Recensione il riccio regia di Mona Achache Francia 2009
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Recensione il riccio (2009)

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locandina del film IL RICCIO

Immagine tratta dal film IL RICCIO

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Immagine tratta dal film IL RICCIO
 

L'undicenne Paloma, insofferente alla sua famiglia e a quasi tutto il genere umano in generale, sta ponderando il suicidio. Renée, la portiera del lussuosissimo palazzo nel quale abita la ragazzina, vive segretamente la sua grande cultura e la sua passione per i classici letterari e cinematografici. L'arrivo di un nuovo inquilino giapponese, Kakuro, riuscirà a smuovere gli animi di entrambe.

"L'eleganza del riccio", romanzo francese di Mauriel Barbery, è stato un vero e proprio caso letterario in Francia e poi si è diffuso anche negli altri Paesi grazie ad un grandioso passaparola che ne ha decretato il successo di pubblico, ma anche di critica, visto che ha vinto alcuni prestigiosi premi letterari. Quando ci si trova di fronte a successi di tal genere, decidere di crearne una pellicola può risultare un arma a doppio taglio, proprio perché si può sperare in un elevato numero di spettatori spinti dalla curiosità di vedere come le loro amate pagine hanno preso vita sullo schermo, ma al tempo stesso si può incorrere, come del resto è successo in questo caso, nelle "ire" dell'autore stesso che disconosce l'opera ispirata al suo romanzo e degli spettatori che potrebbero rimanere delusi dalle differenze più o meno rilevanti rispetto al libro. Bisognerebbe comprendere però che la letteratura e il cinema, pur essendo a volte compenetrabili, sono due arti completamente diverse, ed è naturale che il passaggio da una all'altra comporti non pochi cambiamenti di stile, di narrazione, di forma e via dicendo. Una volta fatto pace con questa immodificabile realtà, l'autrice del romanzo e gli spettatori esigenti di una fedeltà impossibile da realizzare, potranno fare pace anche col film stesso.

Pur avendo eliminato nel titolo del film la parola "eleganza" che compariva invece in quello del romanzo, "Il riccio", è a tutti gli effetti una pellicola molto elegante e raffinata, che solo di quando in quando si concede delle enfasi eccessive nel sottolineare alcuni passaggi narrativi drammatici o alcuni particolari stati d'animo dei tre protagonisti principali o si abbandona ad alcuni stereotipi circa le figure secondarie come i genitori e la sorella di Paloma o gli abitanti dell'elegante palazzo parigino. E se anche Renée, la portiera, non è esente da stereotipi, nel suo caso, essendo una cosa voluta e perfettamente calcolata dal personaggio stesso che si rifiguia dietro di essi, l'espediente non può che essere apprezzabile. Trattasi comunque di difetti perdonabili trattandosi di un'opera prima che denota un certo potenziale della regista francese.

Lo spettatore si ritroverà allora a seguire attentamente e quasi sempre a condividere i pensieri dell'intelligentissima e matura Paloma, la ragazzina che è incapace di correlarsi con i suoi famigliari, che sente così distanti e inadeguati, e dunque di trovare un posto in cui esprimere completamente se stessa, tanto da ricorrere a numerosi nascondigli all'interno della casa, fino a giungere all'estrema decisione di porre fine alla sua esistenza, vissuta come quella di un pesce rosso in una vaschetta. Prima di morire, però, per mano degli psicofarmaci rubati settimanalmente alla madre in cura da uno psichiatra ormai da 10 anni, decide di filmare con una telecamera tutto ciò che la circonda e che l'ha spinta a ritenere quella del suicidio l'unica soluzione possibile per uscire dalla sua asfissiante e desolante situazione.
Grazie alla deliziosa interpretazione di Garance le Guillermic, riusciamo a simpatizzare totalmente per questa ragazzina a tratti supponente, ma decisamente colta e profonda per avere solo undici anni. Il suo sguardo vispo e attento, coperto spesso dagli occhialini tondi che si incastrano continuamente tra i suoi ricci biondi, ci guiderà non solo all'interno dei borghesismi, dei tic e delle nevrosi dei suoi famigliari, ma anche nel "nascondiglio" di Renée, quella portineria apparentemente spoglia, ma in realtà contenente la ricchezza più grande di tutte: la cultura contenuta in una grande biblioteca ricca di classici letterari tra cui spiccano le opere di Tolstoj, in particolare "Anna Karenina". Quel nascondiglio che farà comprendere a Paloma che nonostante le avversità e gli ostacoli circostanti è sempre possibile riuscire a trovare un proprio spazio nel mondo in cui rifugiarsi in sé stessi lontani dagli occhi incomprensivi dei componenti di una società sempre più alla deriva di se stessa. Quel nascondiglio che teneramente e candidamente, in un modo inusuale per la bambina, le farà asserire trionfalmente: "Da grande voglio fare la portinaia!".

Ecco allora spiegato il significato emblematico e metaforico del personaggio di Renée, interpretato dalla bravissima Josiane Balasko, che pur di non incorrere nella difficoltà di dover dare spiegazioni circa la sua vera natura colta e raffinata, preferisce nascondendosi dietro il tipico archetipo della portinaia sciatta, trascurata e trascurabile per evitare di dover necessariamente dimostrare il contrario nei confronti di chi si ferma alle apparenze e ai luoghi comuni. Trascorre così due esistenze: quella di superficie che tutti sono in grado di vedere e quella più profonda che si esplica dietro la porta della sua biblioteca, che solo Paloma e il nuovo vicino Kakuro (colui che smuoverà le acque e rivoluzionerà la vita di entrambe) riusciranno a scrutare. Calzante a tal proposito è allora la metafora del riccio riguardante proprio questo straordinario personaggio, che all'esterno mostra solo gli aculei, ma in realtà si dimostra essere "fintamente indolente, risolutamente solitario, terribilmente elegante".

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Recensione a cura di A. Cavisi - aggiornata al 14/01/2010

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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