Recensione 101 reykjavik regia di Baltasar Kormákur Islanda, Danimarca, Norvegia, Francia 2000
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Recensione 101 reykjavik (2000)

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locandina del film 101 REYKJAVIK

Immagine tratta dal film 101 REYKJAVIK

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Se siete maschi, italiani, avete trent'anni e pensate di essere gli unici a cui la mamma lava ancora i calzini, stira le camicie, rimbocca le lenzuola del letto appena rifatto e prepara succulenti sughi casalinghi, e se soprattutto pensate che questa caratteristica sia privilegio esclusivo dei maschi latini, vi sbagliate di grosso: probabilmente non avete conosciuto Hlinur, il ragazzone islandese protagonista di "101 Reykjavik", che se ne frega di tutto e di tutti e vive la sua condizione di single casalingo senza remore e senza alcun complesso di inferiorità.
Perchè anche in Islanda di mamma ce n'è una sola, e nel petto della signora Berglind batte il più caldo dei cuori di mamma, una mamma che coccola, vizia, giustifica, (rovina?) il proprio ragazzo.

Il centro storico di Reykjavik (CAP 101, da cui il titolo) è il mondo di Hlinur, il caldo tepore della casa materna il suo rifugio e il suo nido. Di assumersi responsabilità di adulto e farsi una vita autonoma ed esclusivamente sua non ne ha nessuna voglia e forse non ci pensa nemmeno.
E chi gielo fa fare, d'altra parte?

Nato da un alcolizzato e da una lesbica (ma questo lo si saprà solo in seguito), Hlinur Bjorn ha trent'anni, è scapolo, pratica una cronica e caparbia disoccupazione e, usufruendo di un cospicuo e nordico sussidio, può permettersi di trascorrere le mattinate a letto, saltando da un canale televisivo all'altro, alla ricerca di film porno che accompagna con vigorose e scientifiche masturbazioni, che pratica in tutte le variazioni possibili, dalla classica alla cerebrale, fino alla virtuale, chattando in rete su siti erotici.
Del resto, essendo disoccupato, da solo o in compagnia ha molto tempo da dedicare al suo passatempo preferito.
Le notti, invece, quando non è impegnato a navigare su internet alla ricerca dei suoi siti hard preferiti, le trascorre, insieme ai suoi due inseparabili amici, in giro per pub e locali notturni della capitale islandese, in cerca di sesso facile, che spesso non arriva, e sbronze colossali a base di birra a go go, mentre fuori l'inverno polare gela architetture nordiche alienanti.
Come souvenir delle sue notti brave si porta a casa discutibili trofei, come "una cicca masticata, un bicchire sporco di rossetto, qualche tappo a corona, a ricordo di mancate prede femminili".
Hlinur ha un bar preferito, il K-Bar, ma essendo questo troppo piccolo e troppo affollato (visto che la vita notturna di Reykjavik non offre grandi alternative), non si può nè ballare nè parlare, proprio il suo locale ideale.

Intanto mette incinta l'ingenua fidanzatina di turno, che vorrebbe inutilmente fargli mettere la testa a posto e che poi lo molla, e fa sesso virtuale con Katarina, una ragazza ungherese "conosciuta" in chat.
D'altronde le donne sono sempre state il suo problema: non le capisce ma riconosce il loro valore, nel senso di quante corone islandesi sarebbe disposto a spendere per portarsele a letto.

Al limite della paranoia, riesce a dar corpo a tutte le paure, a tutte le idiosincrasie, ai desideri, alle pulsioni del maschio contemporaneo, esemplare significativo di una generazione che si rifiuta di crescere, di accettare responsabilità, di adattarsi al percorso consueto della vita.
E nasconde sotto la scorza delle apparenze una realtà più amara, fatta di paure e di insicurezze in quella stagione di passaggio che sconvolge ogni vita, avida di orizzonti da esplorare ma timorosa di staccarsi da quelli conosciuti e sperimentati.
Quella voglia di scappare, il sentimento della vita che sfugge, che se ne va, che scivola nella ripetizione e nei doveri dell’età adulta senza nuove occasioni nè speranze.

A mettere a soqquadro la sua monotona routine, la vigilia di Natale in casa sua arriva Lola, una conturbante spagnola, insegnante di flamenco e amante della madre (ma questo Hlinur non lo sa ancora).
Lola si stabilisce in casa di Hlinur prima come semplice amica della madre, poi ne prende definitivamente possesso come amante della stessa.
Nonostante sia omosessuale, approfittando dell'assenza dell'amica, la vigilia di capodanno Lola si concede una notte d'amore etero con il figlio dell'amica, il quale stavolta non prende nessuna precauzione e fa mancare un numero al suo personale conteggio dei preservativi consumati, con cui misura la qualità della sua vita.
Mentre fuori i fuochi d'artificio illuminano a giorno Reykjavik durante la lunga notte di capodanno.

Alla madre che gli confessa le sue scelte sessuali, Hlinur dovrà confessare che sta per renderla nonna, e che la donna con cui è stato a letto è la sua amante.
Questa confessione/rivelazione provoca in Hlinur una momentanea crisi dei suoi impulsi sessuali e un attimo di smarrimento che culmina in un goffo tentativo di suicidio.
Ma alla fine tutto si aggiusta e si ricompone: Hlinur si troverà un lavoro e vivrà insieme alle due donne e al loro bambino.
E così: "Lola diventerà mamma e la mamma papà e io fratello maggiore e anche padre", mentre il bambino che dovrà nascere sarà "al tempo stesso figlio sia di suo padre che di sua nonna e precedente amante di sua madre".
Insomma una vera e propria confusione di ruoli all'interno della famiglia allargata.

Arguto e dissacrante, ma anche provocatorio e sottilmente sarcastico, "101 Reykjavik" mescola con verve e vivacità, una realtà sospesa tra il surreale e il grottesco, fatta di nulla, ma un nulla così ricco, così complesso, così banale, che quasi sembra allo spettatore di vivere nella noia e nell'inedia che Hlinur ha scelto come stile di vita, una misogenia così profonda che sembra non possa prescindere dall'attrazione per l'universo femminile.
Per lui "le donne stanno dietro le tette, gli uomini davanti", e "una distanza naturalmente incolmabile divide gli uomini e le donne".

Il regista islandese Baltasar Kormákur è riuscito con grande ironia e con realistica crudezza a rappresentare problematiche molto importanti, ma con quel tocco di poesia e di malinconia quasi crepuscolare, che toccano tematiche psicologiche ed esistenziali del microcosmo giovanile islandese, che non è poi così tanto diverso dal microcosmo giovanile più universale, che non soffre della stessa condizione di isolamento, ma le stesse sono la paura di crescere, la mancanza di strade tracciate, l'incapacità di comprensione e di azione.
Tutte non-qualità che il protagonista si porta addosso come una seconda pelle, come quell'immancabile giaccone impermeabile nelle cui tasche non mancano mai sigarette, preservativi e acidi vari.

Eclettica ed originale la galleria dei personaggi che interagiscono con il "Peter Pan polare" e fuori dal comune gli elementi in cui si muove: la madre lesbica, la ragazza incinta, l'amico con lucertolone esotico, parenti impossibili, tempeste di ghiaccio, l'arredamento decisamente non convenzionale (con vasca da bagno in cucina) le feste orgiastiche, i locali notturni costantemente affollati e fumosi, il letto perennemente disfatto, gli incontri amorosi casuali con donne con le quali "è meglio non vedere l'alba del giorno dopo".
Mentre fuori questa città, lontana, amata, impensabile come un paradiso perduto, gela e la gente muore dalla voglia di fare sesso.

Il film di Kormákur ha il pregio di non prendersi troppo sul serio e di rifuggire pretese autoriali, anche se non mancano alcune sequenze cult:
- la riunione familiare natalizia con Hlinur che "sogna" di uccidere i parenti serpenti;
- il voyeurismo infantile di una coppia;
- il pagamento di tutti i parchimetri da parte di Hlinur che indispettisce l'impotente vigile.

Il film è anche uno spot turistico per quella terra lontana ed anche un po' misteriosa, un luogo dove i contrasti lasciano senza fiato, una terra che incanta per il suo fascino tutto particolare, tra dirompenti cascate e maestosi ghiacciai illuminati dal chiarore rosato della pallida luce dell'aurora boreale.

"101 Reykjavik" è interpretato da una serie di attori praticamente sconosciuti al di fuori dei confini isolani; a cominciare dal protagonista, Hilmir Snær Guðnason, paranoico e insicuro antieroe moderno, ai cui vizi e alla cui immaturità si guarda con animo benevolo, perfetto rappresentante del maschio contemporaneo che incontra enormi difficoltà nello stabilire rapporti affettivi o nell'impegnarsi concretamente nella società, straordinario nel saper esprimere tutta l'ironia e la solitudine di chi si sente ed è un "diverso".
L'unica eccezione a questa galleria di perfetti sconosciuti (almeno da noi) è rappresentata dalla spagnola Victoria Abril, musa almodovariana, che in un ruolo alla Almodovar conferma le sue doti interpretative nella parte della conturbante Lola, la ballerina di flamenco che irrompe nel mondo di Hlinur, sconvolgendone la comoda monotonia e forse anche migliorandone la qualità della vita.

Una buona parte del merito del successo del film va attribuito allo scrittore islandese Helgason Hallgrímur, dal cui romanzo omonimo, vero e proprio manifesto della cosidetta "generazione x", il film è stato tratto e la cui vicenda travalica gli angusti confini della realtà islandese, per farsi più generalista e universale.

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Recensione a cura di Mimmot - aggiornata al 15/01/2010

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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