il nibbio regia di Alessandro Tonda Italia, Belgio 2025
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il nibbio (2025)

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locandina del film IL NIBBIO

Titolo Originale: IL NIBBIO

RegiaAlessandro Tonda

InterpretiClaudio Santamaria, Sonia Bergamasco, Anna Ferzetti, Massimiliano Rossi, Andrea Giannini, Marta Giovannozzi, Maurizio Tesei, Beniamino Marcone, Sergio Romano, Biagio Forestieri, Antonio Zavatteri, Jerry Mastrodomenico, Beatrice De Mei, Tommaso Ricucci, Silvia Degrandi, Alessandro Pacioni, Yonv Joseph, Fethi Nouri, Lorenzo Pozzan

Durata: h 1.48
NazionalitàItalia, Belgio 2025
Generedrammatico
Al cinema nel Marzo 2025

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Trama del film Il nibbio

Il Nibbio racconta i ventotto giorni precedenti i tragici eventi del 4 marzo del 2005, quando Nicola Calipari, Alto Dirigente del SISMI, sacrificò la propria vita per salvare quella della giornalista de “il manifesto” Giuliana Sgrena, rapita in Iraq da una cellula terroristica. Calipari ha avuto un suo ruolo cruciale nelle operazioni in Iraq nei primi anni Duemila per salvaguardare la vita umana e mantenere la pace. Il suo omicidio è ancora irrisolto.

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Voto Visitatori:   7,25 / 10 (6 voti)7,25Grafico
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Voti e commenti su Il nibbio, 6 opinioni inserite

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Invia una mail all'autore del commento cinemaincompagn  @  12/12/2025 11:46:51
   8 / 10
Non mi è piaciuto almeno sapere gli americani perché l'hanno fatto.

A vent'anni non c'è ancora una verità. Si capisce che erano terrorizzati in un punto dove avvenivano sempre attentati, c'era una tensione mostruosa; l'ipotesi può essere il terrore però le indagini condotte dalle due parti portano a risultati diversi. Il film intenzionalmente non affronta questa problematica; questo film ha voluto rappresentare la persona, l'uomo che c'è dietro le istituzioni.

Lascia molti interrogativi rispetto ai tanti dubbi già all'epoca dei fatti. Ciascuno può pensare quello che vuole.

Non è un film inchiesta che svela.

Lascia i dubbi e quindi le varie proprie riflessioni sull'individuazione delle responsabilità.

Mi hanno dato fastidio le scritte finali dove nella commissione d'inchiesta non sembra che ci sia una guerra ma sembra che l'unico colpevole è stato il mitragliere Gonzalo; quasi ad aver voluto spostare l'attenzione su quel poveretto impaurito davanti ad una scena che poteva portarlo alla morte.
Ci sono elementi giuridici: scopo dell'inchiesta è individuare come si sono svolti i fatti e la possibile giusta verità per individuare cosa si è sbagliato oppure cosa c'era intenzione di fare aperti a qualunque soluzione. Questo conferma che il film non voleva rispondere ed è messo nei titoli di coda a questo per dovere di cronaca e di racconto.

Ritorno sul fatto che i ragazzi americani per lungo tempo hanno avuto paura. Quello è l'orrore della guerra che vivono: non si capisce perché sono lì, ma sono consapevoli che è un luogo molto pericoloso e sparano poi appena lo vedono. È la tensione mostruosa che si crea per chiunque in quel maledetto triangolo di guerra nel quale non dovevano neanche esserci. Dà da pensare perché abbiano sparato nel momento in cui non c'era niente da proteggere.

L'imputato è una persona: sarà stato il cedimento nervoso di uno che sta lì da due ore e mezza e rischia di saltare in aria da un momento all'altro che all'improvviso ha sparato. Da un certo punto di vista ci si può domandare ma che giustizia rende a Calipari individuare il colpevole? Mi viene da riflettere: penso a quella persona che alle 23.58 viene sparato quando la tregua inizia a mezzanotte. La giustizia che non è possibile darla; l'esigenza di giustizia che abbiamo non può ricevere risposta in termini effettivi, perché siamo noi esigenza di giustizia. Qualunque sentenza, qualunque colpevole, qualunque chiarimento, qualunque descrizione politica non soddisfa l'esigenza di giustizia che abbiamo dentro.

Per me il punto non è il colpo di mitraglia, è la guerra. Siamo tutti coinvolti. Perché ad oggi ci sono ben 52 guerre in tutto il mondo. Questo film ci fa riflettere sulla persona Calipari, su certi meccanismi dei servizi segreti, di questo antagonismo fra chi è più aquila e chi è più colomba (o nibbio). Siamo tutti coinvolti. Per rispondere c'è una sola risposta: la diserzione. Per non essere lì alle 23.58 o dopo due ore di estenuante sfibrante attesa c'è solo una risposta che si può dare. Disertare. Non ce n'è altre. Se vogliamo armarci perché c'è qualcuno che ci dà fastidio, che non comprendiamo, che ci sta antipatico, non ne usciamo. E poi gli Stati Uniti, la storia ce lo insegna, sono sempre usciti assolti dai tribunali. Cermis, Ustica.

C'è un passaggio nel film "Gli americani non trattano con nessuno. Lo fanno fare alle popolazioni amiche, in modo tale che non appaiono mai".

La stessa cosa si vede nel collega di Calipari con l'amarezza e la loro divergenza per voler emergere anche con l'uccisione dell'ostaggio. Il fatto stesso che più volte emerge nel film questo antagonismo ci può portare a riflettere.

Ci sono trame che noi non riusciamo nemmeno a immaginare. Ci sono rapporti di forza che non vengono effettivamente descritti.

Non è credibile la volontà di mandare Calipari in una situazione di rischio ulteriore per divergenze.

Potrebbe essere che l'obiettivo fosse la giornalista.

Si possono fare tutte le illazioni possibili.

L'unica cosa che mi viene da dire è: ce ne fossero di persone come Calipari! La questione è questa.

Per quanto il regista abbia voluto tener fuori la storia si parla solo di quello.

È una retorica. Far vedere che è successo per caso ma lì c'era proprio un'intenzione degli americani non volevano assolutamente che si agisse in un certo modo. Quando sta per essere liberata la giornalista i due 'carcerieri' dicono "I musulmani non mentono".

(Anche i cattolici dicono stessa cosa.)

È interessante capire quali sono le caratteristiche di una persona ammirevole come Calipari.
Comunicava con tutti. Diceva quello che c'era da dire a tutti senza paura perché non doveva difendere niente. Il punto della persona fedele allo Stato, fedele al suo compito, è uno che non ha da difendere nulla di personale. Anzi, probabilmente diventa personale il senso di Stato. È come se coincidesse il senso dello Stato con la persona. Che può essere, da un altro punto di vista, molto pericoloso. C'è un aspetto in cui questa identificazione con il senso di giustizia, di onestà, di correttezza del proprio compito da un lato è un esempio positivo; però è anche, paradossalmente, il rischio di una devianza. Ci deve essere sempre una laicità, un distacco nel fare il proprio dovere. Deve esserci un'oggettività.

Parallelismo con Calabresi. Il figlio del commissario morto come servitore dello Stato non ha mai perdonato il fatto che gli sia stata tolta la figura del padre perché aveva il senso del dovere, dello Stato. Vista dalla parte di un figlio oppure della moglie stiamo parlando della vita, la vita che è una e uno dice, ma io per lo Stato la perdo?

Calipari appare come uno che intendeva fare il proprio compito e non aveva la fissazione di fare l'eroe, era equilibrato, non un super-poliziotto, era uno che lavorava bene. Il gesto di coprire la Sgrena può essere interpretato semplicemente come l'istinto di una persona buona, che fa il proprio dovere, che non rallenta un attimo l'istinto di protezione e quindi non si ferma davanti all'attimo di follia dello sparatore: mantiene la sua posizione umana, istintivamente protegge.

A prescindere dei fatti storici che possiamo criticare, giudicare, considerando il film, quello che mi è venuto proprio in mente è questo rapporto tra la naturalezza del vivere un momento importante, professionale e invece tutto ciò che viene al di fuori, le manifestazioni: come viene visto da fuori quello che viene vissuto dal di dentro. Questo doppio filone che per me è stato il filone del film, perché a volte noi pensiamo che la storia la fanno gli uomini famosi, importanti, mentre la storia viene fatta giorno per giorno dalle persone semplici che decidono di mettere il proprio momento, la propria vita a disposizione, il proprio tempo a disposizione degli altri.

La storia la fanno le persone. Per esempio le fondamenta per l'Europa unita sono state poste da tre persone amiche, che si rispettavano in virtù del loro personale rapporto di stima. Anche qui mi colpisce che di Calipari tutti si fidano. Conosco la figlia di un amico corrispondente in Medio Oriente che intervista ed è ben voluta, ben accettata da sunniti, da sciiti, da alawiti, da tutti quanti, perché le interessa la verità, il rapporto, non ha niente da difendere. Piuttosto che un'impostazione ideologica che viene dalla piazza, la storia la facciamo noi, la fanno le persone; è la cultura, quello che abbiamo ricevuto come educazione è il fondamento da cui può partire la possibilità di pace.

Ci è sfuggito in questo ragionamento la controparte di Calibra, il sunnita, pieno di soldi, che alla fine non si sa più che cosa ha fatto.

Quasi a voler lanciare una provocazione ho pensato: questa persona correttissima ha rimesso le penne per l'esagerazione di chi ha voluto fare scoop giornalistico, andare dove non doveva andare. Mi vengono in mente quelli che vanno fuoripista mettendo a rischio la vita di chi deve andare a soccorrere.

È molto provocatorio perché anche quella del giornalista di guerra è una professione rischiosa. Ed ha lo stesso obiettivo di Calipari: la ricerca della verità e della giustizia.

C'è la differenza di stile americano e la differenza di stile italiano. È evidente questa descrizione. Abbiamo millenni di storia. Siamo i mediatori nati.

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