Recensione lord of war regia di Andrew Niccol USA 2005
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Recensione lord of war (2005)

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locandina del film LORD OF WAR

Immagine tratta dal film LORD OF WAR

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Il signore della guerra è colui che ne decide le sorti vendendo il mezzo più semplice al miglior offerente: le armi. Perché la vera arma di distruzione di massa non è rappresentata da un ordigno nucleare, ma da una tonnellata di mitragliette Uzi convogliate illegalmente nei paesi in guerra e date in mano ai bambini-soldato. Questo è l'assunto di base del nuovo film di Andrew Niccol, uno dei pochi "autori" hollywoodiani che giocano col sistema, si pongono sulla soglia del circuito mainstream, raccontando le loro storie. Spesso crude, ironiche e pervase da un alone di ambigua moralità. "Lord of war" ne è solo l'ultimo (dirompente) esempio, un'opera che l'autore di "The Truman Show", "S1mone" e "Gattaca", ha trasformato in un inno al cinismo, dove non è mai stato tanto vergognoso schierarsi dalla parte del cosiddetto antieroe.

Un uomo, Yuri Orlov, che fa del suo lavoro di mercante d'armi una professione di vita, un mestiere che richiederà il suo sangue e che lo lascerà solo e pieno di rimorsi, dopo vent'anni trascorsi in lungo e in largo tra i peggiori olocausti silenziosi che la storia recente ricordi: dall'Africa Centrale ai Balcani. Un impeccabile Nicolas Cage dà il volto al protagonista, riuscendo nella machiavellica impresa di rendere credibile tanto la difficoltà di comunicare con la propria famiglia (dal fratello Jared Leto, alla splendida moglie Bridget Moynahan), quanto la lucida tranquillità dell'inganno che i suoi occhi hanno mentito di fronte all'ennesima perquisizione dell'agente di polizia (Ethan Hawke), messosi sulle sue tracce.

L'ossatura della pellicola è quella del gangster movie: si narra la perdizione morale di un antieroe raccontata dal suo punto di vista. Tra Sierra Leone e Ucraina, Orlov aumenta il suo impero dai primi anni ottanta fino ai giorni nostri, una quotidianità in cui i proiettili assumono il valore di una merce di scambio, come se l'uomo fosse tornato all'era del baratto. In questo caso, però, è solo la vita ciò che rimane sul piatto della bilancia. Il film tratta argomenti scomodi e spinosi e non lesina sul mercenarismo del mondo politico, né difende l'istituzione degli Stati Uniti, troppo spesso complici anche di ciò che di brutto c'è al mondo. Le affermazioni finali, colte dallo sguardo triste e disilluso di Orlov, rivelano come sulla terra una persona su dodici possegga un'arma e come gente come lui si prodighi per armare le restanti undici.

La terza fatica registica di Niccol coincide con un attacco globale a tutte quelle nazioni, membri permanenti dell'Onu, che fanno del commercio delle armi un conscio business di sangue, stando poi a guardare senza intervenire i piccoli conflitti locali, specie nei paesi sottosviluppati dove degli pseudo-dittatori la fanno da padrone, arricchendosi sulla fame del popolo. Il film si macchia solo ogni tanto di prevedibilità, ma per gli occhi resta comunque uno spettacolo autocritico, un'opera solida e ben costruita che trova in se stessa l'energia per autoalimentare la denuncia che porta avanti, per raccontare una storia attualissima, coinvolgente e di grande spessore emotivo. La perdita della propria coscienza è solamente il primo passo sulla strada della perdizione, perché il (vil) denaro appiana ogni divergenza e soffoca ogni malumore, compreso il fastidioso ronzio dentro le orecchie che risponde al nome di omertà. In fondo, come direbbe Yuri, questa non è la nostra guerra. Ma allora con chi ci dovremmo schierare?

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Recensione a cura di Simone Bracci - aggiornata al 01/12/2005

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell'autore e non necessariamente rappresenta Filmscoop.it

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