il vento ci portera' via regia di Abbas Kiarostami Iran, Francia 1999
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il vento ci portera' via (1999)

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locandina del film IL VENTO CI PORTERA' VIA

Titolo Originale: BAD MA RA KHAHAD BORD

RegiaAbbas Kiarostami

InterpretiBehzad Dourani

Durata: h 1.58
NazionalitàIran, Francia 1999
Generedrammatico
Al cinema nel Novembre 1999

•  Altri film di Abbas Kiarostami

Trama del film Il vento ci portera' via

Lentamente la jeep attraversa il paesaggio maestoso della campagna del Kurdistan. La strada bianca avvolge con le sue curve gli alberi, le distese di grano, i morbidi picchi, le nuvole, i prati, i sassi, i pochi contadini, quasi smarriti, nello spazio vuoto e solenne. A bordo di un auto da Teheran arriva un gruppo di uomini che stanno cercando un villaggio isolato. A un bambino che li accompagna a destinazione raccontano, mentendo, che stanno cercando un tesoro nel cimitero, in cima alla collina.

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Voto Visitatori:   7,10 / 10 (5 voti)7,10Grafico
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Voti e commenti su Il vento ci portera' via, 5 opinioni inserite

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  Pagina di 1  

Thorondir  @  15/05/2023 18:25:27
   8 / 10
Un cinema essenziale che si libera consapevolmente e coraggiosamente di tutto il superfluo per narrare tramite il non mostrato: mai come in questo film il fuori campo è così importante e decisivo (e doloroso). È su quel fuori campo che ragiona il protagonista, provando a cercare il senso delle cose e della vita tra il vuoto meraviglioso della campagna iraniana e il dedalo finanche catacombale e oscuro del villaggio (latte e luce, elementi tipicamente legati alla vita ad incorniciare la scena della mungitura nella "grotta"). È un film ostico per chi non mastica un certo tipo di cinema ma è anche un film che nella bellezza delle sue immagini, nei grandi temi che prova a toccare (senza per questo pretendere di avere le risposte) lascia un senso di umanità che invita a soffermarsi sulla natura e sugli esseri umani e i loro gesti.

kafka62  @  10/02/2018 19:18:15
   5 / 10
Il cinema può fare a meno di una storia, può rinunciare a una struttura narrativa in grado di giustificare le esigenze estetiche dell'artista? La risposta di Kiarostami è: sì, può farlo. Il regista iraniano, che pure con Dov'è la casa del mio amico? Aveva fatto ricorso a un genere forte come quello della detection story, in questo film giunge là dove neppure Godard, Wenders o Assayas avevano osato arrivare: riesce cioè a cancellare, ad abolire la trama. Del protagonista non solo non veniamo a conoscere nulla del suo passato, del suo ambiente e del suo lavoro (questo in fondo è sempre stato relativamente frequente, basti pensare al western), ma neppure le motivazioni immediate dei suoi gesti e del suo comportamento. Perché l'"ingegnere" è arrivato in uno sperduto villaggio iraniano, perché si interessa alla salute di una vecchia centenaria, perché riceve dalla capitale continue telefonate (che lo costringono ad un incessante su e giù per la collina alla ricerca del punto di ascolto migliore, in questo ricordando l'andirivieni del piccolo protagonista del suo film d'esordio)? Non lo sappiamo e non lo sapremo con certezza neppure alla fine del film, così come non conosceremo mai i volti dei suoi compagni di viaggio e tante altre cose che, con una scelta alquanto opinabile, chiamano lo spettatore a riempire con la sua immaginazione ellissi e vuoti narrativi, addossandogli un compito cui, francamente, avrebbe fatto volentieri a meno.
Resta la ben nota maestria stilistica di Kiarostami, che da un volto e da un paesaggio riesce sempre a trarre inusitate sollecitazioni liriche e poetiche. Anche se qua e là c'è anche il tempo di preoccuparsi per la sorte di uno scavatore sepolto da una frana, di sorridere per una gaffe del protagonista (che non riconosce una donna con cui aveva parlato il giorno prima, perché allora era incinta mentre adesso, sgravata, lavora come se niente fosse successo) e di ascoltare con trepidazione una poesia recitata in una cantina semibuia a una ragazza che sta mungendo una capra, sono dell'avviso che sia il documentario e non già la fiction il genere cinematografico più idoneo a queste sperimentazioni per non disattendere troppo le legittime aspettative di uno spettatore normale.

Gruppo REDAZIONE amterme63  @  16/04/2008 08:55:53
   6½ / 10
Questo film secondo me è una specie di cartina di tornasole sulla capacità di ognuno di noi di intraprendere una vita fuori da tutti i comodi e gli svaghi della vita civile. Spesso ci lamentiamo delle grandi città, dello smog, dello stress, della maleducazione della gente. Idealizziamo così la vita in campagna, in piccoli centri isolati. Questo film ha il merito di mostarci questo modo di vivere senza idealismi, così com’è. La sue caratteristiche sono la lentezza, l’immobilità, il ripetersi degli stessi gesti, il non accadere niente che non sia gia previsto e regolato in una serie di norme prestabilite e accettate da tutti. Anche la sostanza scenica ricalca lo spirito dell’oggetto descritto. Ritmo lentissimo, inquadrature prolungate su scenari naturali, tutto l’accadere anche il più insignificante e banale entra nell’occhio della cinepresa, si ripetono in continuazione gli stessi fatti, non accade mai nulla. Molto statico anche l’uso della cinepresa che insiste su di una sola inquadratura evitando volutamente il campo/controcampo.
In sostanza ne esce un mondo visto in modo pacato e distaccato. Certo è visto che un mondo isolato, a se stante, quasi un residuato o una curiosità. Rimane però qualcosa di ancora vivo e sentito dalla gente del luogo. Il protagonista è venuto per fotografare e quindi è un esterno, ma la gente non vuole essere fotografata, non si sente oggetto di curiosità. Nonostante la chiusura e la noia, la solidarietà funziona ancora e la comunità si autoregge con soddisfazione e senza che nessuno mostri voglia di scappare (forse è questo il limite del film). In fondo il mondo della campagna non è approfondito nel suo intimo ma mostrato nella sua faccia esterna, appunto come viene visto da uno che viene dalla città.
In ogni caso se siete riusciti a “sopravvivere” alle due ore di visione allora potete benissimo andare vivere nei paesini sperduti, lontano dal tempo, lontano dagli “agi” e dall’alienazione del vivere “moderno”.

2 risposte al commento
Ultima risposta 16/04/2008 23.05.03
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Gruppo COLLABORATORI JUNIOR agentediviaggi  @  11/04/2007 17:24:38
   7½ / 10
E' l'unico film di Kiarostami che ho visto; era trasmesso da una rete a diffusione nazionale, ma non le 6 canoniche. Sono rimasto affascinato dalla capacità descrittiva del regista di un mondo a parte, quello della campagna del Kurdistan dove ogni rito ha ancora una importanza spirituale che noi cittadini non riusciamo più a vedere. La semplicità e soprattutto la cortesia della gente locale colpiscono l'ingegnere venuto a filmare un rito funebre come lo spettatore, e la bellezza dei paesaggi naturalistici che non tollerano la presenza di strumenti della "civiltà" (il cellulare non prende se non in un punto alto) stanno ad incantarci e a ricordarci cosa conta veramente e cosa no. Mi ha ricordato La strada verso casa di Zhang Yimou.

anar  @  24/01/2006 21:21:19
   8½ / 10
Il primo film che vedo di questo regista; molto bello, un pò pesante, ma dipende da ciò che uno cerca da un film!
Da vedere

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