Recensione vivere - ikiru regia di Akira Kurosawa Giappone 1952
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Recensione vivere - ikiru (1952)

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locandina del film VIVERE - IKIRU

Immagine tratta dal film VIVERE - IKIRU

Immagine tratta dal film VIVERE - IKIRU

Immagine tratta dal film VIVERE - IKIRU

Immagine tratta dal film VIVERE - IKIRU

Immagine tratta dal film VIVERE - IKIRU
 

Meglio conosciuto in Italia per le sue opere ambientate nell'era feudale dei samurai, e per i suoi riadattamenti a quell'epoca di alcuni drammi shakespeariani, Kurosawa fu ancor prima un artista consapevolmente radicato nei problemi del suo tempo, profondo conoscitore dell'uomo e delle sue abitudini, virtù che sviluppò, oltre che attraverso un'approfondita conoscenza della cultura giapponese, anche mediante lo studio della letteratura russa, e di Dostoevskij in particolar modo, del quale traspose in immagini alcuni romanzi.

Impegno morale. E' questa l'espressione che per prima s'imprime non appena finita la visione di questo film.
E l'immagine iniziale, che ci viene apposta davanti agli occhi in maniera immediata e diretta, è subito un monito violento, quanto di più terribile l'uomo contemporaneo può aspettarsi di vedere a un certo punto della propria vita: la radiografia che rivela un tumore maligno.
In questo caso, quello di Kanji Watanabe, capoufficio comunale alle soglie del pensionamento, inerte, apatico, svuotato del benché minimo spirito d'iniziativa; uomo remissivo, sopraffatto dalla ripetitività dei suoi gesti che hanno perso da tempo ragione di essere e significato.

In principio alla narrazione, egli non è ancora a conoscenza del suo male. Consuma la monotonia d'una sua giornata tipo subissato da una selva cartacea di registri polverosi, pratiche accatastate, fogli che timbra senza prendersi neanche più la briga di leggere.
Nello stesso momento, alcune donne stanno presentando una petizione, protestano per le condizioni intollerabili del quartiere palustre dove vivono con le loro famiglie, reclamando che venga realizzato uno spazio dove potere portare a far giocare i propri bambini (cloache maleodoranti, avevano già fatto da scenario ad alcune opere precedenti del regista).
La richiesta viene rimbalzata d'ufficio in ufficio, da funzionario a funzionario, come spesso accade, inascoltata e accantonata da tutti.
E' una chiara denuncia alle barriere e alle prassi del sistema burocratico. Ma invero, il film non si limiterà alla sola analisi di quest'aspetto societario, e ricondurrà, nel suo eterogeneo corso, più che altro ad una vicenda umana individuale, che solo una volta compresa a fondo potrà divenire collettiva.

Dopo tanti anni di presenza irreprensibile, Watanabe manca al suo posto lavoro. S'è recato dal medico per un disturbo allo stomaco che da tempo lo affligge. Si rivela essere un cancro inguaribile, che a breve lo adagerà sul letto di morte.
Nel culmine di un'esistenza sopita, allora, la consapevolezza della fine imminente resusciterà nell'anziano forze inattese, passioni sin d'ora sepolte, una nuova cognizione del vivere e la coscienza di doversi assolvere quegli obblighi di uomo dai quali era fuggito in tutti quegli anni di pedissequo adattamento.
Ma il percorso è ancora lungo. L'odissea del singolo verso l'ora della morte, ha come primo luogo quello del ripensamento alla propria condizione di vedovo disattento, di padre distaccato e assente, alla scoperta d'un figlio inaridito al quale non troverà il coraggio di confidare il proprio male.

Vivere, la parola che Watanabe scopre solo ora, ha dunque un significato intrinseco, ma quale? Un amico trovato in una locanda, prova a presentargli il suo. Lo trascina per locali notturni, tra strade affollate, donne, alcol, musica: ma neppure questo è pienamente sentito come Vivere.
Nel mezzo della serata festosa, Watanabe intona una nenia funebre: si disperdono i danzanti, le allegre "maschere" s'allontanano dal pianto dell'uomo cadaverico: su tutto torna il silenzio.

E' dunque il turno di una sua giovane ex-collega d'ufficio, vivace ed esuberante: il vero Vivere viene fatto intravedere nella possibilità di una relazione amorosa passionale, mai vissuta dopo la morte della moglie. Ma non è più il momento, non per un anziano gravemente malato e giunto ormai al culmine della propria vita.
L'ultima conversazione con la ragazza, smuove però in lui qualcosa, gli accende il ricordo di quelle donne, di quelle madri che un certo giorno entrarono nel suo ufficio, inascoltate, con la richiesta della realizzazione da parte del comune di uno spazio pulito dove portare a far giocare i propri bambini.
Watanabe scende la scalinata del locale, assorto in nuovi pensieri, dalla ringhiera giovani si sporgono come ad omaggiarlo (è una delle tante invenzioni registiche, velate d'ironia sofferta, presenti nel film): ma intanto una ragazza sale i gradini, i festeggiamenti sono in verità per lei, nel giorno del suo compleanno.

Lo stile della narrazione svolta allora di colpo. Con un improvviso balzo temporale, Kurosawa ci proietta a morte del protagonista avvenuta, durante la sua celebrazione funeraria. Egli ha contribuito in prima persona al compimento d'un parco giochi per bambini, in quel quartiere palustre, esaudendo la richiesta delle donne.
Il racconto delle sue ultime ore è presentato attraverso i ricordi dei funzionari comunali, secondo una logica che si basa sui vari punti di vista, cara al regista, e già sperimentata nel precedente "Rashomon".
Procede dunque per flashback, diviene disuguale e frammentario, si fa freddo e assieme commosso. Con questo cambio repentino di stile, a parere dello scrivente la pellicola assurge a capolavoro.

L'irruzione delle madri durante la commemorazione raggelata dei burocrati, venute a rendere un accorato omaggio al loro eroe silenzioso, è un nuovo momento di profonda riflessione.
Alle parole di comodo del sindaco e degli altri impiegati, s'alternano immagini di alta poesia, che illustrano gli ultimi intensissimi momenti di vita di Watanabe.
Egli, che a capo del suo esercito di madri e casalinghe, sfonda una ad una le barriere burocratiche, trovandosi addirittura a dovere fronteggiare le minacce della mafia, per quella che sarà la realizzazione d'una grande opera umanitaria, e al contempo il riscatto alla sua vita rinunciataria.
Egli, vecchio e malato, che inciampa e si rialza come un condottiero nel mezzo del cantiere fangoso, tra le scavatrici e gli altri mezzi, scortato e soccorso dalle sue donne devote.
Egli, che nel traversare un ponte, per un istante, si guarda attorno e si accorge solo ora quant'era bello il mondo. Ma non c'è più tempo per queste cose, dice Watanabe, adesso bisogna portare a termine la propria missione.
Vivere, la parola scoperta dall'anziano vicino alla morte, ha trovato infine il suo significato: non nell'appagamento dei propri sensi, che viene solo in secondo luogo, ma prima ancora nel gesto generoso e solidale, nella carità incondizionata, nell'adempiere ai propri doveri umani e civili.

"Ikiru" non è dunque solo un grande film sulla vecchiaia; è innanzitutto una lunga riflessione sulle forze inespresse, sulle possibilità sprecate, una denuncia alla noncuranza e un appello alla piena mobilitazione morale.
E' la storia di un "uomo che piantava gli alberi"; il cui impegno, ahimè, non darà luogo a quell'effetto a catena che si produceva nel romanzo di Jono, ma rimarrà isolato, troverà i suoi argini nella strumentalizzazione dei politici, sfonderà alcune porte, per poi doversi obbligatoriamente arrestare dinnanzi a nuovi cancelli dell'indifferenza comune e della burocrazia corrotta.

La conclusione dell'opera voluta da Kurosawa, è infatti ironica e amarissima: getta nuovo fango e vanifica dolorosamente il sacrificio del suo protagonista.
Ma non dimentichiamocelo: a noi spettatori è dato un potere in un certo senso magico, quello del telecomando.
E allora, se ci piace, possiamo premere un tasto appena, tornare indietro di qualche sequenza e decidere, da noi, che il film finisca là: nell'immagine di Watanabe che riposa volteggiando sopra un'altalena del suo parco giochi (che c'è, comunque, resta una cosa concreta e non un'idea vana); appagato, sereno, sognante sotto una nevicata delicatissima che pensa, chissà, forse alla bellezza di quel momento dilagarsi, e dilavare tutte le abiezioni del mondo.

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Recensione a cura di Ciumi - aggiornata al 11/11/2009

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