ju dou regia di Zhang Yimou Cina, Giappone 1990
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ju dou (1990)

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locandina del film JU DOU

Titolo Originale: JU DOU

RegiaZhang Yimou

InterpretiLi Wei, Gong Li, Li Baotian, Zhang Yi, Zhen Jian, Niu Xingli

Durata: h 1.35
NazionalitàCina, Giappone 1990
Generedrammatico
Al cinema nel Novembre 1990

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Trama del film Ju dou

Nella Cina rurale degli anni Venti la bella Ju Dou (Gong), moglie di un vecchio e impotente tintore, si innamora del nipote di costui, garzone nella lavanderia. L'uomo, che non le perdona di non potergli dare figli, quando viene a sapere che la moglie è incinta va su tutte le furie. Il bambino verrà comunque alla luce e, una volta cresciuto, vendicherà l'onore dei suoi veri genitori.

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Voti e commenti su Ju dou, 7 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

kafka62  @  02/02/2018 14:39:03
   8½ / 10
Quando i due protagonisti del film, Ju Dou e Tian Qing, trovano per la prima volta il coraggio di sfogare la loro passione amorosa, un bizzarro gioco di stoffe colorate che si srotolano senza più alcun freno contrappunta, con un'eleganza e un pudore quasi hitchcockiani, la loro unione sessuale; analogamente, in occasione della morte del vecchio marito, una striscia di stoffa che cade nella vasca piena di tintura rossa sostituisce l'immagine di Jin Shan che annega. "Ju Dou" è un film ricco di colori, di luci, di riverberi, e questo non deve sorprendere se si considera l'importanza che ha l'aspetto figurativo non solo nel cinema cinese, ma in tutta l'arte orientale (il riferimento all'Opera di Pechino è ovvio ma non inutile). E' piuttosto l'utilizzo in chiave metaforica degli elementi cromatici (si pensi a quei fiotti di luce violenta che entrano da porte, botole e finestre, negando costantemente ai claustrofobici luoghi scenici la loro ombra, che è poi il controcanto simbolico dell'intimità dei personaggi violata e sopraffatta dalle regole sociali e dalle tradizioni patriarcali) a fare di Zhang Yimou un regista molto vicino (almeno dal punto di vista della dialettica tra rappresentazione ed effetti di senso da essa prodotti) alla concezione occidentale del cinema.
Del resto, se si vuole, è possibile trovare numerosi rimandi, più o meno legittimi, ad autori a noi culturalmente vicini. Di fronte a un film "eccessivo, colorato, violento e sensuale", Alberto Crespi ha fatto ad esempio i nomi di Shakespeare e di Marlowe; altri hanno richiamato, per l'affinità del plot, "Il postino suona sempre due volte" di Cain; io posso aggiungere "Cronaca di un amore", per quell'atmosfera di ossessiva fatalità che porta gli amanti, nonostante la morte del marito scomodo (morte auspicata e bramata ma, in entrambi i casi, involontaria), al loro distacco. E' molto dubbio che Zhang Yimou si sia fatto influenzare da queste opere: la ricchezza di un'opera d'arte fa infatti sì che i riferimenti intertestuali che vi si possono cogliere vanno il più delle volte al di là delle intenzioni originarie dell'autore. E "Ju Dou" è un'opera indiscutibilmente ricca e profonda. Nonostante la sua clamorosa inattualità (ambientata com'è in un paesino cinese di montagna negli anni '20), essa è un universale, spietato atto di accusa contro il potere di coercizione e di violenza che le regole arcaiche e feudali di un sistema "chiuso" esercitano nei confronti delle legittime pulsioni naturali dell'uomo. Scene come quella del funerale di Jin Shan, nel corso della quale Ju Dou e Tian Qing sono costretti ad assoggettarsi, di fronte alla sospettosa comunità, a un barbaro e umiliante rituale di lutto enfaticamente simulato, sono di una violenza quasi insopportabile (e la macchina da presa evidenzia questa sensazione, inquadrando dal basso l'enorme bara che "schiaccia" i due amanti sdraiati a terra). L'indice di Zhang è puntato sul sistema sociale in generale (immobile, tetragono, invincibile) piuttosto che sui singoli personaggi, ancorché fortemente negativi, tanto è vero che l'immagine del vecchio marito paralitico lasciato per punizione a penzolare a mezz'aria sulla rudimentale carrozzella muove a pietà non meno di quelle dei due amanti costretti a seppellirsi sottoterra per poter fare un'ultima volta l'amore.
E' la donna a soffrire maggiormente di questa condizione alienante ed oppressiva, e Zhang fa di essa (in "Ju Dou" come in tanti altri suoi film, aiutato in questo dalla presenza costante dell'incommensurabile Gong Li) un simbolo positivo – ancorché votato alla sconfitta – di ribellione contro un mondo inequivocabilmente retrogrado e maschilista. Questa forza iconoclasta della donna differenzia Zhang da quell'altro grande regista di storie femminili che è stato Kenji Mizoguchi, le cui eroine subiscono fino in fondo, passivamente, il doppio ruolo di procreatrici e di concubine che l'arretrato sistema sociale da sempre assegna loro. In "Ju Dou" è invece la protagonista a muovere la storia, nel momento in cui cerca di uscire dallo stato di schiavitù in cui il violento marito la tiene. E' lei a condurre il sottile gioco di erotismo e di seduzione con Tian Qing (fatto soprattutto di sguardi, di silenzi e di atti mancati, come nella voyeuristica sequenza del buco nella parete), ed è ancora lei a dirottare la storia verso un epilogo tragico.
Che "Ju Dou" sia destinato a sfociare in una tragedia è chiaro fin dall'inizio, in quanto Zhang fa aleggiare sulla storia dei due amanti un senso di straziante ineluttabilità che va al di là di una mera intenzione di critica sociale. La cinica sfida psicologica avente per posta la conquista del figlio adulterino contribuisce ad esacerbare questa sensazione, facendo alla fine del piccolo Tim Bai una sorta di strumento della nemesi del destino. Il tempo, crudelmente, fa il resto, e Zhang Yimou, riconducendo il film sui binari privilegiati di un'esperienza prima di tutto estetica e formale, descrive il suo fatale trascorrere mediante un montaggio intelligentemente ellittico e soprattutto attraverso un utilizzo accentuato della dissolvenza incrociata.

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