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La violenza che nasce e si sviluppa nei quartieri di New York negli scontri tra bande di italiani e portoricani. Film drammatico ben fatto che poggia su un ottimo Burt Lancaster.
Curioso: vidi questo film molti anni addietro e mi colpì tanto. Qualche giorno fa ci ripensavo ma non ricordando il titolo non sapevo come trovarlo. Ora eccolo qui! Grazie a Filmscoop ed a chi lo ha commentato. Frankenheimer è un regista che tratta tematiche che non vanno molto per le spicciole; quella che sembra una storia di bullismo rivela invece già panoramiche sulle gang giovanili organizzate in vere e proprie associazioni criminali. In maniera (per l'epoca) cruda e diretta vengono narrate le gesta di un pubblico ministero che dietro un fatto di violenza come tanti che potrebbe risolversi in maniera sommaria cerca qualcosa che pare interessare solo a lui: la verità. Ecco, allora che in un quartiere difficile e degradato vengono a galla scomode rivelazioni che non risparmiano nessuno. Di fondo c'è sempre l'eterno scontro razziale portato dalle convivenze forzate, e la contrapposizione tra i buonisti snob (qui rappresentati dal personaggio della moglie del protagonista) e chi invece capisce che la criminalità non si combatte a pacche sulle spalle e buone parole. Sia per i contenuti che per le scene è anche oggi un film forte che segna il debutto nel mondo del cinema per Telly Savalas. Potevo dargli un voto più alto ma ho trovato leggermente sbrigativo il finale. Sempre straconsigliato. Granitico Lancaster.
Frankenheimer è stato, soprattutto nella prima fase della sua carriera, un regista coraggioso e a tratti rivoluzionario ("Va e uccidi", "Operazione diabolica", "L'uomo di Kiev"). Dramma giudiziario sociale di ottimo livello, ben recitato e con riuscite location, ma secondo me "I bassifondi di San Francisco" di Ray aveva già detto di più 12 anni prima. Trovo che il finale sia piuttosto e troppo politically correct, e presenti qualche ingenuità latente. Comunque un buon film
La prima collaborazione tra Frankenheimer e Lancaster è proprio un bel film che mostra uno spaccato sociale urbano in maniera asciutta attraverso una coinvolgente vicenda giudiziaria. Come già scritto, proprio bravi tutti gli attori, sia professionisti che non.
Solido dramma, a metà strada tra un thriller e un film di denuncia. Forse un pò stereotipato e convenzionale in qualche passaggio ma innegabilmente affascinante per ambientazione e tensione narrativa. Le scene clou le troviamo in testa ( la spedizione punitiva ) e in coda ( il dibattimento in tribunale). Nel variegato cast mi è sembrato di aver scorto anche un giovane Telly Savalas..Nota di merito per Dina Merrill, che per bellezza ed eleganza non avrebbe sfigurato in un film di Hitchcock.
"Il giardino della violenza" rappresenta quel tipo di Cinema di una volta architettato in modo intelligente e indubbiamente produttivo, nel contesto salgono imperiosamente in cattedra i problemi cronici di una società che si fa guerra in pesanti ideologie correlate alla razza. "Il giardino della violenza" potrebbe esser liberamente definito un "viaggio" psicologico, nel frangente assume importanti funzioni la sceneggiatura davvero ottima, sicuramente ben congeniata, efficiente, opportuna.
John Frankenheimer alla regia non sbaglia niente e contorna il suo prodotto (anno di produzione 1961) con sequenze di una violenza tremenda ed esplicita (vedere quella della metropolitana) e con dialoghi crudi ma tremendamente veritieri. Protagonisti di questo triste spaccato un avvocato pragmatico che prima del processo si documenta e si immischia in una pericolosissima e insensibile realtà fra scalpore e fanatismo. "Il giardino della violenza" è un film che merita, non si può parlare ovviamente di Capolavoro ma gli ingredienti che compongono un grande film ci son tutti o quasi, ad eccezione quelli legati al ritmo un po' altalenante, insomma valente fotografia, grandi attori e storia senza tumultuose pecche, storia di impatto; il finale dopotutto è ben almanaccato e comunque lascia l'amaro in bocca, sono aperti i dibattiti!
Tratto dal romanzo A Matter of Conviction di Evan Hunter il film di Frankenheimer è un ritratto dei sobborghi newyorkesi degli anni Cinquanta. E' un film drammatico e insieme un legal thriller che denuncia la violenza giovanile e il sistema giudiziario americano, alla ricerca molto spesso, quest'ultimo, di semplici esempi da mostrare. Molto belle le scene iniziali e intrigante tutto lo svolgimento del film. Bravo Luncaster così come i giovani attori non professionisti. Bella la fotografia.
Ottimo film giudiziario sulla scia della 'Parola ai giurati' di Lumet. L'investigazione su un crimine di cui conosciamo già gli esecutori riserva non poche sorprese e costringerà il pubblico ministero a rivedere a poco a poco la propria posizione. Una splendida fotografia immortala una New York fine anni cinquanta piena di bande armate e di ragazzi senza la possibilità di scegliere la propria vita. Una riflessione su quanti siano veramente gli assassini coinvolti in un omicidio resa in maniera impeccabile da grandi interpreti e da un regista in stato di grazia. Anche qui nulla di nuovo sotto il sole, quelli erano gli anni in cui ci si cominciava ad interrogare su quale incidenza avesse il contesto sociale nello sviluppo di una personalità. Senza demandare totalmente ad esso la responsabilità delle scelte individuali, il film mette chiaramente in luce le difficoltà da parte di ragazzi cresciuti in ghetti o quartieri malfamati di affrancarvisi. Bellissimo film, tutt'altro che scontato!