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"True Blood" e la lotta ai neuroni

Pubblicato il 14/09/2012 09:57:13 da K.S.T.D.E.D.
Nel caso qualcuno ancora non se ne fosse reso conto, è bene specificare che “True Blood” è senza dubbio alcuno una delle migliori serie televisive in circolazione. E' vero, non riesce nel corso delle varie stagioni a mantenere sempre degli standard invidiabili (del resto a riuscirci è stato fino ad ora un numero davvero esiguo di prodotti televisivi), ma è altrettanto vero che con l'ultima stagione andata in onda, la quinta, Alan Ball dimostra che la sua seconda creatura ancora riesce a scalpitare, offrendo un intrattenimento assai difficile da trovare altrove. Sì, perché quello offerto da “True Blood” non è affatto di facile realizzazione come potrebbe sembrare: è quello totalmente privo di fastidiose riflessioni sul senso della vita, privo di particolare spessore, oltreché, come è giusto che sia in questi casi, di un'accurata introspezione. In altri termini, è l'eccesso che non ha bisogno di giustificare se stesso, il ritmo elevato che non ha bisogno di essere preceduto da una struttura narrativa solida: è l'antitesi dell'impegno.

                                                    


Non è di facile realizzazione, si scriveva. Sì, perché in assenza di spessore e ricercatezza il rischio di trasformare il tutto in un baraccone privo di fascino, grondante di cliché, banale e ben poco divertente è appena dietro l'angolo, e forse anche meno lontano. Si rende necessaria una certa maestria per tenere in piedi uno script simile e il creatore di “Six Feet Under”, ergo un uomo ben lungi dall'essere un incapace, a quanto pare ne ha da vendere. Punta sull'ironia e sull'autoironia, rende il prodotto cosciente della sua identità e gli permette di non prendersi mai troppo sul serio. Questo aspetto è assolutamente fondamentale, imprescindibile, senza il quale “True Blood” si sarebbe risolto in un prodotto fotocopia dei vari “Twilight” che infestano schermi cinematografici e televisivi. Ovvio, vi sono altri aspetti che differenziano i due tipi di prodotti, ma l'autoironia è, parere di scrive, la principale discriminate. E la quinta stagione sembra rendersene ulteriormente conto; è il motivo per cui la frase che Eric pronuncia in una delle prime puntate stampa sulle labbra dello spettatore un sorriso che non andrà via fino al termine della stagione: esce dal container nel quale aveva prima discusso e poi fatto sesso sfrenato con sua sorella, si abbottona i pantaloni e rivolgendosi a Bill con visibile autocompiacimento dice “We fight like siblings, but we f**k like champions”. In questa frase c'è più o meno tutto lo spirito di "True Blood", a metà tra ironia, per l'appunto, e fascino “da due lire”. Tutti i caratteri, non a caso, si distinguono con uscite dello stesso tipo, e in questa quinta stagione si pensa bene di aggiungere qualcosa come altri dieci personaggi, tutti quanto meno sopra le righe (i membri dell'Autorità). Inoltre c'è Russel Edginton, vecchia conoscenza, che illumina la scena come pochi; sarebbe sufficiente il suo volto che sbuca di fianco a quello della sposina intenta a cantare per il suo neo-marito a giustificare la messa in onda di questa ennesima stagione.

                                                    


A non venir meno in questo quinto appuntamento è chiaramente anche l'eccesso, che proprio grazie al non prendersi sul serio di cui sopra può non preoccuparsi di porsi limite alcuno, nei dialoghi come negli snodi narrativi. E' così che la serie basata sui romanzi della Harris tira fuori un bimbetto di svariate centinaia di anni che parla di massacri e guerre, un night club gestito da fate, vampiri affetti da fanatismo religioso, maledizioni, mostri di fumo (non quello di “Lost”, fortunatamente) e via discorrendo. Tutti eccessi che se non gestiti con la stessa accortezza avrebbero portato alla noia nel giro di qualche puntata, ma che invece in “True Blood” coinvolgono al punto di divorare puntata dopo puntata in attesa di quello che già si sa essere un finale ancora più eccessivo di quanto visto fino ad allora. Puntualmente, infatti, il finale si rivelerà tale, forse anche più di quanto ci si aspettasse.

E poi di colpo la quinta stagione riesce anche ad emozionare. Peraltro grazie a due dei personaggi più idioti dell'intera serie. La scena Di Hoyt e Jason con Jess, nel bar, è insospettabilmente potente e conferisce una serietà al tutto che chiaramente svanirà in men che non si dica, ma che restituisce comunque una ulteriore piacevole sensazione, seppur del tutto distante dall'animo "cazzeggione" del prodotto. Scena, oltretutto, nella quale vengono fuori doti attoriali di tutto rispetto, che invero, forse proprio per l'assenza di scene particolarmente profonde, non viene mai fuori con tale forza. Tranne nel caso, è doveroso sottolinearlo, di attori come Denis O'Hare, magnificamente sopra le righe nell'interpretare Russel Edginton: quel suo “I'd love to come to dinner” contornato dall'espressione riportata nell'immagine che segue fa bene all'anima.

                                                    


Oltre all'anima a trarre giovamento da questi altri 12 episodi è ovviamente anche l'organo cerebrale, che può riposarsi abbandonandosi all'oblio e godendo di una leggerezza che riuscirebbe ad anestetizzare anche i neuroni del più accanito pensatore. Neuroni che si risveglierebbero, peraltro, solo per contare i giorni che li separano dai prossimi 12 episodi, grazie al finale di cui si scriveva, capace in tre secondi di spalancare le porte ad uno script potenzialmente tanto trash quanto adrenalinico.


(Il pezzo è presente anche sul blog dell'autore: http://houndolcettoentra.blogspot.it/)

Commenti: 5, ultimo il 07/10/2012 alle 11.38.54 - Inserisci un commento

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