Recensione under the skin - a fior di pelle regia di Carine Adler Gran Bretagna 1997
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Recensione under the skin - a fior di pelle (1997)

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locandina del film UNDER THE SKIN - A FIOR DI PELLE

Immagine tratta dal film UNDER THE SKIN - A FIOR DI PELLE

Immagine tratta dal film UNDER THE SKIN - A FIOR DI PELLE

Immagine tratta dal film UNDER THE SKIN - A FIOR DI PELLE

Immagine tratta dal film UNDER THE SKIN - A FIOR DI PELLE
 

La rivalità tra sorelle per conquistare l'amore materno e il dolore autolesionista che può essere generato da un lutto: sono questi i due temi principali che sono affrontati e sviluppati in "Under the Skin", opera prima della regista inglese Carine Adler.

Iris (Samantha Morton) è una ragazza inglese sfrontata e perennemente irrequieta che vive a Liverpool con la madre (Rita Tushingam) e la sorella Rose, la quale, secondo la giovane, è da sempre la prediletta della mamma. Iris dunque si adopera in tutte le maniere per far ricadere ogni attenzione su di sé, a costo anche di assumere un comportamento irrispettoso. Quando però la madre si ammala di tumore e successivamente muore, per la ragazza inizia un lenta ma costante discesa verso l'autodistruzione: se ne va di casa abbandonando la sorella, rompe la relazione con il suo ragazzo, sprofonda in un disagio e in una confusione sempre più invasiva e rabbiosa. Il dolore per la tragedia la disorienta a tal punto da condurla ad avere rapporti sessuali occasionali ed umilianti (uomini che si divertono ad urinarla), a credere di disprezzare Rose e soprattutto, a perdere ogni contatto con la realtà. Iris, infatti, è come se vivesse in un mondo tutto suo creato da lei stessa nel quale l'amore e la compassione non debbano trovare posto.
Con il tempo, però, Iris si accorge di aver toccato il fondo, e di non riuscire a risalire da sola. Il solo mondo per poter rinascere è quello di liberarsi dalla sofferenza che la schiaccia e che condiziona la sua vita. Il risveglio da questo dolore incancrenito e intorpidito può avvenire solamente con l'aiuto dell'affetto della sorella incinta. Entrambe le donne, ma soprattutto Iris, capiscono che il patimento debba essere condiviso, reso esplicito ed espresso e non più celato. Se la morte della madre aveva originato un deterioramento che sembrava irreversibile tra le due, aveva avuto il potere altresì di farle nuovamente riavvicinare. Con la consapevolezza che il dolore sarebbe stato ancora presente, Iris ricomincia a vivere, a cambiare stile di vita. Emblematica l'ultima scena nella quale, la voce fuori campo della ragazza ci rivela di aver trovato un lavoro in un fioraio, e ci fa partecipe della sua rinascita proprio come un fiore.

La Adler per "Under the skin" si è ispirata al libro "Madre, Madonna, Puttana" della psicologa Estella Welldon, che affronta il tema dell'elaborazione del lutto.
Samantha Morton interpreta un'anti-eroina, che sin da subito si presenta rivestita di connotazioni negative (il rapporto estremamente difficile con il genitore, il modo attraverso il quale si relaziona alla sorella), la cui funzione non quella di "costruirsi" un'immagine affidabile e positiva agli occhi dello spettatore, ma solamente di trasmettergli un forte impatto emotivo ( rappresentato dal dolore) e successivamente indurlo alla riflessione.

La Adler, sin da subito, intende evitare forzature retoriche, pietismi e patetismi, ma nonostante questo, riesce a commuovere profondamente. Con un sapiente uso di un linguaggio fortemente visivo e figurativo, di una musica estremamente suggestiva e toccante, e con una Liverpool illusoria, particolarmente efficace nell'enfatizzare il disagio della giovane, la regista riesce a rimarcare tutto la gamma di emozioni che attraversa la protagonista: gelosia per la sorella, disperazione per la morte della madre, inabissamento nell'autodistruzione, condivisione della sofferenza. e rinascita.
Come ha dichiarato la regista, per rendere più "concreto" il senso di inquietudine e lo stile intimistico del film di Iris, si è adoperato per diverse scene la telecamera a spalla e di rallentare alcune sequenze. Il tormento interiore della protagonista, in questo modo, diviene il vero il leit motiv della pellicola.

Presentato in anteprima nell'ambito della rassegna "British Renaissance" alla Mostra del Festival del Cinema di Venezia del '97, il film fu accolto molto positivamente dalla critica, anche per la grande prova di Samatha Morton, che anni dopo anche Hollywood avrebbe scoperto ("Minority Report").

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Recensione a cura di Luca.Prete - aggiornata al 11/07/2007

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