zan regia di Shinya Tsukamoto Giappone 2018
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zan (2018)

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locandina del film ZAN

Titolo Originale: ZAN

RegiaShinya Tsukamoto

InterpretiSousuke Ikematsu, Yu Aoi, Tatsuya Nakamura, Shinya Tsukamoto, Ryusei Maeda

Durata: h 1.20
NazionalitàGiappone 2018
Generedrammatico
Al cinema nell'Agosto 2018

•  Altri film di Shinya Tsukamoto

Trama del film Zan

La fine di una pace durata 250 anni nella città di Edo. Un ronin deve affrontare il conflitto tra la vita e la morte, attraversando le onde del tempo.

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Voto Visitatori:   8,75 / 10 (6 voti)8,75Grafico
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Voti e commenti su Zan, 6 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

alex94  @  21/10/2023 21:45:02
   8 / 10
Passano gli anni ma Tsukamoto rimane una delle voci autoriali più audaci e meno banali del cinema contemporaneo.
In questa opera lo vediamo alle prese con un soggetto semplice che però come ci si potrebbe facilmente immaginare nasconde profonde complessivita e significati.
Ambientazione cupa, duelli girati con uno stile nervoso ed impressionista a cui si contrappongono momenti carichi di lirismo,immersi nella natura, ad ancora altri scorci carichi di suggestioni erotiche.
Bello,Tsukamoto de-mitizza la figura del samurai,con una pellicola girata prevalentemente in esterni,costata quattro soldi ed interpretata da un pugno di attori ( tutti ben calati nei ruoli).
Dura poco ma è un lavoro appagante sotto ogni punto di vista.

fedewarrior  @  24/11/2020 10:55:08
   9 / 10
Zan (Killing), Tsukamoto, 2018, è la dimostrazione che spesso, per fare buon cinema non servono budget milionari, ma è sufficiente un'idea valida ben realizzata.

Il film affronta sostanzialmente due aspetti principali: l'uomo come prigioniero del proprio destino, e per questo tormentato dai conflitti interiori, e il significato dell'uccidere l'altro (non solo in forma fisica, ma anche emotiva e psicologica: non a caso, chi sopravvive "fisicamente" all'epilogo del dramma, risulta comunque spiritualmente "annientato").

Visivamente splendido, sono presenti tutte le grandi tematiche del geniale e non convenzionale regista giapponese: l'unione dell'uomo con il metallo, la vendetta, le pulsioni sessuali represse come forza distruttiva, l'ostilità della natura, l'impossibilità di sottrarsi al "dovere sociale", lo scarto incolmabile tra il "voler essere" ed il "dover essere", il tutto sviluppato nel noto stile del cineasta giapponese, disturbante e sovversivo.

Mi ha sorpreso il finale: secco e asciutto, mille miglia lontano dalla catarsi di altre opere come "Vital", "Bullet Ballet", lo stesso "Tokyo Fist". Non c'è consolazione, non c'è gloria nei duelli, lontani dalle "coreografie" di Zhang Yimou: gli scontri sanno di pioggia e di fango, in cui il Samurai viene definitivamente de-mitizzato, non molto diversamente da quanto accade con gli "Spietati" di Clint Eastwood.

In conclusione c'è poco da fare: io adoro questo regista, così come adoro Tarkovskij, Kieslowski, Kim Ki Duk ed altri affini: le loro opere viaggiano su un piano visivo e sensoriale sublime ed inimitabile per gli "altri"

benzo24  @  05/11/2019 16:00:13
   10 / 10
"La spada, l'anima del guerriero, qui diventa la sua prigione, la sua palla al piede, prolungamento demoniaco del suo corpo, della sua anima, mostro che si nutre del sangue degli uomini che Tsukamoto descrive come mutevoli, pronti al sorriso come alla violenza, schiavi non del mondo in cui vivono ma di regole assurde alle quali si sentono incatenati.

Anche l'amore, quell'amore sovente descritto come discreto, quasi platonico in molti film qui diventa qualcosa di inquietante, quasi di represso o violento, di non raggiungibile non in virtù del dovere o della sorte, ma della paura, del senso di colpa, dell'incapacità di amare."

Invia una mail all'autore del commento kampai  @  21/09/2018 08:53:24
   8½ / 10
Un film girato con tre attori, uno è il regista che fa il ronin , due yen e un'ambientazione tutta giapponese, che sfiora il capolavoro. Zan vuol dire uccidere, il film tratta tutto quello che comporta quando decidi di uccidere un uomo. Non solo con la spada, ma annullando anima, testa oltre il corpo. Visivamente cupo, tutto girato in esterni, foresta, tranne poche scene. La gente non lo capirà mai. Sublime

Gruppo COLLABORATORI SENIOR The Gaunt  @  18/09/2018 17:38:45
   9 / 10
Anche in un'epoca incerta per non dire caotica, cioé quella del passaggio tra il periodo Tokugawa e quello moderno Mejii, i samurai, ormai ronin senza padrone, hanno nel loro codice impresso quell'ideogramma che significa Uccidere. Il giovane samurai Mokunoshin è un'eccezione ed al tempo stesso una bestemmia per tale codice. Si rifiuta di uccidere, allena un giovane contadino con una spada di legno ed aiuta la comunità locale di contadini nel lavorare la terra.
Come in Nobi dove nell'inquadratura iniziale si vedeva un paesaggio idilliaco per andare poi nel profondo della foresta e toccare con l'orrore della guerra, anche Zan offre un preludio pacifico. La regia di Tsukamoto riprende gli allenamenti con ampi movimenti assecondando le movenze dei due uomini, ma non appena appare il samurai Sawamura, la camera è fissa, quasi intimorita da quel samurai che con movimenti rapidissimi ed essenziali, uccide in duello un avversario.
Il film declina verso tonalità sempre più tragiche. Sawamura, interpetato dallo stesso Tsukamoto, conscio della grande tecnica del giovane Mokunoshin lo vuole ingaggiare per andare a Edo insieme ad altri samurai per combattere a fianco dello shogun. Ma Mokunoshin no vuole uccidere. E' come un bambino immaturo, per niente maturo secondo quella che è letica di un samurai. E' immaturo anche come uomo che desidera una giovane contadina, che ricambierebbe le sue attenzioni, ma non si dichiara mai e finisce per masturbarsi come gli adolescenti spiando una donna.
Tutto il film di Tsukamoto è una guerra psicologica fra questi due samurai, dove il primo (Sawamura) stimola in continuazione l'istinto ad uccidere del secondo. Farlo passare dalla spada di legno alla fredda e letale lama di metallo, istingandolo a battagliare contro un gruppuscolo di ronin dediti al brigantaggio.
Un film che pone al centro la coscienza individuale e l'etica di un codice che richiama ad una tradizione tragica e sanguinosa. Un film da gustare dal primo all'ultimo minuto. Per quello che può contare, cioé nulla, il mio personale Leone d'oro di Venezia 75. Ovviamente la giuria di Del Toro non se lo è filato minimamente.

Gruppo COLLABORATORI SENIOR Invia una mail all'autore del commento kowalsky  @  07/09/2018 00:47:31
   8 / 10
Un film fatto con due soldi, visivamente splendido, con una morale da western anti-litteram. Una storia di vendette possibili o sedate dalla lotta interiore di due uomini in conflitto con sé stessi. Il senso della vita della morte e il bisogno /diritto di uccidere, come nei Comandamenti biblici. Forse un film irrisolto, ma capace di descrivere con molta efficacia i conflitti generazionali. Un film di genere nella miglior eccezione del termine, un regista sempre capace di sperimentare anche con mezzi economici relativamente modesti

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