanti a un padre che ha sempre anteposto l'egoismo dell'arte alla famiglia. La maggiore incarna il trauma di chi ha subito il peso di quell'assenza, restando prigioniera di un passato di silenzi e tensioni. La minore, meno segnata, tenta invece un recupero disperato, cercando l'uomo dietro l'artista in un ultimo atto di speranza. Ne emerge il ritratto di un padre che, pur nel suo narcisismo, dimostra un amore imperfetto ma reale verso le sue figlie. L'Oscar alla sceneggiatura premia la capacità di raccontare come il perdono sia l'unica via per restituire pace all'anima e dare valore a ciò che resta.
Visione dalla quale sono uscito alquanto deluso, considerato quanto abbia apprezzato le opere precedenti di Joachim Trier, "Sentimental Value" è il suo film della standardizzazione, dell'exploit in senso negativo, del compromesso, un'opera boriosa e prolissa che adatta lo stile del regista alle esigenze di una Hollywood - con particolare gradimento dell'Academy - che vuole spiegare tutto per filo e per segno allo spettatore, rinunciando all'evocatività, perdendosi in sequenze infinite e dialoghi innecessari nei quali vengono esposti gli stessi concetti ripetuti pedissequamente ed in maniera reiterata.
Il soggetto in sé è comunque interessante, non il massimo dell'originalità, girando un po' attorno alle tipiche tematiche del cinema nordico, ma in ogni caso, ha i suoi contenuti forti, parlando di questa famiglia disfunzionale, specialmente concentrandosi nel rapporto tra padre e le due figlie, col primo che è il perfetto standard di padre assente che ha deciso di trascurare le figlie per dedicarsi alla carriera di regista, con una certa puzza sotto il naso - vedasi le considerazioni sul teatro - ma che in seguito alla morte della madre, sua ex moglie, viene colpito da una sorta di ripensamento e cerca di tornare ad essere presente nella vita delle figlie, ormai grandi ed indipendenti ma comunque traumatizzate dalla sua costante assenza, tuttavia anche questo aspetto sembra avere un doppio fondo, visto che il padre cerca di tornare ad avere un rapporto con una delle due figlie per via di un progetto cinematografico nel quale la vorrebbe protagonista, in questo elemento vi è forse la chiave di lettura più palese del film, ovvero l'incapacità del padre di relazionarsi con la figlia in maniera autentica, utilizzando il mezzo cinematografico, che include in ogni caso la sua passione artistica e le ambizioni di carriera, per ritornare ad avere un rapporto con lei, una trovata furba che permetterebbe all'uomo di ovviare a due importanti aspetti della sua vita, senza essere disposto a togliere del tempo all'altro, restando in bilico tra quello che sulla carta è un sincero pentimento e la poca volontà di fare una rinuncia come l'attività lavorativa per esso.
Nella parte centrale, quella della produzione del film, in cui vi è il personaggio di Rachel Kemp, interpretato da Elle Fanning, la narrazione propone inserti metacinematografici, a mio parere poca roba, restando spesso sul superficiale, il disagio che vive l'attrice, nel non riuscire ad entrare in empatia col personaggio, a non metabolizzare le motivazioni alla base dei comportamenti, è una banale riflessione sul ruolo dell'attore, dell'impersonificazione dello stesso, sul ruolo delle maschere, una serie di elementi ampiamente trattati già dal cinema nordico, a cui Trier fa spesso a volentieri riferimento, certe volte in maniera anche abbastanza goffa, come con quella sequenza dei volti che si alternano, simbolismo ormai particolarmente inflazionato.
Ma nel complesso, resta poco, se non nulla, una serie di interessanti considerazioni iniziali che continuano a rigirare per oltre due ore su percorsi che già conosciamo, una costante riproposizione dei traumi che risulta presto didascalica, l'aspetto che ricorderò positivamente del film è lo splendido design fotografico e scenografico, con gli interni della casa così minimali e freddi, quelli li adoro, spero un giorno di avere una casa arredata così, per il resto, mi dispiace, ma poteva durare tranquillamente la metà.
grande partenza e finale emotivamente emotivamente. Lo sviluppo è altalenante, un po' prolisso ma reso magnetico dagli splendidi interpreti. Il percorso di redenzione di un padre che cerca di ricucire con il solo linguaggio che conosce: la drammaturgia. Qui, dove palesemente, ha sublimato le ombre della sua infanzia. La stessa drammaturgia dove la figlia cerca di lenire il suo bisogno di amore insoddisfatto. La sorella fa da ponte, tra malinconia, accettazione, fantasmi e speranza. Il personaggio della Fanning pur se poco approfondito segna il solco tra la verità (il cinema europeo con la sua località) e lo sterotipo di un cinema mainstream che rimane in superficie e non capisce, non è in grado di comprendere le tessiture drammaturgiche più delicate di stampo europe. Un film imperfetto che emoziona, lascia una impronta non troppo profonda.
È sicuramente un film bello, importante, e recitato in maniera splendida, lo direbbe pure Federico cfr. Frusciante che ci ha lasciato (di stucco) proprio qualche ora fa. Eppure non posso accordarmi a un Otto e Mezzo perché lo trovo stilisticamente un po' snobbino. La Dimora non è proprio la stessa di un recente e grazioso film di Zemeckis, qui Trier affonda le redini nell'Esistenzialismo Bergmaniano o del Woody Allen più vicino al cineasta svedese v. Settembre, Un'altra donna etc. Sono d'accordo che il film sia volutamente irrisolto e incompiuto - infatti continuavo a chiedermi perché l'attrice scelta per il film dal regista sia tanto coinvolta dalla sua prova, che cosa sappiamo veramente della sua vita privata? Poco o nulla. Ma in questo intreccio di destini quasi comuni o diversi, con la Vita un palcoscenico da Sera della Prima e Deja vu della vita o della morte, c'è un meraviglioso equilibrio mentale, che rende perfino necessarie le didascalie narrative (squisitamente post-letterarie) della Storia e le riscatta in superficie. Tutto è talmente profondo che finisci per sentirti a disagio se non ne vieni completamente coinvolto
Scritto e interpretato divinamente, forse avrebbe potuto essere un capolavoro con qualche colpo di scena in più e se fosse stato più coraggioso nel finale. Non so se saranno sufficienti le performances dei protagonisti a rendere questo film memorabile
Ennesimo grande film di un'ottima stagione cinematografica europea (e non americana, un vero peccato). Pochi dubbi sulle fonti d'ispirazione di Trier: Allen, Fellini e forse anche Truffaut. Poi, ovviamente tantissimo Bergman e Haneke (che viene letteralmente evocato durante la festa di compleanno del piccolo Erik). Due cose non mi hanno totalmente convinto: tutta quella macchina a mano nella prima parte
e il lieto fine, totalmente in contrasto con la cattiveria hanekiana del resto della pellicola. Poteva andare avanti a ***** durissimo fino alla fine e invece ha messo quel finale un po' troppo spielberghiano che non c'entrava nulla con un dramma davvero gelido. L'avesse finita con la porta che si chiude, il rumore della sedia che cade e del collo che si spezza, dilatando i tempi all'inverosimile
ci troveremmo, secondo me, di fronte ad un capolavoro assoluto. Per il resto, come dicevo nello spoiler, un film duro e asciutto che non fa sconti a nessuno, in perfetta linea con la scuola scandinava e impreziosito da una serie di interpretazioni intense e potenti.
Sentimental Value non è tanto un film dai contenuti nuovi come relazioni familiari che cercano un loro ri-consolidamento, ma un film che esponi emozioni molto forti soprattutto dal terzetto di attori principale: il padre Gustav, regista cinematografico che dopo circa vent'anni di inattività sta progettando un nuovo film che vuole offrire a sua figlia, attrice teatrale che però rifiuta. Quest'ultima è in rotta col padre che ha visto pochissimo in tutta la sua vita. Un fantasma che ritorna poco gradito. La figlia minore di Gustav che pone come ponte tra due personalità che si sono allontanate. In questo contesto di rapporti difficili, c'è la casa di famiglia rimasta vuota dopo la morte della madre. In tale casa c'è praticamente la storia di questa famiglia che si ripercorre per decenni, fra gioie e dolori, che il padre vuole trasformare in un set cinematografico. Un set di finzione, ma anche il luogo di accadimenti reali che il padre vuole rielaborare ma che la figlia maggiore Nora rifiuta. Un bellissimo cast, tra citazioni di Bergmann ed Allen.